Gabriele Natalizia
STATI UNITI - La Fed tra moneta unica e yuan
Sull’altra sponda dell’Atlantico il settore bancario permette ai cittadini americani un accesso al sistema creditizio in tempi ragionevoli, senza dover presentare garanzie patrimoniali eccessive e con tassi d’interesse meno onerosi rispetto agli standard europei. Superato il biennio critico 2001-2002 grazie alla silenziosa applicazione della dottrina del deficit spending, teoricamente invisa ai vertici del partito repubblicano ma in pratica digerita per l’inedita applicazione al comparto militare, gli Stati Uniti sono entrati in un ciclo espansivo che sembrerebbe avere tutte le carte in regola per durare ancora per qualche anno. La “febbre del mattone” e l’ossessivo acquisto di beni durevoli hanno determinato una vera e propria “corsa” all’indebitamento collettivo, generando la falsa percezione di un’economia in salute. In realtà il paese vive ben oltre i suoi mezzi reali.
Nonostante in Europa gli indici mostrino un inequivocabile calo tanto nella produzione quanto nei consumi, il fantasma della stagflazione è mantenuto a distanza grazie a un’inflazione stabile al 2,1%. Al contrario negli Usa a fronte di un lento ma costante aumento dei costi della vita (si attesta oggi intorno al 3% annuo) e ad alla contrazione dei salari, la propensione al risparmio sfiora dimensioni risibili (è circa un quarto di quello cinese) e la ripresa degli investimenti viene finanziata attraverso l’afflusso di capitali esteri. Il debito corre su due binari paralleli, i cosiddetti twin deficits, l’uno pubblico e l’altro della bilancia commerciale. Nel 2004 il primo ha raggiunto i 412 miliardi di dollari di passività a carico dello stato federale mentre il secondo ha registrato un gap di 55 miliardi tra import ed export da sommare al disavanzo tra le attività nazionali detenute nel resto del mondo e quelle estere possedute negli Usa. E siamo al cospetto di un miglioramento, in passato era stata toccata quota 61 miliardi. Le stime dicono che il debito aggregato americano (famiglie, imprese, stato) sia pari al 300% del Prodotto interno lordo e il dato assume maggiore rilevanza ove si consideri che durante la “grande depressione” il picco si era attestato al 270%. George W. Bush ha ribadito nel quinto discorso sullo stato dell’Unione che il bilancio del 2006 prevede il congelamento di tutte le spese “non essenziali”, eccezion fatta per quelle destinate alla Difesa ed alla Homeland Security.
La situazione pur restando critica, è mitigata alcuni fattori. Il più importante è la scelta della Federal Reserve di mantenere un tasso di cambio forzosamente alto per lasciare deprezzare il biglietto verde. Il principale obiettivo di questa strategia era quello di favorire la competitività delle esportazioni per ridurre il volume delle importazioni. Tale previsione per il momento ha ottenuto risultati ambigui. Non sono stati colti i frutti sperati perché l’export è influenzato più dalla domanda interna che non dal corso della moneta. Si è verificato infatti il classico “effetto J”, ossia l’iniziale peggioramento subito di regola dalle partite correnti dopo una svalutazione monetaria: i prodotti stranieri diventano più costosi ma la loro richiesta rimane nel breve termine sostanzialmente invariata.
Alcuni colpi significativi sono stati comunque messi a segno. Essendo le passività finanziarie detenute dagli americani espresse prevalentemente in dollari laddove gran parte delle attività lo sono in valuta straniera, con un deprezzamento di circa il 20% è stato conseguito un trasferimento di ricchezza verso gli Stati Uniti che ammonta al 7% del Pil. Tale manovra è riuscita ad imbrigliare la crescita di “Eurolandia” con l’impennata del valore della moneta unica, che potrebbe rappresentare in un futuro neanche tanto prossimo un pericolo per l’economia statunitense, ma non quella della Cina cha ha mantenuto lo yuan ancorato alle oscillazioni della divisa a stelle e strisce. Il cambio fisso a 8,28 e la sistematica applicazione del dumping stanno permettendo l’invasione del made in China sul mercato americano, additato anche qui come il maggior responsabile della crisi del comparto manifatturiero tanto da indurre nel maggio scorso il Congresso a varare un dazio sui prodotti tessili e su quattro categorie d’abbigliamento.
L’equilibrio attuale è decisamente precario e si fonda sull’accumulazione di treasure bonds da parte della Banca centrale cinese. Il paradosso è evidente: il paese più ricco del mondo riesce a mantenere il suo tenore di vita grazie al finanziamento di un popolo costretto a ritmi lavorativi massacranti per sfuggire alla povertà. Questo credito viene garantito perché gli Usa sono considerati il traino dello sviluppo locale. Ma le performance dell’euro e la paventata costituzione di un mercato asiatico delle obbligazioni a stretto giro costringeranno la Fed a rivedere verso l’alto i tassi d’interesse (già lo ha fatto otto volte negli ultimi dodici mesi), per offrire a Pechino un incentivo a rimandare la diversificazione delle sue riserve. La situazione però non è destinata a mutare perchè la terra si conferma un luogo “poco sicuro”. Fino a quando non sarà possibile collocare i capitali in aree che promettono rendimenti più elevati con un fattore-rischio ammissibile, la stabilità degli States continuerà a rappresentare un tranquillo rifugio per gli investitori.
Malgrado i numeri confermino una impressionante crescita annuale del 9,5% del Pil, la Cina non è l’Unione Sovietica. Non ha un sistema di clientele ramificato, né un apparato militare paragonabile a quello di Mosca nel dopoguerra. Il suo potere si dimostra tanto vulnerabile da non far presagire strappi repentini. Beijing pur avendo iniziato ad infiltrarsi in alcuni spazi politici ed economici trascurati dalla Casa Bianca come l’America Latina e l’Africa, è ancora alle prese con il problema della ricerca di fonti per l’approvvigionamento energetico, sul cui controllo Washington fonda tradizionalmente la propria supremazia globale. Solo quando sarà risolta la questione delle commodity l’ascesa del dragone diverrà inarrestabile.
(28 giugno 2005)