PAOLO BARNARD
Perchè ci odiano?
(Bur, 2006) - Dal titolo si intuisce già quale sia il tema, scottante, di questo libro. Paolo Barnard, già autore di diverse inchieste per conto di Report, indaga le ragioni del profondo risentimento che i popoli di mezzo mondo nutrono nei riguardi del cosiddetto “Occidente”. L’analisi è seria ed accurata; a differenza dell’ormai onnipresente filone dietrologico, dominato dalle congetture individuali, sono qui i documenti ufficiali a fornirci prove difficilmente confutabili. Interessante il capitolo intitolato “due pesi e due misure”, con i dettagliati resoconti della strategia statunitense in Centro America. Sconvolgenti i racconti delle stragi perpetrate ai danni dei civili. Un'altra parte del libro è dedicata al terrorismo israeliano, descritto e commentato da esperti imparziali o da fonti ebraiche. Non manca una critica, suffragata da interviste con autorevoli personalità, alle classi dirigenti arabe. Nel complesso, un lavoro completo ed esauriente, imperdibile per chi cerca invano la verità tra le righe dei quotidiani. (Francesco Tajani)

LUIGI BONANANTE
La guerra
(Editori Laterza, 1998) - Luigi Bonanate ci porta nel mondo della guerra. Lontano dai facili e perentori pacifismi, l'autore entra nella questione con una vivacità ed una lucidità storica e culturale sorprendenti, andando a rispondere alle più elementari domande sull’argomento, molto spesso dimenticate: Cos'è la guerra? Come la si fa? Perché la si fa? Rispolverando i grandi teorici delle relazioni internazionali, passando per gli artisti – musicisti, pittori e poeti - che hanno ispirato le loro opere a questo tema, fino ai più moderni autori, Bonanate compara le visioni realiste ed idealiste cercando di toccare ogni aspetto del tema trattato. E riesce, forse involontariamente, ad aprire gli occhi di chi crede che costruire la pace sia cosa possibile da un giorno all’altro, senza aver conosciuto il problema in modo approfondito, completo ed organico. (Alessandro Ricci)

GIOVANNA BORRADORI
Filosofia del terrore
(Editori Laterza, 2003) - Tra le macerie fumanti delle torri gemelle Habermas e Derrida aguzzano la vista e lasciano che sia la filosofia a dire la sua su di un evento che ha scosso l’Occidente. L’11 settembre infatti non è solo una data, ma un tragico rimando. Se sia anche l’inizio di una nuova epoca, una cesura della portata di Pearl Harbor, per Habermas sarà solo il corso degli eventi futuri, la “storia degli effetti”, a stabilirlo. Derrida è invece fermo nella convinzione che si tratti di un sintomo della sindrome auto-immunitaria di cui l’Occidente è affetto. Un trauma testimoniato da una sequela mediatica, un marchio a fuoco, l’ustione di un doppio crash trasmesso in una compulsiva ripetizione su cui la diagnosi cala implacabile: nel suicidio degli attentatori si è consumato anche quello di coloro che li hanno addestrati. Un tragico lascito della Guerra fredda che ci fa presagire il peggio. (Marco Politi)

ZBIGNIEW BRZEZINSKI
La Grande Scacchiera-il primato americano e i suoi imperativi geostrategici
(Longanesi, 1998) - Negli ultimi anni Serbia, Georgia e Ucraina sono state interessate da sedicenti rivoluzioni democratiche attivamente sostenute da Stati Uniti ed Unione Europea e fortemente avversate dalla Russia, mentre Bielorussia, Moldavia, Armenia e Kirgizistan sembrano avviarsi sulla stessa strada. Tutto previsto dal 1998: attraverso un’analisi geopolitica lucida e pragmatica, Zbigniew Brzezinski elenca gli imperativi geostrategici americani per garantire l’affermazione della propria egemonia in Eurasia e di conseguenza nel mondo. Rielaborando secondo le necessità geopolitiche di fine millennio la “bibbia” della geopolitica The Geographical Pivots of History, con cui Harold MacKinder nel 1904 elaborò la teoria dell’Heartland, Brzezinski individua i nuovi stati-pivot sui quali gli Usa devono acquisire un’influenza decisiva: Ucraina, Azerbajdžan, Corea del Sud, Turchia e Iran. Insomma, senza la visione messianica dei neocon, Brzezinski propone un’analisi dichiaratamente imperiale e ne fa una questione di pura e semplice sopravvivenza: la conclusione è che con la Cina e la Russia, principali competitori “terrestri” della “talassocrazia” americana nel core eurasiatico, nel lungo periodo lo scontro, sarà difficilmente evitabile. A meno che gli americani non riescano a far rientrare la Russia “imperiale” nei ranghi di uno stato nazionale e non riescano a contenere la Cina nel suo status di potenza puramente regionale, garantendosi così un trionfo definitivo. La partita è già iniziata. (Marco Giuli)

ENRICO CALAMAI
Niente asilo politico. Diplomazia, diritti umani e desaparecidos
(Feltrinelli, 2006) - Il diplomatico in servizio all’estero rappresenta il suo paese: interessi, obiettivi, cultura. Il diplomatico di un paese democratico è espressione dei valori democratici sui quali il suo Stato si fonda. Dal racconto di Enrico Calamai si comprende che questo, a volte, dal nostro paese è stato dimenticato. Calamai, in servizio presso il Consolato Generale d’Italia a Buenos Aires dal 1972 al 1977 è suo malgrado costretto ad assistere al radicale mutamento dell’assetto istituzionale. Per un periodo di qualche mese nel 1974 viene inviato a Santiago del Cile, poco dopo la presa del potere da parte del Generale Pinochet. Qui comincia la sua opera in favore dei perseguitati cileni, permettendo loro di rifugiarsi nell’Ambasciata d’Italia prima di prendere il volo per l’Europa. In questo caso racconta di aver avuto l’opinione pubblica e le istituzioni italiane dalla sua parte poiché la sorte toccata ad Allende aveva scosso il nostro paese. Diversamente, racconta, in Argentina. Troppi gli interessi italiani in quel paese, troppi i legami tra Chiesa, Governo italiano, Giunta militare argentina, Comunità italiana, imprenditoria italiana... Della lotta al comunismo, al terrorismo ed alla sovversione che la Alianza Argentina Anticomunista (Aaa) porta avanti con tutti i mezzi e con tutti gli strumenti di tortura, il mondo appare completamente disinteressato. Persino l’Urss non protesta...ha bisogno del grano argentino! Calamai spiega gli ostacoli che la Farnesina pone quotidianamente innanzi ad un giovane funzionario convinto di rappresentare un governo impegnato internazionalmente nella difesa dei diritti umani. Tante sono le vite che il giovane diplomatico riesce a salvare anche grazie alla complicità dell’inviato del Corriere della Sera, del rappresentante di un sindacato italiano e di suo fratello, giornalista in Italia. Richiamato a Roma nel 1977 Calamai è tormentato da un quesito legittimo: “Poteva andare diversamente?". (Eugenio Balsamo)

FRANCO CARDINI
La fatica della libertà
(Fazi Editore, 2006) - L’ultima fatica di Cardini si dimostra all’altezza dei precedenti lavori, proponendo una lucida ed accurata analisi dell’attuale situazione internazionale ed italiana. Oltre alla consueta abbondanza di nozioni e dati, supportata da un’ampia ed eterogenea bibliografia, nel testo sono presenti frequenti richiami alle vicende personali del professore fiorentino, la cui opera divulgativa è sovente ostracizzata da un pensiero conformista dietro il quale si celano ben più pericolosi interessi economici e politici. Imperdibili i brani dedicati alla confutazione delle più istintive tesi occidentaliste, non scevre da contraddizioni interne; di straordinario impatto emotivo l’elegia finale in onore di Giovanni Paolo II, miles pacificus. Cardini, una volta di più, si dimostra uno dei più attenti, lucidi e preparati intellettuali italiani; forse, è proprio qui da ricercare il motivo del silenzio mediatico sulla sua opera, di certo suscettibile di ampliare ed elevare il livello, attualmente modesto, del dibattito culturale nel nostro paese. (Francesco Tajani)

FRANCO CARDINI
Astrea e i Titani - Le lobbies americane alla conquista del mondo
(Editori Laterza, 2003) - Partendo dall’11 settembre e dalla consapevolezza che “nulla sarà più come prima” l’autore narra l’evoluzione e lo sviluppo della politica estera degli Usa. Sempre più aggressiva, sempre più unilaterale e sempre più espansionistica, svelandone i retroscena più inquietanti. L’attacco all’Afghanistan ed all’Iraq hanno avuto la loro teorizzazione nei palazzi del potere, occupati da un gruppo neoconservative, già riunito negli anni ‘90 intorno al think tank di nome Pnac. Ora tutto è uscito allo scoperto e Cardini, con uno stile semplice e scorrevole, passa al setaccio il team dei consiglieri di Bush e le loro idee. Kagan, Perle, Wolfowitz e le teorie sulla globalizzazione; Atene e Sparta; la guerra preventiva; la dottrina Monroe ed il fondamentalismo religioso protestante. E’ veramente la fine della Giustizia (Astrea) e la vittoria delle multinazionali e dei gruppi di potere che si stanno spartendo il mondo? (Maurizio Gentile)

FRANCO CARDINI, SERGIO VALZANIA
Le radici perdute dell’Europa
(Mondadori, 2006) - È possibile scrivere la storia con i “se” e con i “ma”? Gli autori di questo saggio rispondono con l’anticonformismo che connota da sempre il loro percorso. Per farlo hanno scelto due secoli di storia, dalla fine della Reconquista alla pace di Utrecht, testimoni del tentativo di Carlo V e dei suoi successori di dare applicazione pratica al concetto di monarchia universale. Fondata sulla fedeltà di diverse entità politiche e territoriali ad un medesimo potere e permeata dall’erasmiano concetto di Respublica cristiana, ha incarnato l’antitesi del modello assolutistico che si stava affermando nello stesso periodo in Francia ed Inghilterra e da cui deriva il concetto ottocentesco di stato-nazione. I filoni storiografici illuministi e anticattolici, prevalenti soprattutto nel mondo anglosassone, hanno a lungo taciuto gli orrori figli della vittoria del secondo modello, dalla disgregazione del continente europeo alle due guerre mondiali, creando parallelamente quella leggenda nera che per lungo tempo ha avvolto l’esperienza dell’impero sul quale non calava mai il sole. E qui emerge l’affascinante ipotesi del libro. Se l’esperienza di una compagine eterogenea come quella guidata dal sovrano di Gand, all’interno della quale le diverse identità locali godevano di un’autonomia arricchita dalla possibilità di partecipare ad un progetto più ampio, oggi l’Europa non si troverebbe costretta a ripercorrere a ritroso i passi compiuti nel XIX e nel XX secolo alla ricerca di quella perduta unità. (Gabriele Natalizia)

