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LIBANO - Gli accordi di Doha, controversi ma utili alla causa
«Abbiamo dimostrato che la storica formula libanese né vincitori né vinti è l’unica che possa condurre in porto sicuro», con queste parole il segretario generale della Lega araba Amr Moussa ha commentato l’intesa raggiunta per la condivisione del potere tra i contendenti politici libanesi. I rappresentanti di Saad Hariri, leader dell’alleanza sunnita, di Walid Jumblatt, storico capo della componente drusa, dei cristiani Amin Gemayel e Samir Geagea, con gli emissari sciiti di Hezbollah e Amal, associati a quelli dell’ex generale Michel Aoun, si sono riuniti a Doha nel Qatar ed hanno messo nero su bianco ciò che gran parte della Cancellerie occidentali temevano: una pace sproporzionata verso il “nemico pubblico” Hezbollah. Ma la realtà è molto più complessa di quanto sembra apparire e il giudizio sull’accordo non dovrebbe essere così negativo. (segue...)

LIBANO - Il fragile equilibrio dell’unico stato multiconfessionale
«Ho scelto di difendere l’unità e la pace in Libano dall’opposizione, in maniera indipendente, per far pesare il ruolo della componente cristiana in una coalizione che altrimenti sarebbe troppo sbilanciata verso gli interessi sciiti, della Siria e dell’Iran». Così rispondeva il generale Michel Aoun durante la sua visita a Roma, nel giugno scorso, a quanti gli chiedevano per quale motivo volesse rompere l’unità politica dei cristiano-maroniti schierandosi al fianco di Hezbollah e Amal nel braccio di ferro con il governo Siniora. Lo stesso ha continuato a ripetere attraverso i suoi portavoce mentre incamerava una vittoria importante nell’elezione suppletiva della circoscrizione di Metn, svoltasi in agosto, dove il suo candidato Camille Khoury ha sconfitto nientedimeno che l’ex presidente Pierre Gemayel, esponente di spicco della coalizione anti-siriana del 14 marzo. (segue...)

RUSSIA - La Nato prende terreno, Mosca risponde col gas
Gli Stati Uniti ed il loro circolo di alleati europei si stanno impegnando a fondo nella ricerca di un ordine geopolitico e strategico nel vecchio continente. In questa ottica, il recente vertice Nato tenutosi a Bucarest ha gettato le basi per una futura adesione al Patto Atlantico di Ucraina e Georgia. Il presidente Bush, nel titanico sforzo di farsi ricordare dai libri di storia non solo per la guerra in Iraq e forse per dare un lustro finale al suo doppio mandato, ha inoltre strappato uno striminzito, ma tanto sospirato “sì” al governo Putin per l’installazione di un limitato sistema di difesa missilistica in territorio polacco e ceco. Il Cremlino da un lato può cantar vittoria per il mancato ingresso di Georgia ed Ucraina, dall’altra sa bene che l’allargamento di fatto è solo procrastinato. La Russia ora ha il tempo per elaborare una strategia più realistica e pragmatica per permetterle di accettare di “buon grado” l’uscita dei due Paesi ex sovietici dalla propria sfera di influenza. (segue...)

GERMANIA - Un modello alternativo di gestione dei flussi migratori
a cura di Gabriele Natalizia

Il XVII rapporto della Caritas/Migrantes ha registrato circa 28 milioni di extracomunitari sul territorio della Ue a ventisette membri. Il dato andrebbe decisamente corretto al rialzo, fino a 50 milioni, se venissero inclusi quanti, nel frattempo, hanno acquisito il diritto di cittadinanza. L’incidenza degli immigrati ammonta al 5,6 per cento della popolazione complessiva, con variazioni notevoli: lo 0,5 per cento in Romania e Bulgaria, tra il 4 e l’8 per cento negli Stati dell’Unione a quindici. Contrasti simili vengono riproposti anche a livello intra-nazionale: nel Regno Unito oltre un terzo degli stranieri vive nell’area metropolitana di Londra; in Francia il 40 per cento degli stranieri risiede nell’area di Parigi; in Spagna circa la metà degli immigrati si concentra tra Madrid e la Catalogna. In Italia, al contrario, è più marcata la diffusione territoriale e solo un quinto degli immigrati si è insediata nelle province di Roma e Milano.

