Valerio Fabbri
VELO E NUCLEARE VISTI DA TEHERAN
L’attuale periodo storico rende estremamente delicati i rapporti fra Oriente e Occidente, e ancor più delicato il ruolo di chi ha il potere di decidere quali notizie tradurre e quindi far arrivare all’Occidente. Mettere in luce un aspetto e tralasciarne un altro può avere conseguenze rilevanti sulla comprensione della realtà e sulla formazione dell’immaginario collettivo. Data la scarsa conoscenza generale del mondo arabo, anche a causa della barriera linguistica, è molto facile che si creino fraintendimenti e che il lettore si lasci convincere dalla prima immagine che gli viene proposta, senza avere la possibilità di verificarla. Così ha scritto sull’ultimo numero di Giornalisti Leila Zola in un’analisi che tenta di dare ragione a chi ritiene che, spesso, l’informazione che viene da quel mondo sia di parte, e spesso anche prevenuta. geopolitica.info ne ha parlato con Siavush Randjbar-Daemi, iraniano che fa la spola tra il nostro paese e Teheran, da cui fa il corrispondente per “Il Messaggero”.
Prima domanda d’obbligo sul nucleare: come è vissuta la questione dalla gente comune del suo paese? Se ne parla o è più una questione di politica dei palazzi?
«Non avendo potere decisionale, la gente si sente estranea e non ne parla. Regna una grande confusione, e poi soprattutto i giovani, che costituiscono la maggioranza della popolazione iraniana, in questo periodo pensano alla stagione dell’amore, inizia il vero caldo e le preoccupazioni sono altre. Nessuno, di quelli che ho incontrato, parla più di tanto di Israele, figurarsi se parlino di Shoah o di voler cancellare quel paese nemico. E nemmeno pensano a difendere o sostenere la Palestina. I giovani pensano a divertirsi».
La questione del velo e delle donne allo stadio, che da noi ha avuto un grande seguito, è un argomento di dibattito pubblico o l’opinione pubblica rimane sostanzialmente indifferente?
«Bisogna tener presente di un fattore: sulla morale e sui modelli di comportamento in generale c’è uno status quo che non è cambiato più di tanto. Cioè la legge sull’hijab (velo) e quella sul permesso per le donne di andare allo stadio già esistevano, e non sono state inasprite. Le donne hanno sempre dovuto coprire i capelli, e ora che arriva l’estate cercano di farlo con i foulards più vivaci e colorati possibili. La legge sulle donne allo stadio è diversa: in teoria avrebbero dovuto essere ammesse solo in presenza del marito, ma il Leader Supremo Khamenei (nella foto), su forti pressioni del clero conservatore, ha posto il veto».
I media occidentali stanno facendo un buon lavoro oppure spesso sono vittime di confusione e malinformazione, non per forza di cose voluta o cercata?
«Le idee in generale sono piuttosto imprecise, ma non è così sempre in tutti i casi. Qui ho incontrato il corrispondente del The Economist Christopher Debellaibe, un giornalista di primissima qualità che, dopo aver studiato il persiano a Cambridge si è stabilito qui da tempo, e le sue corrispondenze sono sempre molto puntuali. Degli italiani ora non c’è più nessuno. Questo è un paese complesso con una serie di paradossi che è difficile raccontare, non è sufficiente essere qui per un paio di settimane per poterlo capire. Ora, ad esempio, è in atto una fuga di cervelli verso l’Europa di cui nessuno parla, ma meriterebbe attenzione»
(14 giugno 2006)