RAFFAELE CAZZOLA HOFMANN
L’Asia sulla strada del futuro: la Cina, l’India e le loro "sorelle"
(Mondadori, 2006) - Dal vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2003 a Cancun ai nostri giorni: in questo arco di tempo la Cina e l’India, e con loro le altre realtà dell’Asia sud-orientale, sono balzate in testa alle classifiche di crescita economica. E in parallelo il loro ruolo sulla scena politica internazionale, giocato tramite un’accorta strategia di accordi di cooperazione con i paesi dell’America Latina e dell’Africa, è lievitato fino a mettere in dubbio l’egemonia un tempo indiscussa dell’asse Stati Uniti-Europa. Raffaele Cazzola Hofmann, giornalista dell’Indipendente e studioso dei rapporti tra Nord e Sud del mondo, fa il punto dello “stato dell’arte” di queste nuove realtà, mettendone in luce soprattutto gli aspetti che più vengono lasciati nella penombra da un’informazione che, in Italia come nel resto d’Europa, tende a identificarle solo e soltanto come fonti di minaccia per i nostri commerci. Particolare attenzione viene perciò dedicata, con dovizia di dati e informazioni, alle luci e alle ombre dei processi di riforma politica in corso in Cina: “In una realtà nella quale lo Stato e il Partito sono la stessa cosa – questa la domanda da cui parte il ragionamento dell’autore -, o meglio il Partito è lo Stato, chi può garantire che, se i recenti cambiamenti in senso liberale apportati alla Costituzione mettessero a rischio gli assetti del potere, non si esiterà a ritornare alla situazione ex ante?”. Sul versante indiano viene sottolineato il nuovo ruolo geopolitico che Delhi sta giocando a livello regionale attraverso “una tattica accorta che, invece di volere tutto e subito, mira prima a fortificare la propria leadership nel contesto regionale per poi rivolgersi al resto del mondo con le spalle ben coperte”. Perciò Cazzola Hofmann analizza in particolare la nuova strategia di politica estera nel Sud-Est asiatico, ma senza dimenticare come l’India – alla pari peraltro della Cina – al fine di soddisfare le proprie esigenze di petrolio e gas si stia ramificando nel resto del mondo, soprattutto in Africa e in Russia. (Eugenio Balsamo)

NOAM CHOMSKY
Il bene comune
(Piemme, 2004) - Enormi disuguaglianze sociali, misfatti, menzogne, crescita di poteri e privilegi di pochi ricchi a dispetto della maggioranza dei cittadini sono gli elementi di cui si avvale la coscienza critica di Chomsky per smascherare i falsi miti della democrazia. Destituite di sostanza e ridotte a mero involucro del sistema imperante, le istituzioni democratiche vengono schiacciate da “tirannie private e illegittime, con radici intellettuali non dissimili dal fascismo e dal bolscevismo”: le corporation. Incremento del profitto a breve termine, negazione della capacità di accesso alle risorse culturali, regole dettate da chi possiede e controlla i media, uso di armi e bugie propagandistiche in nome di libertà ridicole rendono inattuabile una soluzione “rapida, totale ed efficiente”. Ogni giorno nelle cittadine del Massachusetts, nei villaggi autonomi dell’India, nei centri sociali dei Gesuiti in Colombia c’è chi continua a lottare per un “futuro che può essere cambiato”. Ma “non possiamo cambiare le cose finché non cominceremo quantomeno a capirle”. Creare strumenti e spazi per nuovi punti di vista e raccontare verità ai senza potere è la strada giusta per trasformare l’esistente e “costruire il bene comune”. (Giovanna Sfragasso)

JEFFREY ST. CLAIR, ALEXANDER COCKBURN
Il libro nero della polvere bianca
(Nuovi Mondi Media, 2005) - Un’inchiesta accurata per un problema scottante. Il rischio di cadere in una posticcia dietrologia evitato attraverso riferimenti a documenti ufficiali e testimonianze dirette. Un’indagine in piena regola, capace di mettere in luce la condotta immorale della Cia in varie aree del mondo. Questo libro ci dimostra come l’operato degli apparati di sicurezza statunitensi si sia distinto solo per un cieco perseguimento dell’inafferrabile “interesse nazionale”, svincolato da qualsiasi vincolo etico. A fare le spese di tali scelleratezze politiche, sono non solo gli abitanti di zone remote del pianeta, ma gli stessi cittadini americani, in special modo gli appartenenti alle classi più svantaggiate. Una lettura interessante, completa, su cui vale la pena riflettere: troppo facile tacciare gli autori di complottismo per sminuirne l’abilità investigativa. (Francesco Tajani)

MARCO COCHI
L’Ultimo Mondo
(Edizioni Kappa, 2006) - “L’Africa ha bisogno del resto del mondo quanto il resto del mon¬do ha bisogno di lei”. Un presupposto innovativo, quello proposto da Marco Cochi, alla base di un saggio che si propone di indagare il volto dimenticato di un continente scomodo. Uno strumento utile per conoscere ed indagare una terra di tutti e di nessuno, e per farlo da un’ottica diversa, guardando a queste savane smisurate senza l’arroganza pietistica tipica del mondo occidentale che troppo spesso pensa al continente nero come ad un pianeta a sé stante da salvare quando invece, propone costruttivamente l’autore, è solo uno dei tanti luoghi a cui va concesso di esprimere liberamente il proprio potenziale. Uno sguardo disincantato, penetrante ma mai populistico quello di Cochi che si sofferma sulle piaghe di una cospicua fetta di mondo per scandagliarne i problemi, le guerre, le risorse, i mali endemici e le potenzialità, dal Darfur all’Angola, fino alla Somalia, scorrendo il dito su cicatrici mai rimarginate che portano i segni di un colonialismo scellerato che ha depredato un popolo delle proprie ricchezze senza poi farsi carico della sua povertà. Ma ciononostante l’Africa di Cochi è un’Africa che conta, una terra sterminata che un domani saprà imporsi quale perno geostrategico essenziale per decidere le sorti di un mondo spaccato tra nord e sud, tra cristianesimo ed islam. (Barbara Carmignola)

ROBERTO CORAMUSI, GABRIELE NATALIZIA
Palestina, anno zero
(Edizioni Kappa, 2006) - Rivendicare la propria soggettività, distinguere il sé dall’altro da sé, è un diritto inalienabile di ogni popolo. Tracciare la linea che idealmente ci separa dall’altro è affermare la propria identità; trasformare il confine mentale in limes fisico significa circoscrivere i contorni di uno spazio vitale che si sente proprio. Per israeliani e palestinesi è l’essenza stessa dell’esistenza. Individuare e accettare questo “lembo di terra” rappresenta l’unica chance di pace per due popoli da sempre in attesa dell’ “anno zero”. Ombre e luci si alternano in un cielo che da decenni ha fatto piovere solo sangue e morte. Il raggio di sole timidamente comparso su questa terra dilaniata e divisa si è indebolito con l’uscita di scena di Yasser Arafat e l’elezione di Abu Mazen a presidente dell’Anp. Il sofferto ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, con cui il primo ministro Ariel Sharon ha rischiato un totale laceramento dell’opinione pubblica nazionale, colora il crepuscolo del mattino di nuove sfumature, illuminate da rinnovate speranze di pace. Ma non è ancora l’alba di un nuovo giorno. La malattia dell’ex “falco” Sharon, la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi, con la conseguente frattura apertasi nei confronti della comunità internazionale, e la crisi di Al Fatah, il partito che per quarant’anni ha portato avanti la guerra di liberazione e per tredici ha tentato di dar vita ad uno Stato palestinese autonomo, alterano le previsioni, oscurando improvvisamente il futuro geopolitico della regione. L’addensarsi o il diradarsi di nubi minacciose dipende dallo scioglimento di quei nodi che tengono in prigionia la storia della Terra Santa. Terrorismo, questione demografica, ritorno dei profughi, approvvigionamento di acqua, costruzione del muro e controllo delle frontiere sono le carte con cui il mondo si appresta a giocare l’ultima mano di una partita epocale. (Giovanna Sfragasso)

FRANCESCO CROCENZI
Onu: la sfida italiana
(Pagine/Nuove Idee, 2005) - Il saggio affronta il tema cruciale della riforma del Palazzo di Vetro per alimentare il dibattito sull’attualità di un’organizzazione nata alla fine del secondo conflitto mondiale in un panorama storico ed economico profondamente differente da quello odierno. L’autore, esperto in diritto finanziario internazionale, s’interroga sul significato dell’Onu ai nostri giorni, su che peso abbia e che ruolo giochi all’interno dello scacchiere politico del vecchio continente e della compagine di potenze aggregate attorno agli scranni di Bruxelles. Si delinea dunque, su questo scenario, la proposta di un seggio permanente per l’intera Unione Europea, scelta che la doterebbe di diritto di veto al pari degli altri componenti e che si rivelerebbe “più corretta, democratica e autenticamente federalista”. In questo caso tutti i membri dell’Unione potrebbero divenire contemporaneamente membri permanenti dell’Onu e per l’Italia si aprirebbe un utile varco nel panorama internazionale. Una scelta del genere, caldeggiata dal nostro stato, lascia ovviamente perplessi francesi ed inglesi che vedrebbero notevolmente ridimensionata la loro egemonia decisionale. (Barbara Carmignola)

MIKE DAVIS
Cronache dall’Impero
(Manifestolibri, 2004) - La radiografia di uno dei più acuti intellettuali della sinistra statunitense testimonia la gravità dello stato di salute della democrazia americana. Pagine di un’enciclopedia della metropoli postmoderna, in cui la cultura di massa registra le vertigini dell’immaginario collettivo, si susseguono a ritmo incalzante. Sul palcoscenico della modernità sono protagoniste le politiche di controllo, che in uno spazio urbano in preda al sempre nuovo, condizionano l’agire umano. Il flaneur, anima errante e spettatore distratto, scompare. L’appassionata adesione militante alla realtà e l’ispirazione di filosofi come Benjamin, Adorno e Foucault permettono all’autore la lettura di questo mondo in contraddizione. Dalla guerra imperiale voluta dal Pentagono ai nuovi conflitti sociali che scuotono la California, dalla demagogia xenofoba che ha determinato l’ascesa di Schwarzenegger ai nuovi modelli di sfruttamento: la superpotenza americana di Bush non lascia spazio ad un’alternativa. L’inefficienza democratica si palesa davanti al “fondamentalismo cristiano”, espressione del neoconservatorismo. Il capitalismo liberista firma la “grande muraglia del capitale”, la più estesa della storia, che separa alcuni paesi ricchi dalla maggioranza povera della terra. L’attesa è per il “giorno del giudizio”, che può manifestarsi anche solo “per caso”. (Giovanna Sfragasso)

MASSIMO D’ALEMA
Kosovo, gli Italiani e la guerra. Intervista di Federico Rampini
(Mondadori, 1999) - È utilissimo rileggere questa sorta di instant book per ripercorrere le difficoltà del travaglio per l’intervento in guerra dell’Italia, peraltro per la prima volta sotto la guida di un ex comunista, Massimo D’Alema. E Federico Rampini, firma di punta de La Repubblica, non fa sconti all’allora capo di governo, chiedendo conto di molte decisioni che sembravano inevitabili, ma che in realtà misero a nudo i limiti in politica estera dell’Italia e dell’Unione Europea. E così l’agile lettura affronta dapprima il percorso che ha portato al bombardamento NATO delle postazioni Serbe, il 24 marzo 1999, dopo che ogni tentativo diplomatico era fallito e le prime avvisaglie di scontri etnici erano state sottovalutate (Rampini non si dimentica di ricordare come la popolazione kosovara non abbia lesinato nella caccia ai serbi, forse anche in anticipo rispetto ai nemici). Poi si passa attraverso l’indispensabile domanda sul chi abbia vinto una guerra che si poteva evitare, ed è proprio in risposta a questa domanda che i due si sintonizzano sull’importanza di rilanciare con coraggio un progetto comune europeo ad ampio respiro (si parla di politica estera e di difesa comuni, anche se a 7 anni di distanza sembra di essere fermi al palo) con l’idea, allora come oggi, di dialogare ed includere i Balcani nel processo-sogno democratico europeo. E poiché le difficoltà di quell’area sono state messe in secondo piano solo dagli attacchi terroristici dell’11 settembre, l’avvio prossimo delle trattative per il futuro del Kosovo, uno stato autonomo nella Federazione di Serbia e Montenegro, insieme al referendum per l’indipendenza di Podgorica dovrebbero invitarci a ricollocare la nostra attenzione sull’altra sponda dell’adriatico. Anche attraverso testi come questo. (Valerio Fabbri)

