Marco Cochi
PADRE GIULIO ALBANESE RACCONTA LE SUE AFRICHE
Padre Giulio Albanese, missionario comboniano e storico fondatore della agenzia di stampa on-line Misna, è di nuovo in libreria con il suo ultimo volume “Hic sunt leones. Africa in nero e in bianco”, parlando del quale, la scrittrice Alessia Biasiolo annota: «Albanese scrive dell’Africa come difficilmente un bianco sa fare». Una perifrasi che coglie in pieno lo stile magistrale con cui il sacerdote approccia alle questioni di quelle che lui definisce “le Afriche”, in un libro che si rivela strumento indispensabile per tutti coloro che vogliono approfondire la conoscenza di un continente dalle enormi potenzialità, troppo spesso associato solamente alla povertà, alla fame, alle guerre, alle malattie ed al saccheggio sistematico di risorse naturali in atto da decenni. Sarà lo stesso Padre Albanese a spiegare a geopolitica.info alcune delle tematiche affrontate in “Hic sunt leones”.
Per cominciare, qualche informazione sull’attività missionaria dei padri comboniani.
L’istituto missionario dei padri comboniani è impegnato in varie parti del Sud del mondo, oltre ad essere presente nel cosiddetto Nord. L’attività missionaria ad gentes viene svolta prevalentemente nelle “periferie” del villaggio globale. I settori fondamentali sono Africa e America Latina, inoltre, dal capitolo della Congregazione del 1985 è anche presente sul versante dell’Estremo Oriente (Filippine e Macao).
Il fondatore padre Comboni ha vissuto la sua avventura missionaria nel moderno Sudan, non è dunque un caso se il baricentro della nostra azione apostolica è rappresentato dalle Afriche (preferisco parlarne al plurale oltre che al singolare, in quanto si tratta di un continente grande tre volte l’Europa), dove siamo presenti in numerosi paesi: dal Sudan al Togo, dal Sudafrica alla Repubblica Centrafricana, dal Kenia alla Repubblica democratica del Congo, dal Malawi allo Zambia, dal Ghana all’Egitto, solo per citarne alcuni.
I comboniani svolgono attività missionaria a 360 gradi: oltre all’abituale impegno parrocchiale, il loro esercizio si estende all’ambito della comunicazione sociale, ad alcuni settori strategici come quello della formazione dei quadri della società civile e quello umanitario.
Come nasce la decisione di scrivere il suo ultimo libro, “Hic sunt leones”?
Da una convinzione maturata negli anni, che mi ha spinto a determinare la necessità di dover parlare delle Afriche, di cui, ahimè, sappiamo poco o nulla. Poi c’è un’altra istanza di tipo personale legata alla consapevolezza che, per una serie di circostanze di ordine storico, nell’immaginario nostrano l’approccio nei confronti del pianeta Africa purtroppo è sempre paternalistico. Questo sortisce una serie di effetti estremamente negativi perché ci induce a sentirci ricchi epuloni nei confronti di popolazioni che qualcuno considera addirittura primitive. Lo si voglia o meno, la logica paternalistica presuppone l’esatto contrario di quello che invece esige il “villaggio globale”: capire che in fondo abbiamo un destino comune. Questo il messaggio forte che ho tentato di lanciare, parafrasando il grande Léopold Senghor: «Sebbene il passato ci ha divisi, il futuro ci deve unire». Prima di affrontare le questioni politiche, economiche, religiose, sociali, è necessario adottare un nuovo approccio culturale. Credo sia una delle grandi sfide in cui ci dobbiamo cimentare.
Una delle parti più interessanti del libro riguarda l’amore per l’Africa di papa Wojtyla, venuto spesso in visita nei paesi dove operano le missioni dei comboniani.
Ho seguito personalmente il viaggio compiuto da Giovanni Paolo II, nel 1993, in Sudan e in Uganda. Come giornalista della Radio Vaticana, alloggiavo nella procura dei comboniani a Kampala mentre il Papa era ospite della confinante nunziatura. Ricordo che fu io ad aprire la porta quando bussarono le guardie svizzere che avevano accompagnato il Pontefice in visita di cortesia alla comunità dei comboniani. Fu una sorpresa trovarmi di fronte Sua Santità come se fossi un vicino di casa, un incontro indimenticabile perché ebbi l’occasione di parlarci per alcuni minuti. Ricordo un aneddoto: Giovanni Paolo II, che già mi conosceva come giornalista di Radio Vaticana, mi chiese a quale diocesi italiana appartenessi perché faceva fatica a capire quale fosse il mio accento. Gli risposi che venivi dalla diocesi dove c’era un vescovo polacco. Lui mi fissò negli occhi dicendo: «Ma in Italia non ci sono vescovi polacchi, non ho ne ho nominati». Allora gli dissi: «Padre Santo se vuole posso farle il nome». A questo punto, sorridendo, me lo chiese, ed io guardandolo negli occhi e un tantino emozionato risposi: «Karol Wojtyla». Il suo sorriso si trasformò in una risata e mi impartì una bella benedizione.
Aldilà di questo ricordo, per quello che ho visto nelle circostanze in cui l’ho seguito nei suoi viaggi, mi ha colpito la sua “capacità“ di essere profeta, di farsi portavoce di un magistero di grande attualità che, in una maniera o in un’altra, rispondeva alle sfide ancora attuali del cosiddetto Sud del mondo. Rimane indiscussa la sua capacità di dare voce a chi non ne ha e di cogliere l’istanza urgente di affrontare problemi che solitamente venivano lasciati nel cassetto come il traffico delle armi e l’azzeramento del debito. Giovanni Paolo II con il Vangelo in mano ha avuto il grande merito di proporre una globalizzazione intelligente, rispondente alle istanze ultime del cattolicesimo inteso come espressione di uno spirito universale.
