Gabriele Natalizia
CANADA - È scontro con gli Usa sul sistema Bmd
Il governo canadese ha deciso di non appoggiare il progetto militare della Casa Bianca denominato “Ballistic Missile Defence” (Bmd). Captando gli umori della stragrande maggioranza di un elettorato che ormai guarda con sistematico sospetto tutte le iniziative intraprese dagli Stati Uniti in campo internazionale, il Primo Ministro Paul Martin (nella foto insieme a George W. Bush) ha preferito evitare l’installazione nel suo paese di nuove basi missilistiche. Prova del nove di questa spinosa decisione? Nessuna tra le formazioni politiche, tanto meno tra quelle d’opposizione, ha alzato la voce contro una scelta che rischia di mettere in discussione gli accordi con cui nel 1958 venne dato vita al Norad (North American Aerospace Defence Command). L’ambasciatore Paul Cellucci ha espresso tutto il suo disappunto per la vicenda affermando: “Non riusciamo a comprendere il motivo per cui il Canada decida di rinunciare alla sua sovranità, preferendo non far nulla contro dei missili che potrebbero essere puntati sul suo territorio”.
Il ministro della Difesa canadese Bill Graham si è affrettato a rimuovere ogni dubbio riguardo i rapporti tra i giganti del Nord America, confermando la reciproca volontà di continuare una proficua collaborazione che si protrae da oltre due secoli. Le esternazioni di amicizia non hanno potuto far nulla per cancellare uno smacco che sembra porre un freno ai sogni di gloria dell’intellighenzia neoconservatrice e dell’industria bellica. A causa del rifiuto di Ottawa era sul punto di saltare anche una visita ufficiale del Segretario di Stato Condoleezza Rice, in un primo momento annullata ma poi ripristinata. Dal canto suo Bush ha sollecitato l’organizzazione di un incontro a tre con Martin e il capo di stato messicano Vicente Fox. Washington ha paura che le derive di quel bolivarismo antiamericano che sta infiammando il suo “cortile di casa”, giungano fino al confine settentrionale degli States. Naturalmente nessuno sospetta che il Liberal Party possa pensare ad una strategia comune con il Brasile di Lula o il Venezuela di Chavez, ma la posizione strategica e i pozzi di petrolio del Canada amplificano ogni minima tensione con l’ultima superpotenza rimasta, tanto più oggi che la Cina sta cercando di allargare la sua cerchia di fornitori di greggio.
La diplomazia canadese continua ad affrancarsi dalla politica estera dell’ingombrante vicino, sebbene un contrasto di tali proporzioni non sorgesse dai tempi della guerra in Vietnam. La nazione delle foglie d’acero, che nel 1945 poteva vantare il quarto esercito del globo per numero di effettivi, è assurta infatti sulla scena mondiale al ruolo di portabandiera della fazione delle “colombe”, spiccando tra i promotori dei trattati di non proliferazione nucleare. La sua vocazione “pacifista” è stata confermata durante i mesi precedenti l’invasione dell’Iraq nel marzo 2003, che hanno visto il Canada schierato al fianco di Francia, Russia e Germania nel tentativo di scongiurare i disastrosi effetti di una “guerra preventiva”. Ottawa però, insieme a Berlino, ha dimostrato di sostenere il principio secondo il quale la via militare è lecita solo come ultima istanza davanti al fallimento di tutte le “armi” diplomatiche, non per meri interessi contingenti, ma per una vera e propria tensione ideale. Parigi e Mosca, al contrario, hanno suscitato in molti il sospetto che la rigidità della loro posizione in merito alla crisi mediorientale fosse dovuta a calcoli strumentali ad una malcelata “volontà di potenza”, finalizzata ad imbrigliare l’Impero americano con la scusa di un multilateralismo sposato, solo momentaneamente, al cospetto di contingenze storiche sfavorevoli.
Le divergenze sorte tra l’ex colonia britannica e l’amministrazione Bush, circa le azioni da intraprendere nei confronti del regime di Saddam Hussein, non riguardano il solo rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle controversie tra gli stati, avendo un raggio ben più ampio che abbraccia la visione stessa del ruolo delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. Tuttavia il Canada si è arreso, a giochi fatti, alle richieste di finanziamento per la missione “Iraqi freedom” avanzate dagli Stati Uniti durante la Conferenza di Madrid del 23-24 ottobre 2003, donando circa 200 milioni di dollari, onde evitare di ritrovarsi esclusa dal business miliardario della ricostruzione. Nonostante ciò, sulle prime il Canada non è stato inserito nella lista iniziale dei sessantatre paesi eleggibili alla partecipazione delle gare d’appalto per il ripristino dei servizi petroliferi, l’addestramento dell’esercito iracheno e la riedificazione delle infrastrutture, sebbene poi rientrarvi in seconda battuta, grazie al fattivo contributo offerto nei giorni dell’attacco all’Afghanistan.
La tanto aspirata indipendenza da Washington, espone Ottawa a grossi rischi: l’80% delle esportazioni nazionali è rivolto verso gli Usa, con cui è in vigore l’area di libero scambio del Nafta. L’acquisto di enormi quantità di legname, gas e petrolio può costituire un valido strumento di pressione nei momenti di crisi. Ad un benessere diffuso, continua dunque a non corrispondere una politica estera degna di una potenza di rango. Il paese sembra essersi ripiegato su stesso, rinunciando ad avere sia obiettivi di lungo termine, che a mantenere un peso specifico consistente sulla bilancia del consesso delle nazioni. Ha infatti ridotto al minimo il suo impegno nei programmi umanitari e l’impiego di truppe nelle operazioni di peace keeping, preferendo investire fondi in un welfare state ammirato in tutto il mondo, ma che registra costi esorbitanti. Proprio questo è il dubbio che angoscia i politici canadesi. Continuare ad essere un laboratorio permanente di una società “kantiana” o ritornare a giocare sull’intricato scacchiere geopolitico?
(14 marzo 2005)