MARCO D'ERAMO
Via dal vento. Viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti
(Manifestolibri, 2004) - Nome nuovo, vecchia realtà: il profondo Sud degli Stati Uniti, protagonista indiscusso della politica del Paese e asse portante della sua economia, lontano dai declinati stati industriali del Nord, dell’Est e del Midwest, non cessa di essere il “cuore di tenebra” dell’America. In apparenza contrapposto al Vecchio Sud rurale e povero, bigotto e razzista, il New South propone di sé un’immagine nuova, sostenuta però dai meccanismi di un vecchio gioco. Isolato dal resto del Paese e legato all’antico principio “uguali ma separati”, il profondo Sud si presenta come “caporalato postmoderno”, come terra in cui persiste lo “spirito di piantagione” e dove un “Leviatano ambientale”, la Tva, ha il potere di decidere le sorti di molti. Il New South resta imbrigliato nelle trame di un “microfanatismo in pantofole”, di un razzismo “radicato, profondo, sotterraneo”, di una povertà che “assume la sciatteria delle cartacce che sospinte dal vento volano sull’asfalto pieno di crepe”. Domina un senso profondo di ingiustizia, di sfruttamento, di inquinamento ambientale e morale, di corruzione politica e “basta attraversare un ponte per passare dal Terzo al Primo Mondo”. Il New South, ricordato per i canti soul afro-americani, resta una terra “mitica e ignorata”.(Giovanna Sfragasso)

ALFONSO DESIDERIO
Atlante geopolitico. Il giro del mondo in 20 crisi internazionali
(Editori Riuniti, 2003) - Conflitti di potere. Ragioni e dinamiche delle guerre globali. Evoluzione e contestualizzazione degli eventi. Pedine di cui si serve la moderna geopolitica per mettere sotto scacco la realtà internazionale. L’equilibrio democratico planetario è minacciato da venti crisi mondiali. Il viaggio di conoscenza, di comprensione e di riflessione offerto da Desiderio si dipana attraverso i conflitti territoriali, etnici e religiosi che agitano la Terra. Più di trenta cartine geopolitiche fanno da cornice ad un dipinto in fieri. Tratti rapidi e incisivi illuminano il volto disumano di molteplici realtà. Dai conflitti in Medio Oriente e nei Balcani alle guerre civili in Congo, Sudan e Colombia, dalla Turchia al Nepal, dall’Indonesia al Sud-est asiatico, dalla Birmania e il Triangolo d’oro alla Somalia e al Corno d’Africa. L’invito è a non lasciare nell’ombra chi ha sete di giustizia. (Giovanna Sfragasso)

OLIVIERO DILIBERTO
Vicino Oriente. Conversazione con Manuela Palermi
(Aliberti editore, 2005) - Da Centro del Mediterraneo a Sud d’Europa. L’Italia, fulcro degli equilibri del Mare Nostrum, ha gettato nel silenzio le armi della politica e si è allineata con chi sostituisce al rigore del diritto internazionale la legge brutale del più forte. La mancanza di una ferma volontà politica e di classi dirigenti dotate di grande determinazione impediscono al Paese di compiere scelte di pace, di dialogo e di cooperazione. Insieme agli stati del Vecchio Continente, l’Italia deve ritornare ad una politica estera “che governi i processi economici e non viceversa”, valorizzare il “ruolo di nuove potenze economiche, politiche, militari capaci di bilanciare la superpotenza statunitense” e impegnarsi a “non abbandonare i diseredati a forme di contrasto inefficaci e atroci, quali il terrorismo”. Primo obiettivo è mettere fine ad una guerra dettata solo da una politica di “controllo dei luoghi strategici del mondo e delle fonti di energia”. Il destino di Israele, Palestina, Iraq, Siria, Libano e di tutti i paesi arabi può essere cambiato. (Giovanna Sfragasso)

GERMANO DOTTORI, MASSIMO AMOROSI
La Nato dopo l’11 settembre
(Rubettino, 2004) - Nel crollo delle Torri Gemelle è rimasta schiacciata anche la Nato: lo sostengono Germano Dottori e Massimo Amorosi, due illustri politologi di cui dispone il Cemiss (Centro Militare di Studi Strategici), in un libro intitolato “La Nato dopo l’11 settembre. Stati Uniti ed Europa nell’epoca del terrorismo globale”. Nel tempo della guerra al terrore l’Alleanza Atlantica deve ripensare se stessa, proponendosi come capace garante della difesa dell’occidente nel mondo e utile “contenitore” della convergenza di interessi di Russia e Stati Uniti, paesi che necessitano entrambi di ordine e stabilità ai bordi della compagine euroasiatica. In bilico tra una concezione globale e regionale di se stessa, la Nato ha bisogno di ritrovare primariamente la sua natura, almeno formale, di alleanza tra pari e superare l’empasse delle lente misure di concertazione che sembrano agli occhi di alcuni stati mancare della giusta immediatezza, riservatezza e determinazione. Solo in questa maniera, rimarcano Amorosi e Dottori, l’organizzazione potrà essere un utile strumento contro un nemico transnazionale in cerca di consensi. (Barbara Carmignola)

GILBERTO DUPAS e AA.VV
América Latina a comienzos del siglo XXI. Perspectivas económicas, sociales y políticas
(Homo Sapiens Ediciones, 2005) - “Liberali e conservatori difendono i benefici derivanti dal processo di liberalizzazione e di deregolamentazione dei mercati, mentre una parte della sinistra comprende che è il cammino ineludibile del capitale”. Comincia così l’opera promossa dall’Istituto di Studi Economici e Internazionali di San Paolo del Brasile e realizzata da accademici di Brasile, Messico, Argentina e Stati Uniti. Partendo da una approfondita disamina delle vicende economiche, politiche e sociali dei principali paesi del subcontinente americano, viene accuratamente spiegato il cammino che essi stanno intraprendendo verso una più solida stabilità e le riforme economiche necessarie per lasciarsi alle spalle un passato di iperinflazione, violazione dei diritti civili e conflitti sociali. Lontano da impostazioni ideologiche, appare interessante, e basata su teorie economiche, la critica al neoliberismo che ha aumentato il divario tra le due principali fasce della popolazione latinoamericana. Un capitolo è dedicato ai rapporti tra Unione Europea e America Latina, dove le politiche europee vengono considerate valide solo teoricamente, essendo, secondo l’autrice, prive della giusta visione dei fattori temporali. Affascina la parte relativa al ruolo del latinoamerica nel gioco globale. Non è frequente leggere che fra gli attori principali del subcontinente nelle dinamiche globali vi sia quello che l’autore definisce “il gigante che dorme”: la totalità dei consumatori che possono con un acquisto esprimere il voto o il veto sul potere politico delle grandi imprese transnazionali. (Eugenio Balsamo)

MASSIMO FINI
La ragione aveva torto?
(Marsilio, 2003) - Illuminismo, Positivismo, Marxismo. Minimo comun denominatore, un’illimitata fiducia nel Progresso. Con argomentazioni inappuntabili, supportate da attendibili documentazioni storiche, Massimo Fini ci dimostra, quanto ed in che modo tale fiducia sia stata disattesa. La ragione aveva torto? Senza cadere in una nostalgica celebrazione dell’età dell’oro, attraverso un accurato confronto con la società industriale, la superiorità dell’ancien regime si rivela schiacciante. Demoliti numerosi luoghi comuni sulla società preindustriale (la fame, la disuguaglianza, l’analfabetismo) l’autore sottolinea le grandi criticità di quella odierna; la perdita del contatto con la natura, l’assenza di istituzioni solide e di rapporti umani, in un mondo in cui si ipoteca il presente nell’ossessione del futuro: “un tempo inesistente”. Confinato in una prigione di alienazione ed insoddisfazione, l’uomo moderno è ormai privo di identità, paralizzato dallo spettro di una morte a cui è impossibile sfuggire; ossessionato fino alla nevrosi dalla necessità del superfluo è condannato alla frustrazione dalla logica inarrestabile del Progresso e del Mercato. (Veronica Gorno)

MASSIMO FINI
Il vizio oscuro dell’Occidente
(Marsilio, 2002) - Viviamo nel migliore dei mondi possibili? Secondo gli anchorman dei talk-show che vanno per la maggiore e gli opinionisti di alcuni giornali, sembrerebbe di sì. L’autore di questo brillante pamphlet non è d’accordo. Attraverso l’analisi della degenerazione che ha colpito la struttura sociale ed economica della nostra civiltà, viene tratteggiato un quadro in cui impera il totalitarismo e l’individuo, svilito nel suo essere, è ridotto a semplice consumatore. “Pensare che l’uomo abbia un diritto alla felicità significa renderlo, ipso facto, infelice”. La ricerca spasmodica del “benessere” è ben esplicata nella metafora del levriero che insegue vanamente la lepre al cinodromo. Il nostro sistema però non si accontenta di imporre questo way of life ai suoi figli, ma desidera esportare in ogni angolo del mondo il suo modello. “L’altro da sé” non viene riconosciuto in nome del pensiero unico. Questo è il “vizio oscuro dell’Occidente”. (Gabriele Natalizia)

MASSIMO FINI
Sudditi
(Marsilio, 2004) - La nostra era è contraddistinta dal paradosso per cui la democrazia, indifferente alle tradizioni culturali diverse dalla nostra, si è trasformata nello strumento ipocrita di nuova colonizzazione dell’Occidente in declino. Dopo un lucido e feroce esame degli elementi peculiari della democrazia rappresentativa, liberale e borghese, il giudizio è desolante. L’uomo moderno è immerso in una realtà spersonalizzante, perché frustrato dal regime instaurato da minoranze organizzate in oligarchie politiche ed economiche, sorde alle sue esigenze più immediate, ai suoi problemi più veri. Il consenso procede dall’alto verso il basso, anziché dal basso verso l’alto. Il cittadino è incapace di incidere su qualsiasi decisione riguardi la sua vita. Le elezioni sono ridotte a mero rito di legittimazione. A Roma come a New York, a Kabul come nella Baghdad liberata, ci troviamo di fronte a masse spogliate di ogni reale potere. Sudditi. (Roberto Coramusi)

TED FISHMAN
Cina Spa
(Nuovi Mondi Media, 2005) - A differenza di molti dei saggi sulla Cina recentemente usciti in Italia, che hanno incontrato un vasto successo tra i lettori, questo testo non ci racconta degli sconvolgimenti sociali che stanno interessando il paese nel culmine del suo processo di trasformazione. L’attenzione dell’autore si appunta precipuamente sulle dinamiche economiche alla base dell’impetuoso sviluppo del Dragone, la cui analisi può risultare a tratti tediosa per i non addetti ai lavori. L’elemento di maggior interesse è senza dubbio costituito dai risvolti dell’ascesa cinese sui popoli di tutto il mondo, in particolare sui settori produttivi statunitensi. Il tono apocalittico circa le conseguenze della rinascita di Pechino accomuna questo saggio ad altri di recente edizione, che hanno però il merito di divulgare presso le passive opinioni pubbliche occidentali meccanismi in grado di incidere sul futuro di tutti i popoli della Terra. (Francesco Tajani)

ENRICO FRANCESCHINI
Russia. Istruzioni per l'uso
(Feltrinelli, 1998) - Questo libro è un interessante reportage su come le abitudini dei russi sono cambiate da quando la perestrojka e la glasnost’ di Gorbacev hanno accompagnato il declino dell’impero sovietico e visto nascere la prima Russia democratica. Franceschini è stato corrispondente per La Repubblica da Mosca per ben otto anni, proprio nel periodo di maggiore caos, ma anche di cambiamento, di innovazione, di avvicinamento verso l’occidente nei primi anni novanta. Partendo con un’aspirazione romantica e ambiziosa, il giornalista riesce a raccontare una Russia quotidiana, vera, a misura d’uomo, con debolezze e sentimenti comuni a tutti. Sì, perché nei vari capitoli, di agevole lettura, Franceschini lascia volutamente da parte i temi della grande politica, che fanno capolino solo sullo sfondo, e offre un’indagine a tutto tondo dei nuovi costumi e della realtà, accorciando le distanze fra la lontana ed indecifrabile Russia e noi. Certo, se è pur sempre difficile comprendere questo paese, oggi come ieri, questo libro ci avvicina perché regala preziose istruzioni per l’uso per vedere la nuova Russia, diventata uguale ad ogni paese del mondo per lo meno in un aspetto: l’importanza ed il potere dei soldi. (Valerio Fabbri)