Se le mete tradizionali delle migrazioni internazionali registrano un flusso stabile o in lieve flessione, come in Germania, i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come l’Italia e la Spagna, ne conoscono l’incremento. Le comunità più cospicue presenti in Gran Bretagna sono quelle provenienti dal subcontinente indiano (Pakistan, India e Bangladesh), che un tempo era stato il fiore all’occhiello dell’impero di Sua Maestà. In Francia e in Spagna i flussi migratori provengono, in buona parte, dall’Africa (Marocco, Algeria e Tunisia), quasi si trattasse di una sorta di eredità del rapporto coloniale che legava in passato il Maghreb ai due paesi. Madrid, inoltre, continua ad amministrare direttamente, ma con difficoltà sempre maggiori per i continui assalti subiti, l’arcipelago delle Canarie e le enclavi in territorio marocchino di Ceuta e Melilla. La Germania, infine, rappresenta la destinazione principale degli arrivi dalla ex-Jugoslavia, dai paesi dell’ex Patto di Varsavia e, storicamente, dalla Turchia. La Bundesrepublik ha recentemente censito 7,3 milioni di stranieri (tra cui 1,8 milioni di turchi e 560.000 jugoslavi) su 75 milioni di tedeschi, corrispondenti al 9% della popolazione complessiva. (segue...)

LA NUOVA RUSSIA NEL PENSIERO CRITICO DI ANDREY ILLARIONOV
La transizione del potere in Russia da Putin a Medvedev equivale a dire che Kalinin, per oltre vent’anni presidente del presidium del Soviet, sia stato più importante di Stalin, il dittatore che in quegli stessi anni è stato segretario del partito comunista sovietico. Non è una provocazione, ma il pensiero di Andrey Illarionov, personalità di spicco dell’emigrazione russa che, in dissenso con l’attuale leadership del Cremlino, ha preferito come luogo d’esilio il mondo degli istituti di ricerca statuinitensi alla ricchezza cool di Londra.

Illarionov ha fatto parte del gruppo di economisti liberali che ha cambiato la Russia, anche se il termine in politica russa è una sorte di maledizione. I primi liberali sono stati i vari Gaidar, con il quale Illaroniov ha lavorato nel periodo 1993-1994, Chubais, eminenza grigia delle privatizzazioni, e altri riformatori caduti in disgrazia dopo aver messo in atto politiche orientate al mercato, conquistando supporto all’estero, ma non in patria. Illarionov non fa eccezione. Anch’egli di San Pietroburgo, come tutta la squadra di quarantenni che Vladimir Putin si è portato al Cremlino, Illarionov si è occupato delle politiche per lo sviluppo economico per conto del presidente, mentre i vari Kudrin, ministro delle finanze e unico superstite fra i liberali dopo il rimpasto di governo di settembre 2007, Gref, ministro dell’economia e del commercio che sembra abbia avuto una buonuscita di un miliardo di euro, e Zurabov, ministro della salute e dello sviluppo sociale, hanno avuto modo di avere incarichi diretti di governo. Questa è stata la squadra che ha dato un input all’impressionante crescita economica della Russia (il Pil è raddoppiato dal 1998, come riconosce lo stesso Illarionov, anche se la produzione industriale nel 2007 in termini assoluti è stata inferiore a quella di inizio anni Novanta), che, però paragonata a quella degli altri stati post-sovietici, diventa imbarazzante in termini relativi. Da quando i siloviki, gli uomini degli apparati di sicurezza, hanno occupato la scena politica grazie a Putin, la Russia è cambiata e Illarionov, che non ha mai pienamente condiviso le loro politiche, ha deciso di rassegnare le dimissioni.
(segue...)



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