La crisi tra Arabia Saudita e Qatar nel risiko energetico mondiale

La rottura delle relazioni diplomatiche tra Qatar, da un lato, e Arabia Saudita, insieme ad altri cinque Paesi, dall’altro lato, pone l’attenzione sulle possibili conseguenze della crisi sul mercato petrolifero e su quello del gas naturale. Doha, infatti, è un Paese membro dell’Opec nonché principale esportatore al mondo di gas naturale liquefatto (Gnl). Con l’Italia, che dipende per il 9% dalle forniture che provengono dal Qatar, spettatrice interessata.

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 La decisione dell’Arabia Saudita di interrompere le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusato, in particolare, di avere un rapporto troppo stretto con l’Iran e di essere uno dei principali finanziatori del terrorismo islamico, sembra al momento non avere avuto alcuna seria ripercussione sul piano energetico. Ma qualora la tensione dovesse acuirsi o, comunque, durare nel tempo, allora potrebbe essere il settore del gas naturale a pagarne le conseguenze più importanti, soprattutto dal punto di vista dei trasporti via mare.

Nessun impatto immediato sul mercato petrolifero

Storicamente, una crisi di simile portata in Medio Oriente avrebbe comportato conseguenze negative per il settore petrolifero. All’indomani della rottura dei rapporti tra Doha e Riad, invece, il prezzo del petrolio sembra non avere risentito minimamente delle tensioni tra i due Paesi. Ciò è dovuto principalmente all’eccesso di produzione che ha caratterizzato gli anni passati (e che sta alla base degli accordi in sede Opec per la riduzione della produzione) nonché all’aumento della produzione di shale oil da parte degli Stati Uniti, i quali hanno resistito ai numerosi tentativi, falliti, dei Paesi membri dell’Opec di estromettere i produttori americani mantenendo basso a lungo il prezzo del petrolio.

Una crisi in ambito Opec ?

Sia il Qatar che l’Arabia Saudita sono entrambi Paesi membri dell’Opec. Secondo alcuni osservatori, quindi, le tensioni tra i due Paesi potrebbero portare ad una rottura degli accordi presi a ottobre 2016 e a maggio 2017 per la riduzione della produzione di petrolio, con una conseguente diminuzione del prezzo del barile. Un simile scenario appare però inverosimile. Tale mossa, infatti, spetterebbe al Qatar (e non all’Arabia Saudita e neppure agli Emirati Arabi, altro Paese membro dell’Opec che ha seguito Riad sulla via della rottura delle relazioni diplomatiche), Paese che però occupa un ruolo di scarso rilievo all’interno dell’Organizzazione con una produzione di appena 620 mila barili al giorno. Inoltre, la storia, e l’esperienza, dimostrano come gli accordi Opec difficilmente risentano delle tensioni tra i singoli Stati membri. Persino, infatti, nel corso del conflitto tra Iraq ed Iran così come in occasione dell’invasione del Kuwait, gli accordi che prevedevano quote di produzione non vennero messi in discussione.

Qatar ed Iran uniti dal gas

Si chiama South Pars/North Dome ed è il più grande giacimento di gas al mondo. Ma, soprattutto, sta alla base delle buone relazioni che intercorrono tra Doha e Teheran. Se la parte principale del giacimento si trova sotto la sovranità del Qatar, la parte rimanente appartiene invece all’Iran. Un giacimento, in particolare, che contiene da solo circa l’8% delle riserve mondiali di gas e che fa del Qatar il terzo produttore al mondo di gas naturale e, soprattutto, il primo fornitore al mondo di gas naturale liquefatto. Doha, infatti, ha esportato poco meno di 80 milioni di tonnellate di Gnl nel 2016.

Il Gnl al centro degli interessi di Doha

Il Qatar fornisce quindi circa il 30% dell’offerta di Gnl al mondo. Ma chi sono i principali clienti del piccolo Paese del Golfo ? Solamente il 10% di questo quantitativo finisce a Paesi dell’area, di cui per altro due non sono coinvolti nella crisi di questi giorni (Kuwait, Oman, Giordania, Emirati Arabi Uniti ed Egitto). La maggior parte del gas naturale liquefatto viene infatti trasportata verso i mercati asiatici, in particolare Giappone e India, i quali hanno subito ricevuto rassicurazioni sulla stabilità delle forniture all’indomani dello scoppio della crisi. Paradossalmente, potrebbero essere proprio alcuni dei Paesi coinvolti nella crisi a subire le conseguenze peggiori. Doha, infatti, quale rappresaglia potrebbe decidere di interrompere il flusso del gasdotto Dolphin, che con i suoi 364 km trasporta il gas verso gli Emirati Arabi (un Paese che utilizza il gas per far fronte alla crescente domande interna di elettricità) e da lì, poi, verso l’Oman.

Possibili problemi per i trasporti

Se sul fronte della produzione, quindi, la crisi attuale non dovrebbe avere alcuna ripercussione, è sul piano del trasporto del gas che questa crisi potrebbe produrre i propri effetti.  Poco dopo l’annuncio della rottura delle relazioni diplomatiche, le autorità saudite così come quelle degli Emirati Arabi hanno bloccato tutte le navi cisterna provenienti da e verso il Qatar, con particolare riferimento al terminal di Fujairah, postazione strategica per l’esportazione del gas di Doha situata all’esterno dello Stretto di Hormuz. Non mancano, ovviamente, soluzioni e rotte alternative per il Qatar, come quelle che prevedono il passaggio attraverso l’Iran e l’Oman, con un aumento, però, dei tempi di percorrenza e, soprattutto, dei costi di trasporto. Che in ultima istanza andrebbero a ripercuotersi sul costo del gas trasportato.

Il rapporto tra Italia e Qatar

Il Qatar si è dimostrato, nel tempo, un fornitore affidabile di gas tanto da essere diventato, oramai il terzo fornitore di gas per il nostro Paese, avendo superato oggi la Libia. Nel 2016, infatti, secondo i dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, Doha a consegnato all’Italia 5,8 miliardi di metri cubi di gas, coprendo pressoché la totale fornitura di gas naturale liquefatto per il nostro Paese. Il gas qatarino, infatti, è diretto in gran parte verso il rigassificatore situato al largo di Rovigo, Adriatic Lng, controllato da Qatar Petroleum assieme a ExxonMobil Italiana ed Edison. E anche qualora dovessero verificarsi problemi nella fornitura di Gnl da parte di Doha, il nostro Paese potrebbe temporaneamente sopperire a questo inconveniente incrementando le forniture di gas provenienti da altri Paesi quali, ad esempio, Russia ed Algeria, sfruttando la situazione di sottoutilizzo dei relativi gasdotti.