FRANCIS FUKUYAMA
Esportare la democrazia. State-building e ordine mondiale nel XXI secolo
(Edizioni Lindau, 2005) - Il politologo Francis Fukuyama nel 1989 proclamò la fine della Storia. L’impero del male, rappresentato dal blocco sovietico, era caduto e la liberaldemocrazia poteva trionfare in tutto il mondo. Lo studioso analizza oggi nel suo ultimo libro un tema fondamentale: lo state bulding, la costruzione dei nuovi stati-nazione. Secondo Fukuyama una delle problematiche cruciali della politica internazionale del XXI secolo, è la creazione di nuove istituzioni di governo e il consolidamento di quelle già esistenti. Lo stato debole è la causa dei maggiori problemi che affliggono il mondo moderno: dalla povertà al terrorismo, dalle malattie alla droga. Sono minacce che non possono essere tollerate, se l’obiettivo comune è quello di costruire equilibri politici mondiali. Lo studioso afferma che sono gli stessi paesi arretrati ad essere la causa di alcuni dei problemi più preoccupanti del nostro millennio, essendo fonte di conflitti e di gravi violazioni di diritti umani. Controllare le istituzioni locali favorendo il processo di nation-building risulta fondamentale per garantire la sicurezza globale. Una statualità forte è necessaria per fronteggiare le minacce che mettono a repentaglio la stabilità internazionale. L’esportazione della democrazia diviene in questa prospettiva uno step necessario per salvaguardare il mondo dal caos. (Marcoflavio Giagnoni)

FRANCIS FUKUYAMA
America al bivio
(Edizioni Lindau, 2006) - Dopo il successo del 2005 con “Esportare la democrazia” e la teoria dello “State building”, il politologo Usa Francis Fukuyama, nel suo ultimo libro “America al bivio” affronta le incertezze che stanno dividendo la classe politica statunitense. Secondo l’autore, dopo i fatti dell’11 settembre per la società americana si apprestavano anni delicatissimi e le amministrazioni Usa avrebbero dovuto scindere i concetti di terrorismo e regimi islamici. Il terrorismo rappresenta senza dubbio un nemico che va combattuto sul campo, con ogni mezzo e senza compromessi, ma le varie forme di teocrazia presenti nel mondo arabo non rappresentano certo un pericolo per la consolidata democrazia statunitense. L’errore di Bush è stato quello di fondere questi due concetti, mettere sullo stesso piano la vittoria sul terrorismo e la costruzione di stati arabi democratici. Per Fukuyama la diffusione della democrazia modello Usa non è sicuramente un problema di sicurezza nazionale. Cercare di aprire determinati luoghi al mondo occidentale è stato per Fukuyama un errore imperdonabile. Non resta che andare avanti nella lotta al terrorismo internazionale, senza però aggredire gli stati islamici, ritenuti fiancheggiatori di metodi di governo lontani anni luce dalle società democratiche. (Marcoflavio Giagnoni)

ANTONIO GAMBINO
Esiste davvero il terrorismo?
(Fazi Editore, 2005) - L’arroganza collettiva di un Occidente che “può sbagliare ma non può peccare” ha prodotto nei secoli crimini e delitti. La nostra civiltà “ha scherzato col fuoco”. Le scelte in campo politico, militare ed economico, le bugie e le continue falsificazioni della realtà, l’appellarsi al passato “quando fa comodo” e il ritenere di poterlo cancellare “quando provoca imbarazzo” hanno accumulato violenze e sopraffazioni. Inevitabile la creazione di un serbatoio sotterraneo di sofferenza e di rancore da parte di coloro che “per secoli, ma nel fondo ancora oggi, abbiamo considerato i nostri ‘sottoposti’ ”. Il mondo musulmano si è risvegliato e, in risposta ad una storia di soggezione e umiliazione, si è reso artefice di un “male assoluto”. Difficile da definire con esattezza, il terrorismo ha il volto di una “variante della massa di indiscriminata violenza che ha sempre caratterizzato il nostro pianeta”. Ma con una differenza rispetto al passato: “per la prima volta siamo anche noi occidentali a soffrirne le sanguinose conseguenze”. Per un’inversione di tendenza, che abbia come obiettivo il dialogo e il reciproco e paritario riconoscimento tra civiltà, è necessario un riesame della nostra storia e dei metodi di ascesa dell’Occidente ad una posizione di dominio, la liberazione dall’etnocentrismo, dall’autoesaltazione e dall’autoassoluzione e la consapevolezza dell’assurdità dello slogan “guerra al terrorismo”. (Giovanna Sfragasso)

ANTONIO GAMBINO
Perché oggi non possiamo non dirci antiamericani. Colloquio con Marco Galeazzi
(Editori Riuniti, 2003) - La guerra in Vietnam mette fine alla luna di miele tra le due sponde dell’Atlantico. La mancata ricerca di un rinnovato equilibrio determina il progressivo dispiegarsi del fenomeno di “americanizzazione dell’America”. Attraverso il “sacrificio rituale” di Richard Nixon e il “bagno di purificazione” di Jimmy Carter, gli Stati Uniti approdano all’unilateralismo globale di Reagan: l’America cessa di essere, sia pure lontanamente, “figlia d’Europa”. Il multilateralismo di Bill Clinton dura “lo spazio di un mattino”. Emerge una nuova visione del mondo. La presunta superiorità in campo non solo politico e militare ma anche economico, sociale e morale si esplicita nella “dottrina Bush”, che cancella definitivamente il ruolo di “Stato tra gli Stati” dell’America e segna il trionfo indiscusso del global unilateralism. Il fenomeno del “pensiero unico”, lo shock delle Twin Towers, la crescente disinformazione, la debolezza dell’Europa e il “fattore Blair” sostengono l’invenzione americana degli Stati “canaglia”, contro i quali è legittimo e necessario l’attacco preventivo. Dal libico Gheddafi all’iraniano Kohmeini, dal siriano Assad al nord coreano Kim II Sung, fino a Saddam Hussein: Bush ha sempre avuto un “nemico numero uno” da cui difendere la nascita di un “impero americano”. Il suo nome oggi è Terrorismo. (Giovanna Sfragasso)

SAM HARRIS
La fina della fede
(Nuovi Mondi Media, 2006) - Un saggio irriverente, al limite della blasfemia. La tesi di fondo dell’autore, l’americano Sam Harris, è che i credi monoteisti siano forieri di immani catastrofi per l’umanità, alcune perpetratisi nel passato, altre in attesa di verificarsi in un futuro non troppo remoto. Al cristianesimo sono imputati due eventi di grande portata storica, quali l’Inquisizione e l’olocausto, posti in relazione con le Sacre Scritture. Nel presente inoltre, il fondamentalismo cristiano influenza vasti settori della politica negli Stati Uniti, come dimostrerebbero la legislazione in materia sessuale e quella concernente gli stupefacenti. Un intero capitolo è dedicato all’Islam, nei cui precetti il saggista individua una fonte di estremo pericolo per la sopravvivenza stessa dell’umanità. In particolare, sono estrapolati i brani del Corano riguardanti il rapporto con gli infedeli e l’apostasia. Il tono che permea tutto il libro è un misto di cinismo e sarcasmo, di certo inadeguato ad un dotto ragionamento teologico. Inoltre, la posizione dell’autore nell’attribuire alla religione la causa di tutti i mali che affliggono il nostro pianeta non sembra condivisibile. Una lettura comunque interessante, a prescindere dalle intime convinzioni di ciascun lettore. (Francesco Tajani)

JOHN HERSEY
Hiroshima. Il racconto di sei sopravvissuti
(Piemme, 2005) - L’immane tragedia che il 6 agosto di sessanta anni fa colpì Hiroshima è magistralmente raccontata nell’omonimo libro di John Hersey, in cui lo scrittore di origine cinese descrive ciò che accadde quel giorno e nei mesi a seguire, attraverso le vicende di sei sopravvissuti all’esplosione del terribile ordigno. “Hiroshima” è la puntuale descrizione degli eventi del giorno che segnò in maniera indelebile la storia. E’un libro che si legge tutto d’un fiato e che lascia sgomento il lettore ma che al tempo stesso fornisce ampi spunti di riflessione sulla più grande catastrofe che l'uomo abbia provocato. Il merito indiscusso di Hersey è di aver dato a una generazione di americani ed europei, che non riusciva neppure a immaginarli, i nomi, i volti, le storie di coloro che furono “marchiati” nel corpo e nell’anima dalla potenza di un’esplosione atomica. Come racconta l’autore nelle prime pagine del libro: “Quando il B-san, come i giapponesi erano soliti chiamare i bombardieri americani, alle ore 8, 15 minuti e 17 secondi si alleggerì del suo carico di poco più di 4000 chili si scatenò l’inferno…”. Da questo momento il capolavoro di Hersey diventa uno strumento insostituibile per comprendere cosa accadde veramente quel giorno a Hiroshima. (Marco Cochi)

SAMUEL P. HUNTINGTON
Who are we? America's great debate
(Simon and Schuster, 2004) - Gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 hanno condizionato la coscienza americana. Sulle ceneri del Ground Zero, si è andata rafforzando la concezione di una cultura nazionalista e conservatrice, un’esigenza scaturita dall’affermazione di riscatto e dal ritorno pressante all’ideologia del cosiddetto “sogno americano”. Si va diffondendo la percezione della pericolosità di nuove culture, un’operazione che ha visto i neo-conservatori ergersi a paladini in difesa della purezza made in Usa. Huntigton afferma che l’identità statunitense è costruita intorno al the creed, il credo secondo la superpotenza ha eretto la sua storia. La minaccia attuale proviene dai flussi migratori messicani e dall’eccessiva permeabilità della frontiera sud. Un’immigrazione indiscriminata che tende a mescolare due culture diametralmente opposte: quella ispanoamericana dei latinos e quella dell’individualismo anglo-protestante. La Cristianità, la lingua inglese, la rule of law, la responsabilità dei legislatori, i diritti dei singolo, sono tutti elementi spiccatamente wasp e cardini di quella che è la moderna società, ma tutto questo sta cedendo. Secondo l’autore il popolo americano è nettamente più religioso, individualista e operoso rispetto agli altri popoli dei paesi sviluppati. La sua maggiore preoccupazione sono le minoranze ispaniche che divengono sempre più consistenti negli Stati Uniti, risultando in alcuni Stati la maggioranza della popolazione. (Marcoflavio Giagnoni)

CHALMERS JOHNSON
Le lacrime dell'impero. L'apparato militare industriale, i servizi segreti e la fine del sogno americano
(Garzanti, 2005) - "Gli assassini suicidi dell'11 settembre non hanno attaccato gli Usa, ma hanno attaccato la politica estera americana". Così Chalmers Johnson, presidente del Japan Policy Research Institute, chiosava un articolo pubblicato sul quotidiano "The Nation" nel 2001. L'accademico di Berkeley non fece altro che riprendere la tesi sostenuta ne "Gli ultimi giorni dell'impero americano", in cui, diverso tempo prima dell'11 settembre, prevedeva i contraccolpi della politica estera di Washington. Nel suo ultimo libro "Le lacrime dell'impero", Johnson esamina, invece, il ruolo dell'apparato militare-industriale statunitense e le conseguenze del suo enorme potere sul nuovo ordine mondiale e sulla democrazia americana. Rifacendosi ai moniti contro il militarismo di George Washington e Dwight Eisenhower, Johnson ricostruisce l'espansione del sistema militare americano in patria e all'estero, con oltre 700 basi nel mondo, l'impressionante rete di servizi che lo sostiene, la crescita delle "forze speciali", l'infiltrarsi dei professionisti della guerra a tutti i livelli dell'amministrazione, il dilagare dei "segreti militari", la discutibile gestione dei budget per le spese militari. L'autore raccoglie la voce di chi teme che sotto la spinta della strategia missionaria propugnata da Bush, questa macchina militare possa sfuggire al controllo civile di Washington. Una posizione radicale che sta animando il discorso politico, trovando consensi anche a destra. Un allarme sulla profonda trasformazione che sta cambiando la natura dell'identità americana e rischia di condurre gli Usa verso la bancarotta economica e politica. (Marco Cochi)