La Nigeria è il maggior produttore ed esportatore di petrolio africano. Negli ultimi quarant'anni sono stati estratti oltre 300 miliardi di dollari di greggio dal Delta del Niger, dove la popolazione vive in condizioni di assoluta povertà, non beneficiando in alcun modo delle incalcolabili ricchezze del sottosuolo, facendo però i conti con i forti danni provocati dall’attività estrattiva, come l’inquinamento dei terreni e delle falde acquifere. Tutto questo può indurre a giustificare in qualche modo le azioni dei ribelli del Mend?
Il ricorso alla violenza va sempre deprecato perché alla fine a pagare il prezzo più alto sono i civili. Detto ciò, quando parliamo della ribellione in atto nella regione del Delta non possiamo non tener conto dell’insoddisfazione di vasti settori della popolazione che, da una parte hanno la consapevolezza di galleggiare sul petrolio, quindi di essere potenzialmente ricchi; dall’altra i proventi dell’oro nero finiscono sempre nelle tasche di personaggi dell’alta finanza o altrimenti di malavitosi legati ai circoli della politica di Abulia e dintorni. E’ chiaro che la questione sociale va affrontata se si vuole dare una risposta intelligente ai bisogni della popolazione locale. Credo, però, che da questo punto di vista le responsabilità vadano condivise tra la negligenza della classe dirigente nigeriana fortemente corrotta e gli interessi dei paesi occidentali, che troppe volte si fanno fautori della democrazia senza prendere atto di quelle che sono le loro responsabilità.
La Cina si sta imponendo sulla scena economica e politica africana con l’obiettivo di conquistare risorse energetiche e assicurarsi l’accesso a nuove fonti di idrocarburi e materie prime. Pechino non ha nessuna pesante eredità coloniale da scontare e ostenta un maggior interesse alla collaborazione, anche in campi non strettamente economici. Tutto ciò ha consentito al gigante asiatico di accapararsi le simpatie del continente. Secondo lei cosa nasconde in realtà la filantropia cinese?
Innanzitutto vorrei precisare che la filantropia di Pechino è accolta con favore in particolar modo dalle classi dirigenti, mentre i sindacati cominciano a rendersi conto della pericolosità della penetrazione cinese come dimostra quello che è accaduto in questi ultimi mesi in Sudafrica dove hanno alzato ripetutamente la voce contro il presidente Thabo Mbeki, a loro parere reo di aver assunto un atteggiamento equivoco per quanto concerne la politica che il governo di Pretoria vuole realizzare d’intesa con Pechino. In effetti, la società civile africana si sta rendendo conto che quello che sta realizzando l’impero di Mezzo nel continente è una vera e propria colonizzazione. Non intendo legittimare né il colonialismo, né il post-colonialismo occidentale, ma la verità è che i cinesi stanno facendo di peggio perché sono riusciti ad amalgamare le istanze del capitalismo liberale nelle forme più estreme con quelle di un marxismo di tipo dittatoriale. Si stanno comportando esattamente alla stregua dei conquistadores spagnoli quando sbarcarono nelle Americhe. Regalano le biglie di vetro, fanno credere di essere benefattori e poi, perdonatemi l’espressione irriverente, si fottono le ricchezze del prossimo. Questo sta avvenendo un po’ dovunque. La colonizzazione dell’Africa è evidentissima nel Sudan come pure nel Golfo di Guinea. I cinesi comprano le aziende e le persone, per questo negli ultimi tempi la corruzione nel Continente sta crescendo in maniera esponenziale. La logica superclientelare portata avanti dal gigante asiatico non aiuta certo le Afriche a crescere, anche perché sappiamo molto bene che la cooperazione cinese non è assolutamente vincolata alla cosiddetta agenda dei diritti umani.
Molti dei materiali con cui vengono costruiti i telefoni cellulari vengono dall’Africa, alimentando guerre e sfruttamento. La Repubblica democratica del Congo possiede tra il 64 e l’80 per cento delle riserve mondiali di coltan, un minerale da cui si ottiene il prezioso tantalio, il metallo più ricercato dai produttori di telefonia mobile: per il controllo delle miniere proseguono gli scontri tra l’esercito e le milizie ribelli. Dovremmo cominciare a riciclare i telefonini oppure comprarli usati?
Credo che la questione dello sfruttamento delle ingenti risorse minerarie delle Afriche sia una partita da giocare tra due versanti. In primo luogo sono convinto che è importante far capire alla gente del Nord del mondo che la posta in gioco è alta: è inutile organizzare campagne di fund raising se poi di fatto legittimiamo un sistema iniquo dovuto al fatto che non solo le risorse minerarie sono state privatizzate (che in Africa è sinonimo di svendute), ma che, con una vera operazione di ladrocinio, certi prodotti vengono venduti sui mercati occidentali ad un prezzo cento volte superiore a quello pagato nel luogo d’origine. Forse è arrivato il momento che i potenti della Terra si rendano conto della necessità di affrontare questi problemi nel consesso del Wto.
La sua esperienza maturata negli anni trascorsi in Africa, le consente di essere ottimista sul futuro del continente?
Dobbiamo guardare al futuro dell’Africa con speranza, perché le sue potenzialità sono straordinarie. La sua ricchezza più grande è costituita dai popoli che vi abitano e che sono latori di sapienze ancestrali. Infine è importante capire che l’Africa non ha solo bisogno di solidarietà ma anche di sussidiarietà per arrivare a sentirsi corresponsabili nei confronti del bene comune di tutti i popoli.
(14 aprile 2007)