Gabriele Natalizia
STATI UNITI - La patria risponderà “presente” al generale Bush?
Mentre si avvicina lento ma inesorabile il fatidico giorno delle elezioni, gli attuali inquilini della Casa Bianca, che ormai da settimane hanno abbandonato la politica reale della guerra e dell’economia per quella virtuale dei sondaggi, appaiono sempre più nervosi. Le ultime rilevazioni riguardo gli umori elettorali dell’opinione pubblica americana confermano che la nomina come candidato vicepresidente di John Edwards si è rivelata la mossa giusta. Il brillante senatore del North Carolina smussa quell’aria da austero burocrate che John Kerry non riesce proprio a scrollarsi di dosso. Un difetto che rischiava di penalizzare in partenza lo sfidante di Bush. Anche se quel substrato di razionalismo che permea la forma mentis europea potrebbe indurre noi osservatori del Vecchio Mondo a sottovalutare (forse in maniera avventata) tale aspetto della competizione, l’importanza che l’immagine ricopre in tutti i campi della società statunitense è enorme. Persino negli affari di stato “apparire è tutto”. Un vero e proprio culto della persona, per cui nella corsa alla presidenza lo charme di un candidato talvolta riesce a spostare più voti rispetto alle eventuali issues dibattute nei talk show e che l’americano medio, ormai disorientato dagli effetti speciali di Hollywood, considera soltanto sterili giri di parole.
Dopo la compassata convention democratica di Boston, che ricordava più la notte degli oscar che un vertice di partito all’italiana, gli istituti demoscopici prevedono un incertissimo testa a testa per il prossimo novembre. Per Bush jr., che dopo la tragedia delle Twin Towers godeva del sostegno incondizionato di quasi ottanta americani su cento, questa è già da considerarsi una sconfitta. La stessa impressione circolava alla kermesse repubblicana di New York. Ed era quello che tutti i conservatori temevano: dover affrontare un avversario alla pari, senza partire con quel vantaggio che di solito gioca fisiologicamente a favore del presidente in carica. Un presidente senza un bagaglio culturale degno del ruolo che ricopre. Un presidente mai brillante nei quattro anni di mandato. Un presidente che ha mentito più volte ad un paese disposto a chiudere un occhio, se non tutti e due, sugli abusi compiuti in spregio ai diritti umani ma che non tollera la pur minima menzogna. Sul palco del Madison Square Garden i discorsi degli oratori più carismatici, da Karl Rove a Michael Bloomberg, da Rudolph Giuliani a John McCain (senza peraltro dimenticare l’acclamatissimo governatore della California Arnold Schwarzenegger) hanno oscurato lo scontato intervento tenuto da George W. Tutti però hanno ribadito il loro sostegno alla guerra in Iraq e soprattutto alle motivazioni che ne erano alla base, in perfetta sintonia con il beffardo slogan che faceva da sfondo agli interventi. “A safer world, and a more hopeful America”.
I repubblicani dunque hanno dato vita ad una “war room” con lo scopo di recuperare i consensi perduti in due anni e mezzo di avventurismo internazionale e scandali finanziari. Ma non nel nome di un passato ormai rinnegato, bensì usando il vecchio stratagemma, antico quanto la politica, di terrorizzare i propri concittadini con una serie di paranoici moniti sui rischi imminenti che correrebbe la nazione. Dopo aver fornito un volto ed un nome ai vari public enemies, rispolverando la peggiore delle retoriche scioviniste, l’entourage di “Dubby” vorrebbe risvegliare quell’istinto patriottico post 11 settembre troppo presto assopitosi. Da buon “presidente di guerra”, come frequentemente ama definirsi, spera che la “truppa” non tardi a rispondere “presente”. Ed allora se è vero che “il generale a battaglia in corso non si cambia”, quale tattica migliore per recuperare qualche prezioso punto di share?
Infatti la stagione della caccia alle streghe è già iniziata. I governi dei paesi che non si piegano ai diktat di Washington vengono definiti “regimi”, i loro leader diventano “dittatori” e la loro cultura viene raffigurata come frutto dell’ignoranza se non del “male assoluto”. Il tutto nel solco del più intollerante dei manicheismi, infarcito dell’estremismo religioso della setta dei reborn christians (cristiani rinati), di cui fanno parte tra gli altri anche lo stesso Bush ed il ministro alla giustizia John Ashcroft. Nelle rare conferenze stampa tenute nel corso dell’estate un accigliato presidente degli Stati Uniti ha inoltre dichiarato a più riprese che “il sistema cubano non è ancora imploso solo perché l’isola si è trasformata nella destinazione preferita per il turismo sessuale” e che “le autorità de L’Avana sono indifferenti agli abusi sui minori”. Si sono moltiplicati invece i sermoni apocalittici degli infervorati pastori protestanti. Tra questi, sicuramente degno di menzione, figura il predicatore Franklin Graham, che non ha esitato a definire l’Islam come “una fede malvagia”. Naturalmente altre figure di secondo piano del panorama politico locale non dimenticano mai di lanciare strali contro le diaboliche insidie tese dalla axes of evil, con il beneplacito di Francia e Germania, a quel mondo libero di cui invidiano le molteplici virtù. Nessun opinion maker intanto si è arrischiato ancora a menzionare i vari tentativi di evangelizzazione attualmente in corso, ad opera degli uomini dello U.S.Army, come i campi di prigionia di Guantanamo o la prigione irachena di Abu Ghraib.
Resiste così intatta la grande contraddizione che affligge l’intera campagna elettorale del presidente Bush, ma in via generale tutta la politica statunitense dal 1776 ad oggi, la sua doppia anima. Tollerante e rispettosa delle diversità al suo interno, quanto integralista ed insofferente al dissenso in campo internazionale.
(15 settembre 2004)