ROBERT KAGAN
Il diritto di fare la guerra. Il potere americano e la crisi di legittimità
(Mondadori, 2004) - Uno “scisma filosofico” divide le due sponde dell’Atlantico. La diversa valutazione della natura delle attuali minacce globali e dei mezzi che servono per fronteggiarle determina una forte contrapposizione tra Europa e Stati Uniti. La disparità di giudizi trae origine non dallo scontro sull’opportunità di una guerra, quella in Iraq, ma da una diversa concezione di ordine mondiale. Europei ed americani vivono su “pianeti ideologicamente e strategicamente lontani” e si nutrono di un antagonismo che minaccia di indebolirli e di acuire la profonda spaccatura nata al termine della guerra fredda. Da una parte, il Vecchio Continente, “troppo debole per essere un alleato determinante e troppo sicuro di sé per rappresentare una potenziale vittima”; dall’altra gli Stati Uniti, colpiti da una crisi di legittimità e bisognosi di approvazione da parte del mondo democratico e liberale, l’Unione Europea. Il Vecchio Continente continua a sottovalutare la forza di chi attenta alla stabilità internazionale, gli Stati Uniti insistono nel voler affrontare da soli e con l’uso della forza le minacce globali: solo un’identità di vedute e una comune strategia di intervento possono garantire un ordine mondiale capace di arginare rischi e pericoli di dittature e terrorismo. (Giovanna Sfragasso)

GILLES KEPEL
Fitna, guerra nel cuore dell'Islam
(Editori Laterza, 2004) - La tensione tra due poli opposti, il jihad e la fitna, ha regolato il formarsi della società islamica nei quattordici secoli della sua storia. L’ordine nel mondo può essere attuato solo mediante uno sforzo collettivo portato avanti “con la spada e con il Libro”, per approfondire ed imporre la “pregnanza della norma religiosa”. Di contro però, il rischio concreto è quello di destabilizzare la Umma islamica e portare implosione e distruzione al suo interno. Dopo l’11 settembre, l’Islam più radicale ha lanciato il grande jihad, ma, superato il primo momento di entusiasmo per il colpo inferto all’America “arrogante”, le masse musulmane non lo hanno sostenuto, rafforzando quei regimi totalitari arabi verso cui il jihad è veramente rivolto. Gilles Kepel tratteggia un quadro complesso dell’Islam moderno ripercorrendo le fasi storiche della sua evoluzione ed intrecciando le diverse realtà islamiche di oggi con l’ideologia neocons che ispira la politica internazionale degli Stati Uniti. (Roberto Coramusi)

HENRY ALFRED KISSINGER
L’arte della diplomazia
(Sperling Paperback, 1994) - “I sistemi internazionali hanno vita precaria. Ogni “ordine mondiale” aspira all’eternità, ma in realtà gli elementi che lo compongono sono in flusso costante e la verità è che nel corso dei secoli la durata dei sistemi internazionali è continuamente diminuita”. Henry Kissinger parte da questo assunto per analizzare, con dovizia di particolari, la storia della diplomazia nell’era contemporanea. Il ruolo degli Stati Uniti d’America, i quali più di tutti hanno inciso dalla prima guerra mondiale nei rapporti tra le nazioni, viene sezionato accuratamente per capire da quali basi trae spunto l’odierno indirizzo della politica estera di Washington. Dalla raison d’etat del cardinale Richelieu, al concetto britannico di balance of power, passando per le teorie di Metternich e Bismarck, fino all’affermazione dei principi statunitensi nel XX secolo, l’approfondimento sull’idea di diplomazia è condito di aneddoti e riflessioni anche ironiche. Tra interventismo e disimpegno, tra concretezza ed idealismo, Kissinger tratteggia i contorni dell’atteggiamento ambivalente dei politici americani in campo diplomatico. (Roberto Coramusi)

NAOMI KLEIN
No logo. Economia Globale e nuova contestazione
(Baldini&Castaldi, 2001) - “Taking the aim at the brand bullies” (mirare alla tirannia dei marchi di fabbrica). È il sottotitolo con cui è uscito questo libro nella sua edizione inglese e riassume efficacemente il messaggio di quello che è ormai un cult per i movimenti dell’antagonismo mondiale. L’autrice ci invita a riflettere su come tutto quello che ci circonda sia stato mercificato in nome di una logica del profitto che non risparmia niente e nessuno. Nemmeno i suoi nemici. Il consumismo è ormai tanto vorace da “digerire” nel sistema di mercato anche i valori e i simboli che lo avversano. Al punto di degradare a mode trendy il crocifisso, lo yin e loyang confuciani, il simbolo della pace, le creste dei punk…Grazie alla globalizzazione si aprono nuove frontiere per guadagni crescenti: i pochi ricchi accumulano fortune inimmaginabili, mentre i poveri aumentano sia nei paesi arretrati che in quelli occidentali. Ma a tutto c’è un limite e in molti ne hanno preso coscienza. (Gabriele Natalizia)

EKKEHART KRIPPENDORFF
Critica della politica estera
(Fazi Editore, 2004) - Platone, nel IV libro della “Repubblica”, scrive che lo scopo del legislatore deve consistere nel realizzare il bene comune e non il benessere di pochi. Il filosofo greco pone dunque al comando di uno stato ideale la figura del filosofo-reggitore, un uomo che ami contemplare la verità nella sua interezza e che desideri raggiungere la sapienza in tutti i campi. Krippendorff auspicando il ritorno dell’etica nelle manovre di politica internazionale si riallaccia in parte, attraverso la morale kantiana, agli assunti del pensatore greco. Tra il 1624 e il 1642, nasce in Francia, con Richelieu, il primo stato territoriale costituito a tavolino con la violenza e l’inganno. La pace di Vestfalia del 1648 e la pratica di governo del braccio destro di Luigi XIII, possono essere considerati l’atto di nascita della politica estera da intendersi quale “forma di espressione e prassi patologica della sfera politica”, che subentra al buon governo. Per l’autore questa degenerazione nefasta coincide con la cosiddetta “politica dall’alto” ed è una non troppo lontana discendente dell’assunto machiavelliano della politica come dominio. (Barbara Carmignola)

ALBERTO LA VOLPE
Diario segreto di Nemer Hammad ambasciatore di Arafat in Italia
(Editori Riuniti, 2002) - Quando l’esperienza personale s’intreccia con gli eventi cruciali che determinano la storia del mondo una raccolta di appunti, all’apparenza semplice ed intima, si trasforma in un manuale dall’importanza didascalica. La bravura dello scrittore è rendere un racconto lungo più di cinquanta anni un dialogo franco ed incalzante con un amico qualsiasi, curioso però, quasi avido, nell’apprendere come la lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese sia parte determinante delle vicende planetarie ed italiane in particolare. Perché Nemer Hammad conosce l’Italia ed i politici italiani meglio dei nostri connazionali. Ripercorrere con lui la diaspora, la lotta, le vittorie e le sconfitte dei palestinesi, passando per la tragica piaga del terrorismo troppe volte confuso con la politica dell’Olp, è un contributo importante per riuscire a comprendere le ragioni di un conflitto che ancora oggi non ha trovato fine. Le pagine più dolorose per l’Ambasciatore dell’Anp sono quelle che raccontano il lavoro instancabile dei dirigenti di Al Fatah prima e dell’Olp poi, sempre a difendere la causa palestinese da strumentalizzazioni ed opposizioni feroci provenienti da Israele, dall’asse sovietico, dagli americani e di volta in volta dai vari paesi arabi. (Roberto Coramusi)

GIANCARLO LANNUTTI, ENNIO POLITO
Yasser Arafat. Una vita per la Palestina
(Edizioni Alegre, 2004) - Amava definirsi “uomo della storia”. Personaggio centrale della politica mediorientale e internazionale per oltre quarant’anni, simbolo della lotta all’autodeterminazione, Yasser Arafat ha indossato gli abiti di un vero e proprio statista, sia pure “l’unico senza Stato che si ricordi” nei secoli. Il suo nome è inciso nella memoria accanto a quello di cinque giganti, Roosevelt, Stalin, De Gaulle, Kennedy e Mao Tse Tung. Ma con una differenza. Non ha “mai compiuto gesti di oppressione verso i popoli”. Paragonato a Nelson Mandela, eroe vincente della lotta contro l’apartheid, “Mister Palestina”, con le sue “indubbie doti di politico, di dirigente, di mediatore, di comunicatore”, ha eroicamente combattuto per uno Stato autonomo e libero. La sua storia è la storia del suo popolo: dall’origine di Al Fath ai primi interventi armati, dagli accordi di Oslo all’assedio di Ramallah, fino agli ultimi giorni di vita. La morte non ha cancellato la sua immagine né il tempo oscurerà il percorso tracciato per realizzare un progetto, un sogno. Quello dell’uomo che aveva in una mano un “ramoscello d’ulivo” e nell’altra il “fucile del combattente per la libertà”. (Giovanna Sfragasso)

ANGELA LANO
Islam d’Italia
(Edizioni Paoline, 2005) - Il volume è un interessante mezzo di scandaglio della realtà composita interna alla religione islamica d’Italia, da nord a sud della penisola. Secondo l’autrice, l’Islam “italiano” può essere suddiviso in tre tipologie cui se ne affianca una quarta, radicale ed estremista. Una prima forma è quella “privata”, tipica dei credenti che limitano la frequenza in moschea al venerdì. C’è poi l’Islam “laico” di coloro che non frequentano i luoghi di culto ed i centri islamici, mantenendo con la religione di appartenenza soltanto un legame culturale. La terza ed ultima forma di Islam è quella dei credenti committed, impegnati a livello sociale, culturale e religioso. Sono fedeli praticanti che si ritengono aperti alla modernità e che tentano un’opera di re-interpretazione della shari'a e del diritto in accordo con i tempi e che hanno una concezione di jihad come “sforzo sulla via di Dio”, pur giustificando la guerra come risposta armata ad un’invasione. La quarta posizione, interna alla religione islamica, la più temuta, è quella animata da tendenze radicali, vicine a ideologie e pensieri di tipo salafita e wahhabita. L'Islam delineato dalla Lano non è però solo religione e fondamentalismo. E’ quotidianità raccontata dai suoi protagonisti, è amore verso la famiglia descritto dalle donne che la giornalista ha avvicinato e intervistato che narrano il loro modo di vivere la poligamia e i matrimoni misti. E’ infine anche racconto della conversione di alcuni italiani, perlopiù appartenenti ad ambienti di estrema destra o di estrema sinistra, che hanno aderito a questa religione avvertendola quale ultimo baluardo contro il decadere dei valori umani. (Barbara Carmignola)

