Kiev in fiamme

In questi giorni si è inasprito, fino a causare oltre 88 morti, lo scontro tra opposizione e governo ucraino. Il problema, da essenzialmente di tipo interno quale era, si è complicato ulteriormente  con il coinvolgimento, diretto od indiretto, anche dei principali attori esterni, cioè USA, Russia ed Unione Europea che, teoricamente, dovrebbero spingere per negoziati tra governo ed opposizione, ma che potrebbero invece decidere di spalleggiare una delle fazioni in lotta, ricorrendo così a quella “proxy war” o “guerra per procura” che ha caratterizzato gli anni della Guerra Fredda per la conquista od il mantenimento delle rispettive aree di influenza. In gioco ci sono, sostanzialmente, diversi interessi geopolitici in gioco : il desiderio e la necessità da parte dell’Unione Europea di trovare una soluzione politica alla crisi ucraina per evitare un vuoto geopolitico ed il caos che potrebbero creare molte migliaia di profughi in fuga dalla guerra civile, il desiderio della Germania di giocare il ruolo di leader all’interno dell’Unione Europea nella risoluzione della crisi, la volontà degli Stati Uniti di impedire un rafforzamento della Russia nell’area con la creazione dell’Unione Doganale/Unione Eurasiatica, volontà, quest’ultima specularmente contrapposta a quella della grande potenza slava di giocare un ruolo di assoluta preminenza od egemonico nell’area post-sovietica. In questi giorni si apre quindi uno scenario che presenta almeno due tipi di soluzione:

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il primo,  è quello di un accomodamento tra le parti in lotta e che potrebbe portare a breve termine ad elezioni anticipate, fissate per il 25 maggio prossimo, che decidano il futuro del Paese e forse al ritorno alla Costituzione del 2004. Il secondo, quello della secessione,  e che è in parte confermato dagli avvenimenti di questi ultimi giorni che sembrerebbero indicare l’avvio di un processo di graduale sfaldamento del Paese in seguito alla conquista di vari organi istituzionali da parte dei rivoltosi che chiedono la sostanziale federalizzazione, o addirittura l’indipendenza delle regioni occidentali dell’Ucraina, con Lviv in testa, e le regioni del sud, (in primis la Crimea in cui la popolazione russofona   si prepara in questi giorni eventualmente anche allo scontro armato con le autorità di Kiev o con la popolazione ucrainofona che appoggia il governo centrale per chiedere l’annessione della penisola alla Federazione Russa, appoggiata in caso di necessità dalle Forze Armate russe di stanza presso la base navale di Sebastopoli), e dell’est che  a loro volta chiedono una forte autonomia dalla capitale Kiev,magari sotto la provvidenziale protezione di Mosca, nell’eventualità in cui le autorità ucraine non si dimostrino capaci di ripristinare l’ordine pubblico.

Una rivolta che è iniziata per la sostanziale incapacità delle autorità ucraine di fare fronte ad un processo di state-building, ancora prima che ad uno di nation-building, vista la diversa appartenenza culturale dell’Ucraina occidentale rispetto a quella orientale, caratterizzate entrambe da percorsi storici che nel corso dei secoli hanno prodotto come risultato una diversa sensibilità culturale, in seguito ad un maggiore contatto della prima con la Polonia cattolica e l’impero asburgico, di qui ad esempio la peculiare formazione della Chiesa uniate greco-cattolica nelle regioni occidentali che esteriormente segue il culto ortodosso ma presta obbedienza al Papa, mentre la seconda è entrata nell’orbita russa fin dal 1654 con il trattato di Perejaslav. A questi problemi prettamente interni, come l’endemica corruzione dell’apparato statale, la mancanza di una politica di sviluppo economico chiara e definita ed una politica estera ondivaga, incapace di tracciare una linea precisa tra Russia ed Occidente, si pone la questione della collocazione dell’Ucraina sullo scenario internazionale. Continuerà a fungere da stato cuscinetto tra Unione Europea e Russia, sebbene in forma diversa rispetto al presente, cioè sulla base di un presidente eletto democraticamente ed un governo di unità nazionale rappresentativo di tutte le forze e sociali e politiche, oppure si scinderà di fatto in due o più parti, in base a tenui legami federativi e quindi ad una radicale trasformazione del sistema politico e costituzionale che consenta al Paese di rimanere territorialmente integro, come scrive a questo proposito l’Economist, o ad un’esplicita indipendenza formale, raggruppandosi in base alle singole scelte regionali oppure alla forza di attrazione magnetica esercitata da entità sovranazionali più potenti?E’probabile che la secessione o l’accentuato federalismo regionale rispetto allo Stato centrale non avvenga secondo nette linee divisorie, ciò che comporterebbe la inevitabile creazione di una serie di mini Stati in perenne conflitto tra loro, quindi una sorta di pericolosa balcanizzazione che non può che spaventare la stessa Unione Europea e la comunità internazionale nel suo complesso. Sarebbe quindi possibile, in questo scenario al momento soltanto futuribile, firmare con queste regioni secessioniste o all’interno di un federalismo molto elastico, singolarmente od in gruppo, un Accordo di Associazione con l’Unione Europea? Nel caso si vada invece non verso la potenziale secessione delle regioni orientali e meridionali, pericolo denunciato recentemente dal Presidente ad interim del Parlamento ucraino Olexander Turchynov, ma verso una forma di Stato più flessibile con una modifica costituzionale, soluzione per cui propendono apertamente i vertici diplomatici e politici russi, ciò non costituirebbe un evento  negativo per l’Unione Europea dal punto di vista dell’equilibrio geopolitico? Ciò, in termini geopolitici, non comporterebbe  anche un “eccessivo” rafforzamento della Russia, qualora la base navale di Sebastopoli divenisse esclusivamente una base navale russa e non più una base condivisa russo-ucraina? E’ poi evidente che per la Russia un’eventuale secessione dell’Ucraina potrebbe essere vantaggiosa dal punto di vista dell’acquisizione del sistema dei gasdotti ucraini, od almeno di una loro parte. Oltre agli asset geostrategici su elencati, è evidente che la “perdita” geopolitica dell’Ucraina,o anche  soltanto di una sua parte, significherebbe per la Russia la fine del suo progetto eurasiatico e soprattutto il potenziale irraggiamento di una rivoluzione democratica alle porte di casa, ciò che sicuramente Putin non è disposto ad accettare. Queste, al momento attuale, sono soltanto ipotesi  molto premature, ma che potrebbero rivelarsi valide nel caso in cui il progetto di pacificazione nazionale proposto nei giorni scorsi  dall’ormai ex Presidente Yanukovich, sfiduciato negli scorsi giorni dalla Rada, il Parlamento ucraino, non riesca a coagulare attorno a sé la variegata opposizione e le forze di governo. Fatto, quest’ultimo, che sembra assai probabile visto che con la recente liberazione di Yulia Timoshenko, ex primo ministro ed acerrima nemica del deposto Presidente ucraino, la possibilità che l’opposizione possa raggiungere un compromesso con l’ex Presidente ucraino appare ormai altamente improbabile, con tutte le conseguenze per la stabilità politica internazionale e del Paese che ciò purtroppo inevitabilmente comporta.