Le sfide future della Cina

La Repubblica Popolare Cinese (RPC), nata nel 1949 dalla frattura rivoluzionaria compiuta dal Partito Comunista Cinese (PCC), è oggi la seconda potenza economica del mondo con un Prodotto Interno Lordo (PIL) di 11 mila miliardi di dollari. Si stima che la crescita annua media tra il 1980 e il 2016 del PIL cinese ammonti a 9,64 %, con un picco storico nel 1984 del 15,2 %. Con, inoltre, una popolazione di quasi 1,375 miliardi di persone, un tasso di disoccupazione, nel 2015, del 4 %, una bilancia dei pagamenti in positivo per 293 miliardi di dollari, la RPC è oggi un gigante economico, demografico e politico.

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Le sfide economiche e finanziarie

La sfida principale è sulla crescita. La ristrutturazione del sistema economico in atto è disseminata di ostacoli e dubbi. L’approvazione del XIII piano quinquennale nel marzo 2016 ha prefissato degli obiettivi da raggiungere nel corso del prossimo quinquennio, ma ha anche gettato le basi di quello che dovrà essere lo sviluppo cinese di lungo termine (orizzonti 2021 e 2049). La percezione, però, è che la Cina, per raggiungere gli obiettivi preposti, possa perdere proprio il terreno su cui aveva scommesso e vinto 40 anni fa, quello delle esportazioni e del lavoro a basso costo. Con il “New normal” e gli aumenti degli stipendi, gli investimenti si allontaneranno e le imprese delocalizzeranno, la crescita rallenterà per poi assestarsi. Il passaggio da un modello export-led ad uno consumption-led è, infatti, lento e rischioso e implica una modernizzazione istituzionale e politica che il PCC potrebbe non volere.

Un altro ambito in cui la RPC dovrà dimostrare maggiore presenza è quello finanziario. È il generale Qiao, autore del celebre “Guerre senza limiti” e voce autorevole del pensiero strategico cinese, ad individuare la finanza internazionale come il banco di prova per la RPC. In una rapida digressione storica, il generale individua il 1971, l’anno della dismissione del gold standard sancito 27 anni prima a Bretton Woods, come il reale turning point della storia economica mondiale. Abbandonando la convertibilità aurea del dollaro e potendo apprezzare e deprezzare la propria valuta liberamente, gli USA avrebbero costruito la propria supremazia, gestendo a proprio piacimento i flussi di capitali mondiali, ancorati alla propria moneta fluttuante attraverso diversi accordi (Accordi del Plaza, c.d. Bretton Woods II etc.). In particolare, gli USA, essendo denominata la maggior parte degli scambi mondiali in dollari e, in particolare, quelli del petrolio (petro-dollari), hanno avuto la possibilità di rifinanziare il proprio debito a tassi di interesse molto bassi.

 

Dopo l’inserimento dello yuan tra le valute di riserva (prima) e nel paniere dei DSP (dopo) da parte del FMI, la Cina dovrà riuscire a far denominare un numero sempre maggiore di scambi in renminbi, ma incontra alcuni ostacoli su questo percorso (Lee, 2016):

  • Un mercato finanziario non sviluppato che non riesce ad attrarre lo stesso volume di investimenti di quello americano.
  • La scarsa credibilità cinese in campo politico e militare rispetto a quella degli Stati Uniti.
  • Il tempo e gli sforzi necessari per l’internazionalizzazione di una moneta.
  • La necessità di raggiungere un accordo con Washington per ridurre la resistenza americana all’affermazione dello yuan.

In quest’ottica si possono leggere gli innumerevoli progetti di collegamento fisico e non che il governo cinese, attraverso la propria politica estera e le proprie SOE o SCE, sta portando avanti. Per esempio le nuove alleanze di natura regionale o inter-regionale di cui la Cina si è fatta promotrice, prima tra tutti la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e la New Development Bank (NDB) la c.d “banca dei BRICS”.

Le sfide geopolitiche e strategiche

Figura 2. La prospettiva geografica cinese

Fonte: FRIEDMAN G. & SHAPIRO J. L, 2017

La sfida economico-finanziaria pone, quindi, implicite sfide geopolitiche. La Cina, infatti, per internazionalizzare la propria moneta dovrà portare i propri prodotti e il proprio capitale (fisico e umano) nei mercati mondiali. Per farlo avrà bisogno di una rete di alleanze e collegamenti strategici, un piano Marshall cinese, con cui presidiare il globo.

Attriti geopolitici, quindi, potrebbe derivare dalla strategia della Cina per le isole del Mar Cinese Meridionale e Orientale e dai molti progetti cinesi attivi nel mondo.  Le rivendicazioni cinesi nel Mare meridionale ricco di isole che, se in mano straniera, potrebbero compromettere il traffico navale e la sicurezza dell’Heartland cinese (e far perdere alla Cina un’importante risorsa di pesca ed energia) cozzano con gli interessi strategici delle medie potenze vicine. Il progetto del c.d. canale “anti-Panama”, proposto ma bloccato ad uno stadio iniziale per problemi finanziari dell’azienda è un esempio dell’ampio respiro del disegno geopolitico cinese. Appena inaugurato è, invece, l’oleodotto che collega Cina e Myanmar che porterà il petrolio al dragone cinese senza passare per il dedalo di “choke points” del Sud Est asiatico, e in particolare dello Stretto di Malacca. I progetti cinesi nel continente africano legano i paesi e le classi politiche africane al consenso e agli IDE cinesi.

 

Le nuove vie della seta

Figura 3. Le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale


Fonte: www.thesouthchinasea.org

A rappresentare al meglio il nuovo orientamento economico e strategico della RPC è il progetto delle “Nuove Vie della Seta”. Per sfuggire al “contenimento” (c’è chi lo definirebbe “congagement”, crasi del più classico “containment” e dell’amichevole “engagement”) della propria potenza da parte delle medie e super (il Giappone) potenze regionali e degli USA, la Cina ha pensato di fare appello ai suoi nuovi (e ai potenziali) alleati con un ambizioso progetto di infrastrutture, lanciato con il motto di “One Belt, One Road” (OBOR). Il piano è costituito da due direttrici, una terrestre ed una marittima. Nel suo insieme il progetto OBOR dovrebbe collegare paesi che coprono insieme circa il 55% del PIL mondiale, il 70 % della popolazione e il 75 % delle riserve energetiche fino ad ora conosciute.

 

In merito alle direttrici scelte per il nuovo progetto, Qiao (2015, p. 202) ha affermato: “Qualcuno potrà obiettare che solitamente il contenimento di un rivale si fa nella sua stessa direzione, ma il modo più efficace per rispondere al perno asiatico è andare nella direzione opposta. Ovvero muoversi verso Occidente. Non per evitare il confronto, né per paura. Quanto per allentare la pressione esercitata su di noi a Oriente”. A 100 giorni dall’insediamento del nuovo presidente, Donald Trump, sono ancora da saggiare i reali propositi strategici del nuovo inquilino di Washington per il Pacific Rim, ma sembra ardua una prospettiva di conciliazione con il gigante cinese. A fungere da merce di scambio potrebbe essere la Nord Corea ma questo dipenderà dalla capacità e dalle volontà delle due dirigenze.