STEPHEN LOVELL
Destinazione incerta. La Russia dal 1989
(EDT, 2008) - Dopo oltre un decennio di continui cambiamenti, che hanno portato prima alla “democrazia controllata” e poi al “capitalismo presidenziale” dell’era di Putin, la Russia sembra “vivere la fase successiva della sua storia senza procedere in nessuna direzione particolare”. Questa la conclusione a cui giunge, al termine di una rigorosa e documentata analisi, Stephen Lovell, ricercatore in Storia moderna europea al King's College di Londra, pubblicata nel primo volume della collana Storia globale del presente a metà strada tra il saggio storico e la divulgazione informata. Il paese ha ritrovato stabilità dopo il collasso del comunismo? Quale impatto hanno avuto sulla popolazione, a partire dal 1989, le riforme economiche, il potere della burocrazia statale, i confini dello stato? Si può considerare oggi la Russia una democrazia? E ancora, che volto ha assunto il rapporto, non sempre facile, con l'Occidente? Sono questi gli interrogativi a cui cerca di rispondere l’autore, analizzando puntualmente i cambiamenti che hanno interessato il paese dopo le profonde pressioni economiche dell’era post comunista, fino ad arrivare al quadro attuale, meno incerto del 1989 o del 1991, lontano dalle catastrofiche previsioni degli anni Novanta o dagli scenari teologici dei cosiddetti “transitologi”. Una riflessione, dunque, sull’attuale posizione della Russia nel quadro geopolitico del XXI secolo. (Giovanna Sfragasso)

FERDINANDO MAZZETTI
Il mistero Putin. L’uomo della provvidenza o del ritorno al passato?
(Boroli, 2003) - Ferdinando Mazzetti firma uno dei pochi libri italiani che si interroga sull’uomo del Cremlino. Corrispondente da Mosca e Pechino per Il Giornale, e da Tokyo per La Stampa, Mazzetti sfrutta la sua profonda conoscenza del mondo orientale e di politica internazionale per risolvere l’enigma Putin, l’ex ufficiale e capo del Kgb che è riuscito “ad infiltrarsi nel governo”, secondo una battuta attribuita a Putin stesso. L’analisi di Mazzetti è a 360 gradi: non solo rimproveri comunque per l’uomo di ferro, perché l’autore si sforza di comprenderne le ragioni. La successione a El’cin è coincisa con la necessità di porre un freno alle “piratizzazioni” del periodo post-sovietico, al caos giuridico, alla guerra in Cecenia; ma anche con il desiderio di restituire orgoglio all’identità russa ferita, di svincolarsi da una presa occidentale sempre più ingombrante e mai digerita, e di ricostruire un ruolo più consono alla Santa Madre Russia. L’11 settembre è raccontato dalla prospettiva russa, con particolari significativi e un analisi della attuale potenza militare e nucleare russa, decaduta ma sempre pericolosamente vivace. E’ un libro intenso e utile, che non lesina particolari nemmeno sulla vita privata del presidente russo. (Valerio Fabbri)

WALTER RUSSELL MEAD
Potere, terrore, pace e guerra
(Garzanti, 2004) - Mead offre una spiegazione riguardo l’intricato complesso di poteri, contropoteri, lobby e ideologie che influenzano e determinano le scelte di Washington in campo internazionale, catalizzando l’attenzione sul fattore economico. Il passaggio dal “capitalismo vittoriano” al fordismo, per arrivare al cosiddetto “capitalismo di fine millennio”, costituisce per l’autore il fil rouge che spiega le evoluzioni sociali e politiche che avvengono intorno a noi. Le trasformazioni sono descritte con tono distaccato, ma tradiscono un eccessivo fideismo nel mito del progresso quando vengono trattati i “lati oscuri” della globalizzazione. Il valore dell’opera si trova piuttosto nella disamina sulla distinzione tra hard power e soft power e su come dalla fine del secondo conflitto mondiale, nonostante la Casa Bianca abbia visto alternarsi inquilini di entrambi gli schieramenti, siano stati utilizzati per raggiungere il medesimo obiettivo: la realizzazione della “dottrina della convergenza armonica”. L’idea alla base di questa teoria è il connubio tra elevati standard di vita e l’aumento costante dei ritmi di produzione, che creerebbero le condizioni necessarie per l’affermazione della democrazia, la sconfitta delle superstizioni e il trionfo della cosiddetta Pax Americana. (Gabriele Natalizia)

YVES MENY, YVES SUREL
Populismo e democrazia
(Il Mulino, 2001) - Dalla Francia all’Olanda, dal Belgio all’Austria passando per la Svizzera e l’Italia, i paesi dell’Unione Europea hanno visto negli ultimi anni l’insorgenza di un nuovo fenomeno: l’affermazione di formazioni politiche populiste, talvolta identificabili come movimenti di estrema destra al di fuori dagli schemi tradizionali del panorama politico europeo, ansiosi di guadagnare il palcoscenico politico con provocazioni rumorose. I due politologi francesi Yves Mény e Yves Surel, con questo lavoro che vuole essere sia lucida analisi che preoccupato monito per il futuro, si chiedono cosa si celi dietro all’Europa che vota Le Pen, Haider o Bossi, intraprendendo uno studio della crisi della rappresentanza in Europa e individuando le cause in una mediatizzazione della politica che porta i mezzi di comunicazione di massa a sostituire sempre di più i partiti nel ruolo di mediazione fra masse ed élites. Verrebbero così alla ribalta i leader maggiormente in grado di stimolare l’elettorato più fragile ed escluso dai grandi processi di mondializzazione: gli immigrati, l’Europa, la corruzione, la disoccupazione e i partiti tradizionali diventano così nell’immaginario populista facce di una stessa medaglia, un “nemico” da abbattere per “rigenerare” una democrazia ormai perduta in una deriva tecnocratica in cui destra e sinistra sembrano sempre meno distinguibili.. (Marco Giuli)

ITALO MORETTI
In Sudamerica. Trent’anni di storie latinoamericane dalle dittature degli anni Settanta al difficile cammino verso la democrazia
(Sperling&Kupfer Editori, 2000) - Quello che si è consumato in Cile e in Argentina è stato “Un autentico genocidio, incoraggiato da troppe complicità e da troppi autorevoli silenzi”. Il dolore di questa ferita aperta chiede ora giustizia. Testimone di una vita divenuta tragedia, lo sguardo penetrante del giornalista Italo Moretti riporta alla luce una quotidianità fatta “di lotte e di speranze, di errori e di orrori, di viltà e di eroismi”, recuperando tracce di una memoria storica volutamente offuscata dalla Chiesa locale, dall’Unione Sovietica, dagli Stati Uniti e dall’Italia. Lì dove la manipolazione operata dai centri del potere aveva calato un velo di reticenze e ipocrisie, l’agile mano e l’appassionata mente di Moretti offrono agli occhi del mondo verità scottanti. Momenti della storia latinoamericana, il Cile di Allende, del golpe militare, della tirannia di Pinochet e della tanto sperata democrazia, l’Argentina del fallimento del peronismo e di una politica di sparizioni e torture, solo a distanza di decenni trovano la loro giusta collocazione umana e storica. (Giovanna Sfragasso)

NORMAN PODHORETZ
La quarta guerra mondiale
(Lindau, 2004) - "La grande battaglia in cui gli Stati Uniti sono stati coinvolti dopo l'11 settembre può essere compresa soltanto se la concepiamo come la quarta guerra mondiale. La mia speranza è che raccontare la storia da questa prospettiva servirà a dimostrare che la strada sulla quale ci siamo incamminati è la sola strada da seguire". Norman Podhoretz, storico direttore della rivista 'Commentary' ed oggi una delle anime del pensiero neoconservatore, non ha dubbi sulla bontà e sul valore storico della Dottrina Bush. Una strategia che, al pari di quella elaborata da Kennan e Truman negli anni '50, ha secondo Podhoretz tutte le carte in regola per portare gli Stati Uniti e il mondo occidentale alla vittoria contro l'islamismo radicale. Se la Dottrina Truman, infatti, ha gettato le basi per il successo nel terzo conflitto mondiale (la Guerra Fredda), oggi i precetti che guidano l'azione internazionale di Bush sono stati modellati per fronteggiare al meglio la quarta guerra mondiale, che è anche il titolo del saggio edito in Italia da Lindau. (Marco Cochi)

CHRISTIAN ROCCA
Contro l’Onu
(Edizioni Lindau, 2005) - Una visione abbastanza singolare sull’Organizzazione delle Nazioni Unite, è quella fornita nella sua ultima pubblicazione dall’inviato de “Il Foglio” negli States. “Un mondo senza l’Onu sarebbe un mondo migliore”: la frase iniziale del libro svela le riflessioni su “un’organizzazione che è ormai un ente inutile, anzi dannoso”. L’autore sostiene che lo spirito dei fondatori è stato tradito nel corso del tempo, sviluppando una politica fallimentare, che ha tralasciato i suoi principali obiettivi quali la pace e la sicurezza mondiale. Il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale sembrano i maggiori responsabili, due organi che in più di sessant’anni non si sono mai resi protagonisti nel difendere la stabilità globale. Il vero modello degli interventi multilaterali nel mondo dovrebbe essere la coalition of willings, la stessa alleanza bellicosa che sta fallendo in Iraq, ma che secondo Rocca negli ultimi anni ha dimostrato di saper ben operare. “Bisognerebbe prenderne atto, dirlo chiaramente, non sprecare tempo con riforme e alchimie istituzionali che non saranno mai approvate e che non cambieranno di una virgola la sostanza”, il futuro è solamente nella formidabile idea di un’alleanza tra le democrazie. Un pensiero che trova le sue radici nel retroterra culturale neoconservatore che sta profondamente modificando gli equilibri della politica internazionale. (Marcoflavio Giagnoni)

MANUELE RUZZU
Martiri per l’Irlanda. Bobby Sands e gli scioperi della fame
(Fratelli Frilli Editori, 2004) - Il 5 maggio 1981, nel carcere di Belfast, moriva Bobby Sands. Dopo sessantasei giorni di sciopero della fame, il leader della rivolta di Long Kesh, il ragazzo che a 18 anni era entrato nell’IRA per “andare a combattere il potere di un impero”, cessa la sua battaglia all’età di 27 anni. Manuele Ruzzu, descrivendo con documenti e foto la situazione dell’isola verde dai primi del ‘900 sino ai nostri giorni, narra con precisione, scorrevolezza e passione, la tormentata storia della lotta per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord. Lo fa partendo dai martiri, e più precisamente dagli hunger strikers, da coloro che si lasciano morire di fame per ottenere giustizia di fronte a torti subiti o per ottenere un confronto politico. Lo hunger striking è stato sempre fortemente radicato in Irlanda. L’autore, infatti, descrive sin dai tempi pre-cristiani la lunga storia degli scioperi della fame, narrando le vicende di James Connolly, che nel 1913 dopo il suo arresto si astenne dal cibo, di Thomas Ashe che morì nel 1916 ucciso dall’alimentazione forzata, passando per il fallimento dello sciopero del 1923, sino alla protesta del 1981. (Maurizio Gentile)

JEFFREY D. SACHS
La fine della povertà
(Mondadori, 2005) - L’economista nel suo ultimo libro The end of poverty propone soluzioni concrete riguardo alla povertà che affligge il Sud del mondo. Nella sua rigorosa disamina, elogiata dalla prefazione del leader degli U2 Bono, l’autore, che ha speso anni a studiare i paesi poveri, spiega come e perché, negli ultimi due secoli, la ricchezza non si è diffusa uniformemente nel pianeta. Nel richiamare le nazioni ad alto e medio reddito alle proprie responsabilità morali, Sachs, inviato speciale di Kofi Annan per il programma ‘Obiettivo del Millennio, ribadisce l'impegno sottoscritto di finanziare i piani del Palazzo di Vetro per dimezzare la povertà estrema entro il 2015 e cancellarla entro il 2025. Direttore dell'Earth Institute della Columbia University ed esperto internazionale della lotta all'iperinflazione e della transizione all'economia di mercato di paesi ex comunisti, Sachs, con un'analisi appassionata, affronta il problema della povertà estrema ripercorrendo le tappe fondamentali della sua esperienza sul campo in Bolivia, Polonia, Russia, India, Cina e Africa. (Marco Cochi)

