Gabriele Natalizia
STATI UNITI - La mossa-Btc sullo scacchiere caucasico
Le limitate capacità delle rotte esistenti nello smistamento del petrolio caspico, l’instabilità delle zone di transito e la volontà di porre un argine al gigante energetico russo sono tra le ragioni alla base della costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, inaugurato lo scorso 13 luglio dopo più di dieci anni di gestazione ed un investimento complessivo di quattro miliardi di dollari. Il progetto, che ha avuto nell’amministrazione Clinton il motore propulsivo, è riuscito a incassare l’appoggio di numerosi paesi: dall’Unione Europea attratta dall’idea di limitare la sua dipendenza dal petrolio del Golfo, ad Azerbaigian, Kazakhistan e Turkmenistan pronti a cogliere un’occasione irripetibile per il rilancio delle rispettive economie, passando per la Turchia, interessata a liberarsi dal vincolo petrolifero russo e a controllare lo sbocco del corridoio energetico verso l’Europa, fino ad arrivare a Israele, che attraverso i porti di Haifa ed Ashkelon (che sarà collegato a Ceyhan da un oleodotto subacqueo) si è assicurato un rifornimento che lo pone al riparo da eventuali ritorsioni del mondo arabo. Anche i lavori di costruzione hanno interessato una lunga lista di società, facendo sorgere un consorzio guidato dalla compagnia britannica British Petroleum con il 30% delle quote, ma che vede protagoniste anche l’azera Socar (25%), l’americana Unocal (9%), la norvegese Statoil (8%), la turca Tpao (6%), l’italiana Eni (5%), la francese Total-Fina-Elf (5%), più altri soci con partecipazioni minori. Il Btc convoglierà verso Ceyhan il greggio estratto dai campi offshore Azeri-Chirag-Guneshli, il cui sviluppo è stato affidato alla Azerbaijan International Operatine Company (Aioc), per un investimento complessivo di 13 milioni di dollari. Ma per giustificare con ritorni ragionevoli tali cifre, ci sarà bisogno di volumi significativi di idrocarburi provenienti anche dal Kazakhstan, dato che le riserve dell’Acg non hanno tenuto fede alle iniziali previsioni.
L’oleodotto, che attraversa Azerbaijan, Georgia e Turchia per 1760 chilometri (è il più lungo al mondo), permette il collegamento diretto tra l’industria estrattiva del mar Caspio e il porto turco nel Mediterraneo orientale, da dove il greggio potrà raggiungere i mercati occidentali, e con il Trans-Caspian Project (che unisce la sponda turkmena del Caspio a quella azera) ed il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum (in costruzione) andrà a completare il sistema integrato East-West Energy Corridor. L’opera, secondo i suoi responsabili, messa a regime dovrebbe avere una portata annua di cinquanta milioni di tonnellate, pari al 6-7% del flusso globale di petrolio, per una cifra variabile tra 1,2 e 1,4 milioni di barili al giorno. Ankara esce rafforzata al termine di un periodo che l’ha vista cooperare con Washington nella promozione del Btc, senza impedirle peraltro di realizzare con Mosca il gasdotto sottomarino Blue Stream: il sogno di trasformare la Turchia in un hub energetico per tutto il Mediterraneo è divenuto realtà. Al contrario, subisce un duro colpo l’Iran che, oltre ad assistere ad un rafforzamento alle sue porte del nemico a stelle e strisce nel corso di una congiuntura internazionale dagli esiti quanto mai incerti, diviene parzialmente superfluo per lo smistamento verso ovest di tutte le risorse energetiche della regione non direttamente sottoposte al suo controllo.
Il vero trionfatore di questa delicata partita a scacchi sono gli Stati Uniti, che hanno centrato più obiettivi con una sola mossa. Per cominciare l’Azerbaijan potrà arrivare a produrre un milione di barili al giorno, contribuendo a calmierare l’impennata il prezzo del greggio che rischia di raggiungere i cento dollari al barile. La nuova produzione di petrolio presenta il vantaggio, agli occhi di Washington, di non essere sottoposta al controllo dei paesi dell’Opec, organizzazione in cui il fronte antistatunitense guidato da Iran e Venezuela è sempre più forte. Senza contare che raggiungerà le piazze di tutto il mondo da un paese della Nato, portando con sé evidenti benefit politici, integrando il Caucaso nell’area Euro-atlantica, e di sicurezza, evitando chokepoint come gli stretti di Hormuz, del Bosforo e dei Dardanelli. Inoltre è stata rafforzata l’interdipendenza economica di tre pedine fondamentali della politica americana in un’area-chiave per gli equilibri globali. Georgia e Azerbaijan hanno ricevuto una spinta decisiva nel processo di emancipazione nei confronti della Russia e potranno utilizzare gli utili del Btc per rimettere in sesto le casse pubbliche e foraggiare gli altri settori produttivi. Mosca ha osteggiato a lungo un progetto che, bypassandola, rappresenta un duro colpo alla sua influenza sul Caucaso. In pochi anni si è vista sfuggire il monopolio, quasi incontrastato, dei flussi di greggio dalla regione caspica e, contemporaneamente, saltare due tasselli del mosaico ex-sovietico. Si conferma così quale principale target dell’azione diplomatica della Casa Bianca, nonostante l’attenzione generale si soffermi principalmente sul fantomatico scontro di civiltà che sarebbe in atto nel Vicino Oriente e sul vagheggiato confronto, in un futuro non sappiamo quanto prossimo, con il colosso cinese. Ma ancora appare lontano lo scacco matto al governo di Putin, che sta rinsaldando le sue fila per recuperare il terreno perso dalla potenza russa negli anni Novanta.
(31 gennaio 2007)