STATI UNITI - Le nuove sfide della Casa Bianca

La cinquantacinquesima cerimonia di insediamento presidenziale tenutasi a Washington lo scorso giovedì ha sancito l’inizio ufficiale del secondo mandato di George W. Bush che, con una mano sulla Bibbia come vuole la consuetudine, ha rinnovato il suo giuramento di fedeltà alla costituzione. Il discorso di rito ha toccato dapprima i punti salienti della politica estera, su cui il presidente ha impostato gran parte della campagna elettorale, tra cui la diffusione a livello mondiale di libertà e democrazia, la sconfitta del terrorismo e il rapporto con gli alleati, per poi passare alle sfide di natura interna, che saranno però approfondite nella conferenza sullo Stato dell’Unione attesa per i primi di febbraio.

Il nuovo governo è già all’opera, ma sono pochi i ministri in carica cui Bush ha rinnovato la fiducia. Tra questi il Segretario al Tesoro John Snow ed i “falchi” Donald Rumsfeld, confermato nonostante sia stato ritenuto il principale responsabile del disastroso dopoguerra iracheno, e il Vicepresidente Dick Cheney, l’eminenza grigia dell’amministrazione statunitense, che qualche ora prima dell’appuntamento al Campidoglio aveva candidamente ammesso, nel corso di un’intervista ad un’emittente radiofonica, che “forse” era stato commesso qualche errore di valutazione in merito alla questione delle weapons of mass destruction detenute dal regime di Saddam Hussein. Tra i nuovi nomi si registrano quelli di Alberto Gonzales alla Giustizia, Michel Chertoff alla Sicurezza, Sam Bodman all’Energia, Carlo Gutierrez al Commercio e Margaret Spellings all’Educazione. L’unica ad aver ricevuto una promozione è stata Condoleezza Rice, che lascia il posto di Consigliere alla Sicurezza Nazionale, sostituita dal suo numero due Stephen Hadley, per la poltrona di Segretario di Stato: è la seconda donna dopo Madeleine Albright a ricoprire questo incarico.

In Europa la nomina della Rice non fa presagire un miglioramento delle relazioni con l’altra sponda dell’Atlantico, che sono al minimo storico dal termine del secondo conflitto mondiale. L’ex rettore amministrativo di Stanford è un’esperta di Unione Sovietica e paesi dell’Est, ha studiato il russo ed approfondito la questione della deterrenza nucleare. In questo momento, grazie alle sue conoscenze, è la persona adatta per porre un argine all’integrazione completa degli ex membri del Patto di Varsavia nell’Unione Europea, avvenuta nel maggio 2004, che possono giocare il ruolo di “alfiere” degli interessi americani a Bruxelles. C’è inoltre da recuperare l’intesa con Mosca, incrinata dopo le vicende delle elezioni in Ucraina, che hanno sancito il trionfo del candidato filo-occidentale Yushenko. Impresa ardua ma non impossibile, soprattutto perchè le parti possono trovare molti punti di contatto in merito alla lotta al terrorismo islamico. Rispetto a Powell comunque, la “ragazza dell’Alabama” può offrire ai partner del “vecchio continente” una maggiore affidabilità. Il Capo di Stato Maggiore della prima guerra del Golfo era molto apprezzato per il suo sostegno al multilateralismo e le indiscutibili doti diplomatiche, ma spesso dava l’impressione di parlare a titolo personale e non della squadra di governo, né tanto meno di Bush. La Rice, al contrario, seppur fautrice di una politica estera muscolare, gode di un rapporto privilegiato con il presidente, coltivato durante i quattro anni di permanenza a Foggy Bottom, ed esercita un forte ascendente su tutto l’entourage al potere. Nel prossimo futuro sarà probabilmente un interlocutore d’eccezione, capace di ritagliarsi ampi margini di manovra.

Sempre a “Condi” è toccato approfondire il tema delle nuove minacce degli “stati canaglia”, solo accennate nel discorso di Capitol Hill, dove nessuno veniva accusato esplicitamente. “Dobbiamo usare la potenza di cui gli Usa dispongono per proteggere la libertà e difendere il mondo dalle minacce della dittatura. La sopravvivenza della nostra libertà dipende dall’affermazione di questa negli altri paesi”. Le parole pronunciate da George W., sono state chiarite poco dopo dalla Rice che ha definito Corea del Nord, Bielorussia, Iran, Birmania, Zimbabwe e Cuba gli “avamposti della tirannia”. Una categoria, quella dei rogue states, piuttosto discutibile. Potrebbe tranquillamente includere Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Giordania, che invece figurano tra gli alleati di ferro degli Stati Uniti. Dietro la retorica di tali affermazioni si nasconde un internazionalismo aggressivo, che rischia di diventare il leit-motiv dei prossimi quattro anni. Confermato peraltro da Cheney che ha ribadito le preoccupazioni di Washington rispetto alle centrali nucleari presenti sul territorio iraniano, nonostante gli osservatori della Iaea ne abbiano assicurato l’utilizzo per scopi esclusivamente civili. Le dichiarazioni d’ostilità contro Teheran non fanno prevedere una futura convergenza di vedute con l’Europa. Parigi e Berlino si stanno spendendo, insieme ad una Londra insolitamente in disaccordo con Washington, nel delicato tentativo di mediazione con il regime degli Ayatollah per evitare che la situazione precipiti.

Dalla Casa Bianca arrivano però anche segnali di distensione. La prima visita ufficiale del second term di Bush è programmata per il 22 febbraio a Bruxelles (seguita da quella prevista il 24 in Slovacchia con Vladimir Putin), dove verrà ricevuto da una delegazione della Ue unitamente alla rappresentanza dell’Alleanza Atlantica. L’incontro testimonia la volontà di entrambe le parti di superare le reciproche incomprensioni. Gli Usa hanno bisogno dell’aiuto europeo e, per ottenerlo, sono disposti ad accettare qualche consiglio “scomodo”. Il presidente ha infatti chiesto al Congresso fondi supplementari pari ad ottanta miliardi per finanziare le operazioni militari del 2005. L’intervento di truppe fresche della Nato potrebbe limitare un deficit di bilancio per i prossimi dieci anni che l’Ufficio di bilancio federale ha stimato intorno agli 855 miliardi di dollari.

Gabriele Natalizia
(26 gennaio 2005)

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