SALVATORE SANTANGELO
Frammenti di un Mondo globale
(Pagine/Nuove idee, 2005) - “Frammenti di un mondo globale è un caleidoscopio, ma anche una lente attraverso cui leggere la pluralità degli aspetti del nostro tempo”. Dopo la fine della guerra fredda, con l’avvento dell’epoca della distrazione e della disattenzione gli Stati Uniti si sono imposti come unici attori sulla scena globale. Con l’11 settembre si è avuta la dimostrazione che esiste un altro protagonista globale: il terrorismo. Nel libro vengono analizzate le cause del risveglio del radicalismo islamico, rintracciabili in una ferma opposizione alla globalizzazione intesa come “tempesta culturale e mediatica” e non come fenomeno meramente economico. L’autore descrive inoltre il ritorno del conflitto come mezzo per raggiungere un “nuovo ordine mondiale”, la privatizzazione degli eserciti con l’utilizzo massiccio di mercenari, il ruolo chiave dell’intelligence nell’era dell’informatizzazione, i rischi della guerra asimmetrica e il ritorno del modello imperiale. Non solo quindi globalizzazione, ma anche e soprattutto Scenari, ovvero le ripercussioni di questo fenomeno sulla politica e sulla cultura. Si tratta di un libro che ovviamente non dà risposte certe, ma pone degli interrogativi a cui tutti noi dovremmo prestare più attenzione, poiché viviamo in un mondo in continua evoluzione in cui non esistono certezze: ed è essenziale essere consapevoli di ciò per poter meglio affrontare le sfide del futuro. (Alfonso Magliocco)

MARJANE SATRAPI
Persepolis
(Lizard, 2007) - Il romanzo della Satrapi, che è appena stato stampato in una nuova edizione per la Lizard in vista dell'imminente uscita in sala della trasposizione cinematografica, è probabilmente la più convincente rappresentazione della vita quotidiana in Iran. Con l'innocenza della giovane età, Marjane, figlia unica di un marxista e pronipote di uno degli ultimi imperatori iraniani, ci consegna una colorita testimonianza della storia del suo paese. Le contraddizioni tra la vita pubblica e quella privata, le enormi spinte repressive del regime fanno da sfondo all'adolescenza della protagonista. Il libro è il primo fumetto mai scritto in Iran. Persepolis è una graphic novel sull’Iran, ma è anche un romanzo di formazione in cui il processo di crescita della protagonista si intreccia con la cacciata dello Scià. Il libro ci racconta le mille sfaccettature della vita sociale e le piccole e grandi mutazioni della rivoluzione islamica. Il segno è scarno ed essenziale, eccetto quando la fantasia della giovane protagonista prende il sopravvento. Persepolis è la dimostrazione di come, al pari dei reportage di Sacco e Delisle, il fumetto può raccontare l'attualità in maniera esemplare. (Stefano Pelaggi)

FULVIO SCAGLIONE
La Russia è tornata
(Boroli Editore, 2005) - È un libro molto impegnativo e ben riuscito questo di Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana ed ex corrispondente da Mosca, che ha viaggiato in lungo e in largo nello spazio ex sovietico e soprattutto in Cecenia, oltre che nel Nagorno Karabakh, per documentare e raccontare le guerre che ancora perseguitano una nazione post-iperialistica in cerca di certezze. E di un ruolo, perché, come afferma egli stesso, “la Russia è tornata nell’agone politico e vuole farsi sentire.” L’impostazione del volume è agile e si concentra sull’era Putin, ma non si limita ad una analisi superficiale della sua politica. Infatti sin dal primo capitolo, Da Andropov a Putin: il Kgb all’assalto del Cremino, Scaglione va a rintracciare il percorso di un leader, e di una nazione, che è riuscito a restituire orgoglio e prestigio ad una nazione ferita e disorientata con quella che egli definisce autoritarismo benevolo, un modo di gestire la grande Russia che non dispiace ai suoi connazionali, dei quali interpreta i sentimenti nazionalistici e patriottici, l’orgoglio e soprattutto il desiderio di rivalsa sugli Stati Uniti, un sentimento che fa il paio con la sindrome da accerchiamento che accompagna Mosca ed i suoi leaders, non più il gendarme d’Europa, ma nemmeno il nemico d’oltre cortina. E con molta prudenza e documentazione molto attenta, Scaglione realizza un libro che dovrebbe essere lettura obbligata per chi si occupa dell’orso russo e non solo (il capitolo Russia e Iran: dalla bomba atomica alla bomba economica sembra anticipare i fatti di questi giorni). (Valerio Fabbri)

CARL SCHMITT
Teoria del partigiano
(Adelphi, 2005) - Chi è davvero il partigiano? è un combattente o un criminale? e – se combattente – quando egli diviene criminale? L’unica opera che dà una risposta esauriente a queste domande è proprio “Teoria del partigiano”, nella quale vengono riproposte due conferenze tenute dall’autore nel 1962. Il giurista tedesco, partendo da un’analisi storica di alcuni movimenti partigiani, delinea gli elementi identificativi (carattere politico, irregolarità, mobilità, difesa strenua del territorio contro l’invasore – c.d. carattere tellurico) di questo guerrigliero. Ma non si ferma certo qui: il partigiano, nel disegno schmittiano, è colui che integra e porta all’estremo il concetto di politico – fondatesi come noto sulla categoria amico/nemico – fino a snaturalo quando, rendendo l’inimicizia assoluta, il partigiano stesso ‹‹si identifica con l’aggressività assoluta di un’ideologia tecnicizzata o di una rivoluzione mondiale››. Il passo dal partigiano al terrorista – come sottolinea Volpi, autore della post-fazione – è breve, cosicché le riflessioni schmittiane appaiono imprescindibili per una possibile riconsiderazione – alla luce dell’oggi – della figura del terrorista. Egli rivolge la sua guerra non contro un nemico politico, ma contro l’infedele che – come tale – deve essere annientato in nome di valori più alti ‹‹per i quali notoriamente nessun prezzo è troppo alto››; siamo nel campo dell’inimicizia assoluta, nello scontro totale: il terrorista di oggi come il partigiano di ieri trascende – o ridisegna a sua volta? – il concetto stesso di politico. A questo punto lo studioso non può non porsi alcuni interrogativi; in particolare, il terrorista è sempre un criminale o può, talvolta, essere considerato combattente e, soprattutto, è il terrorista il cosmopartigiano cui fa riferimento Schmitt alla fine del libro? (Roberto Ravì Pinto)

JONATHAN SPENCE
Mao Zedong
(Fazi Editore, 2004) - Scritto da uno dei più illustri sinologi viventi, il libro è la biografia del “grande timoniere”, dalla sua nascita nel 1893 nella sperduta provincia dello Hunan,fino alla sua morte avvenuta a Pechino nel 1976. Passando per la “lunga marcia”,il “grande balzo” e la campagna dei “cento-fiori”, Spence, con uno stile asciutto, scarno ed essenziale, traccia un profilo dell’uomo che ha guidato la Cina per quasi trent’anni, senza mai analizzare troppo approfonditamente il suo pensiero politico, ma lasciandolo solamente intuire. Il quadro che ci viene offerto dall’autore, è pertanto una visione strettamente cronicistica della vita del piccolo contadino dell’Hunan. Dall’infanzia a Shaoshan, all’incontro con Li Dazhao che lo avvicina al pianeta comunista, il libro narra l’evoluzione della complessa e contraddittoria figura del leader cinese che raggiunge l’apice con la vera e propria ossessione del suo “libretto” e con il culto smisurato della propria personalità. (Maurizio Gentile)

ALEXANDER STILLE
Citizen Berlusconi. Vita e imprese
(Garzanti, 2006) - Alexander Stille, figlio dell’ex direttore del Corriere della Sera Ugo Stille emigrato negli Stati Uniti durante l’Italia fascista, insegna alla scuola di giornalismo della Columbia University di New York. E da quella posizione privilegiata si occupa della politica italiana, scrivendo anche su La Repubblica. Ma questo testo di quasi 500 pagine non è una raccolta di articoli o un semplice saggio, piuttosto una sorta di biografia professionale e politica dell’uomo che, volente o nolente, ha caratterizzato l’ultimo dodicennio della vita nazionale, pur essendo un peso massimo dietro le quinte sin dalla fine degli anni ’60. E questa attenta ricostruzione, che non lesina anche pettegolezzi e particolari privati di prima mano, basati su fonti ed esperienze dirette, merita un’appassionata lettura per la capacità di abbracciare tutti gli aspetti del Berlusconi politico, imprenditore, editore. Un piccolo tiranno, agli occhi di un americano, che sulla prima di copertina siede su un trono. Ma il testo non è un atto di accusa lunghissimo, bensì il tentativo di ricostruire con sufficiente oggettività il percorso di un uomo di successo, dotato di capacità incantatrici, ma anche di innegabile fiuto degli affari e lungimiranza, almeno su alcune questioni. Un libro che deve essere letto per provare a capire Mister B. (Valerio Fabbri)

MARCO TARCHI
Contro l'americanismo
(Laterza, 2004) - Una dura requisitoria, questa di Marco Tarchi, contro l’egemonia americana sul mondo. Lungi dall’essere un libro “antiamericano”, accusa attribuita aprioristicamente dai suoi detrattori, si tratta invece di un’accurata analisi degli strumenti utilizzati dallo “zio Sam” per conquistarsi il favore delle opinione pubbliche di tutto il mondo. Oltre ad un copioso utilizzo dei mass media nazionali, il potere americano si serve anche di quelli stranieri, in special modo europei, creando la nozione di Occidente per forgiare un sentimento di comunanza culturale nei cittadini del Vecchio Continente. Il nostro paese, ovviamente, non è immune dalle suggestioni dell’american way of life: emblematico è, a tal riguardo, il passo sui diversi americanismi, l’uno di destra, l’altro di sinistra, accomunati dall’idealizzazione del gigante a stelle e strisce quale modello da seguire. Un testo accurato e documentato, come consuetudine per gli scritti, politicamente scorretti, del professor Tarchi. (Francesco Tajani)

DAG TESSORE
La mistica della guerra. Spiritualità delle armi nel cristianesimo e nell’islam
(Fazi Editore, 2003) - Pensare, come molti fanno, soprattutto dal 2001, che l’Oriente e l’Occidente siano diametralmente opposti e del tutto inconciliabili, sulla base del contrasto tra cristianesimo ed islam in un inesorabile “scontro di civiltà”, è probabilmente sbagliato. Dag Tessore, giovane orientalista e studioso di storia della Chiesa, ci dimostra, mettendo a paragone i personaggi chiave dell’una e dell’altra religione, come in verità ci sia una visione di fondo conciliante e che nella guerra esse trovano una base spirituale comune. Parlare di guerra santa cristiana come del jihad islamico, potrebbe risultare, agli occhi di un lettore distratto, un forte controsenso distante dalla realtà dei nostri giorni. Questo libro rappresenta invece un passo iniziale per un riavvicinamento tra questi due mondi, che qualcuno vorrebbe contrapposti, ma che hanno in comune una sapienza e una visione delle cose e della storia che ai molti risulterà, non c’è alcun dubbio, sorprendente. (Alessandro Ricci)

TZVETAN TODOROV
Il nuovo disordine mondiale. Le riflessioni di un cittadino europeo
(Garzanti, 2003) - Dominato da interessi bassamente materiali camuffati dietro generosi propositi, da una guerra che è una “confessione di scacco”, il segno che tutte le vie politiche sono impraticabili, lo scenario geopolitico mondiale è in preda ad un “nuovo disordine”, inaugurato dall’11 settembre e dalla guerra in Iraq. Non più condannata a scegliere tra “imperialismo e impotenza” e abbandonate “le canzonature” dettate dall’aver preferito la via di Venere a quella di Marte, l’Europa ha la possibilità di un’alternativa: accettarsi come “potenza tranquilla”, come forza militare autonoma capace di difendersi dagli avversari e di aiutare gli alleati. Mantenendo la pace attraverso “l’equilibrio tra potenze”, nel ruolo di partner privilegiata degli Stati Uniti, l’Europa di domani ha il potere di evitare che un’unica incontrollata superpotenza gestisca la situazione geopolitica mondiale. La chance europea trova fondamento nei valori della tradizione, sulla scia di quanto tracciato da autorevoli personalità come Rousseau, Montesquieu, Tocqueville e Camus. Razionalità, giustizia, democrazia liberale, libertà individuale, laicismo, tolleranza sono gli elementi di cui il Vecchio Continente dispone per arrivare ad un punto di svolta e all’attuazione di una politica estera propria di una democrazia liberale. (Giovanna Sfragasso)

ELENA TREGUBOVA
I mutanti del Cremlino
(Piemme, 2005) - “E’ scampata miracolosamente a un attentato esplosivo la giornalista Elena Tregubova, autrice di un libro sugli affari meno noti del presidente Putin. In corso le indagini”: così recita la quarta di copertina del voluminoso libro della giovane Elena Tregubova (classe 1973), che racconta sé stessa e la sua vita di giornalista del Kommersant accredita al Cremlino e poi, come d’incanto, messa sotto il tiro degli ufficiali del KGB-siloviki che guidano il paese. La storia promette bene, in maniera discreta Elena crea subito confidenza con il lettore, suscitando un certo interesse ed anche curiosità per le sue letture dal di dentro. E l’entusiasmo dei suoi inizi, per lei 24enne con il becco morbido subito buttata nel pollaio più duro per il giornalismo russo, si trasforma presto in una sorta di verginità rivendicata, di correttezza, di ingenuità a prescindere che, alla lunga, prevale nel racconto. Il libro, infatti, è privo di un respiro politico che i presupposti lasciano immaginare, pur attraversando sia l’era El’cin che quella di Putin con più attenzione ai retroscena, spesso pettegolezzi, che ai veri disegni politici, esprimendo talvolta giudizi morali affrettati e definitivi, senza mezza termini. E alla lunga questo non giova al libro, perché se la cronaca degli eventi è dettagliata, e comunque narrata da un osservatorio privilegiato, d’altro canto si trasforma in una apologia di sé stessa, immune da errori e vittima di un complotto. Il successo fra i circoli liberali della capitale non l’hanno comunque risparmiata dal licenziamento dal prestigioso Kommersant, pur sempre di proprietà dell’anti-putiniano per eccellenza Berezovskij. (Valerio Fabbri)

GIUSEPPE VACCA
Il dilemma euroatlantico. Rapporto 2004 della Fondazione Istituto Gramsci sull’integrazione europea
(Edizioni Dedalo, 2004) - L’attuale divaricazione strategica transatlantica non nasce da vicende politiche contingenti. E’ conseguenza inevitabile dell’evoluzione del sistema internazionale dopo la guerra fredda. Le ragioni della crisi tra le due sponde dell’Atlantico non trovano origine nell’11 settembre, che “ha semmai portato in superficie, e fortemente esasperato, fattori di lenta divergenza preesistenti e ha liberato con forza eruttiva dinamiche già da tempo latenti”. Sono il diverso approccio verso il conflitto arabo-israeliano e verso le organizzazioni e i forum internazionali, lo squilibrio militare, le tensioni finanziarie e commerciali e le divergenti posizioni dell’opinione pubblica ad aver incrinato fortemente i rapporti tra Europa e Stati Uniti. La lucida e dettagliata analisi monografica delle relazioni geopolitiche, economiche e culturali tra i due paesi è arricchita da un monitoraggio critico in quattro rubriche sull’integrazione europea. L’attenzione è rivolta agli sviluppi istituzionali, con un riflessione sul percorso ad ostacoli della Costituzione europea, al contesto economico dell’allargamento, alla costruzione dello “spazio di libertà, sicurezza, giustizia”, alla politica estera e di difesa dell’Unione. (Giovanna Sfragasso)

DOMENICO VECCHIONI
Spie della seconda guerra mondiale
(Editoriale Olimpia, 2004) - L’ultima fatica editoriale di Domenico Vecchioni è un avvincente volume di 144 pagine da leggere tutto d’un fiato. L’autore, diplomatico di carriera, storico e saggista, nel raccontare le gesta delle “Spie della seconda guerra mondiale” evita accuratamente di dare alla sua prosa un taglio accademico, per far condividere al lettore quello stesso interesse che lo ha animato nel riscoprire i personaggi e nel tracciare i volti dei protagonisti della “piccola” storia che i manuali accademici non narrano. Con stile rapido tenta di mettere in rilievo un aspetto fondamentale: il mondo dell’intelligence non fa solo riferimento a storie morbose e vicende sgradevoli, ma è talvolta testimone di eroismo ed abnegazione. Questa realtà è divenuta col tempo cruciale ai fini della creazione di naturali egemonie ed equilibri politici. Alla luce dell’importanza che l’intelligence riveste nella politica estera di tutti i paesi, ripercorre le gesta dei predecessori dei moderni 007. La storia assume sfumature ed accenti solitamente difficili da cogliere, aprendo una diversa prospettiva a fatti a prima vista incontrovertibili, chiarendo dubbi soffocati sotto una coltre pluridecennale di silenzio. (Barbara Carmignola)

GORE VIDAL
La fine della libertà. Verso un nuovo totalitarismo?
(Fazi Editore, 2004) - La ricerca delle più profonde ragioni dell’attacco alle Torri Gemelle e della bomba ad Oklahoma City fa nascere una tra le più controverse opere di uno scrittore americano in controtendenza. Un filo rosso lega indissolubilmente i due tragici eventi. E’ il governo Usa, che “in svariate centinaia di guerre contro il comunismo, il terrorismo, il narcotraffico e a volte contro niente di speciale, tra Pearl Harbor e martedì 11 settembre 2001” ha sempre sferrato il primo colpo. “Ogni mese c’è un nuovo orribile nemico da attaccare prima che ci distrugga”. Una nube travolge il cielo della democrazia americana e oscura quelle libertà che hanno il loro fondamento costituzionale nel Bill of Right del 1721. Un nuovo totalitarismo avanza indisturbato. L’attentato ad Oklahoma City, conseguenza della strage compiuta dall’esercito e dall’Fbi contro i davidiani di Waco, non ha giustificazioni. Puntare però l’indice contro il colpevole Tim McVeigh non aggiunge tasselli alla lotta al terrorismo. Le ragioni del fenomeno vanno ricercate piuttosto nelle motivazioni latenti che ispirano atti di così inaudita violenza. (Giovanna Sfragasso)

FRANCESCO VIGNARCA
Mercenari S.p.a.
(Bur Futuropassato, 2004) - Il concetto di guerra cambia e la “rivoluzione privatizzatrice” fornisce modelli, logica e legittimazione all’entrata del mercato in settori precedentemente di esclusivo dominio pubblico e statale. “Simbolo e risultato” delle trasformazioni della postmodernità, le Private Military Firmes, dalla vecchia Vinnel Corporation alla più recente DynCorp, dall’israeliana Silver Shadow alle francesi Abac, Ogs e Phl, per arrivare alla tentacolare Executive Outcomes estesa in tutta l’Africa, si impongono nello scacchiere geopolitico mondiale. Privatizzazione, liberismo economico e tendenza all’omologazione politica e culturale alimentano la “fornitura privata di competenze militari” attraverso “attori economici e commerciali” che si sostituiscono alla tradizionale figura del mercenario. In sintonia con i meccanismi della guerra e della sicurezza, i nuovi protagonisti sferrano attacchi all’interno del campo di battaglia della guerra globale. Non hanno bisogno di un ordine politico per sopravvivere, “anzi, riescono a nascere e a legarsi meglio a territori, culture e persone nella confusione sociale che la globalizzazione sta spingendo”. Difficile da definire per la sua complessità e “disomogeneità di fondo”, il fenomeno si espande incontrastato. (Giovanna Sfragasso)

LUCIANO VIOLANTE
Un Mondo asimmetrico. Europa, Stati Uniti, Islam
(Einaudi, 2003) - Il termine della guerra fredda e la caduta dell’URSS determinano la fine della contrapposizione tra comunismo e capitalismo. L’ “equilibrio del terrore” tra paesi del blocco occidentale e paesi del blocco sovietico si infrange: la potenza degli Usa, priva del suo antagonista, trionfa indiscussa. L’amministrazione americana abbandona il vecchio bipolarismo traducendolo nel multipolarismo “volenteroso” di Clinton. Una crosta di apparenze ingannevoli cela preoccupanti asimmetrie. La vittoria di Bush segna il passaggio ad un unilateralismo senza mediazioni. La guerra preventiva in Iraq, “festival di ipocrisie” nelle sue motivazioni e “premessa di un nuovo, pericoloso imperialismo”, segna il discrimine tra vecchio e nuovo ordine internazionale. Usa e rete terroristica si fronteggiano. Campo di battaglia: il mondo. L’Europa in questo nuovo bipolarismo asimmetrico, stenta a riconoscere il suo ruolo: farsi portatrice di un ordine mondiale fondato sulla pace e sulla cooperazione, in cui la democrazia non venga considerata “una suppellettile che si usa e si ripone a piacimento”. Primo obiettivo, intendere la globalizzazione non solo come sviluppo di mercato e informazione ma anche come affermazione di diritti umani e giustizia sociale, senza distinzione tra paesi ricchi e poveri. (Giovanna Sfragasso)

GIOVANNA ZINCONE (a cura di)
Familismo legale. Come (non) diventare italiani
(Laterza, 2006) - In un periodo in cui si discute sul ruolo dei parlamentari eletti all’estero, di supposti brogli, gli autori cercano di dare una risposta a chi si chiede chi sono ma soprattutto come “nascono” gli italiani all’estero. Una proposta editoriale, però, che segue un’analisi efficacemente diversa, mettendo cioè a confronto la difficile condizione degli immigrati con quella fortunata dei discendenti dei nostri espatriati. A tal fine, Giovanna Zincone ricorrendo alla formula Due pesi e due misure spiega le difficoltà di chi, sebbene perfettamente integrato nel nostro paese, affronta gli ostacoli legislativi che lo separano dallo status di cittadino. Al riguardo la particolarità italiana viene esposta in combinazione ad una ricognizione sulle politiche adottate in altri paesi europei, risultando il metodo nostrano più legato al passato che in linea con le nuove necessità e tendenze del villaggio globale. Ma sono politiche che vengono da lontano e così Guido Tintori illustra l’approccio dei policy maker dell’Italia liberale e fascista, offrendo interessanti approfondimenti storici e politici di un’epoca italiana in cui la massa degli espatriati poneva già il dubbio tra peso o opportunità. Si procede riportando anche estratti del pensiero di chi era chiamato a proporre soluzioni tecniche e politiche. Successivamente, con Gerardo Gallo e Tintori, si spiega come si diventa italiani, quali le modalità e quali i problemi, con una parentesi statistica che fa comprendere anche la non totale perfezione di un sistema che, soprattutto a partire dai fatti argentini di inizio secolo, si è trovato a vivere momenti di disagio operativo. In conclusione, l’opera si propone come valido strumento per chi lavora nel raccordo tra l’una e l’altra Italia ed al tempo stesso come case study per gli studiosi di scienza politica. Ad ogni modo per il lettore sarà inevitabile quanto utile essere accompagnati nella riflessione circa il trattamento delle due categorie di aspiranti italiani, nel viaggio tra ius sanguinis, ius conubii e ius domicilii. (Eugenio Balsamo)