PALESTINA - A tu per tu con Nemer Hammad, Delegato Nazionale Palestinese in Italia



E’ ormai opinione comune che la soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese sia di cruciale importanza per la prevenzione ed il mantenimento della pace in tutto il Vicino Oriente e, per certi versi, anche nel resto del mondo. Gli interessi politico-economici, strettamente connessi ai feroci attriti sociali, razziali e religiosi, hanno trasformato la questione dei territori in un esperimento globale di violenza e d’ingiustizia che, per la sua costanza, non ha eguali nel pianeta. La morte di Yasser Arafat, le elezioni presidenziali palestinesi, la presa di coscienza di una larga parte dei cittadini israeliani, i continui ribaltoni parlamentari che tengono in vita l’amministrazione Sharon, il secondo mandato di George W. Bush, la ricerca di una politica estera comune dell’Unione Europea, sono occasioni imperdibili per costruire un dialogo incentrato sui principi dell’autodeterminazione, del rispetto dei diritti umani e della sicurezza. Con il Delegato Nazionale Palestinese in Italia, Nemer Hammad, abbiamo fatto il punto della situazione nel tentativo di tracciare quelli che oggi sembrano gli scenari più praticabili sulla difficile via della pace.


LE ELEZIONI PRESIDENZIALI

Le recenti elezioni in Palestina sono state archiviate con una vittoria, quella di Abu Mazen, da più parti auspicata. Qual è la prima conseguenza politica di tale esito?

E’ stato rimosso anche l’ultimo alibi per Israele che ha sempre ritenuto Arafat un ostacolo alla riapertura del tavolo delle trattative. La nomina del neopresidente, considerato dalla grande maggioranza dei palestinesi e dalla comunità internazionale un leader capace ed un uomo cha parla molto chiaro, ha l’effetto d’imporre un passo in avanti proprio a Sharon ed agli Stati Uniti d’America.
L’investitura di Mahmud Abbas è frutto di un lavoro che la dirigenza di Fatah e dell’Olp ha preparato fin dall’agonia del presidente Arafat, ciò testimonia che il popolo palestinese crede nella sua classe dirigente?
Più che un referendum di approvazione o di sostegno, sono state elezioni democratiche, con sette candidati ed un vincitore, il quale è stato votato sulla base del programma che ha presentato agli elettori. Assieme a questo hanno sicuramente influito la forte personalità di Abu Mazen e la sua vicinanza con Arafat, perché con lui è stato uno dei fondatori di Fatah.
Gli osservatori internazionali hanno giudicato regolari le procedure di voto, ma il candidato indipendente Mustafà Barghouti ha sollevato dei dubbi. Come commenta il risultato di questo concorrente politico, da qualcuno sospettato di ricevere fondi dagli Usa?
Per quanto riguarda i finanziamenti, il Consiglio Legislativo Palestinese farà chiarezza sulla loro provenienza, ma questo per tutti i candidati in lizza, non solo per Barghouti. Il suo risultato (20% circa) credo sia dovuto ad un seguito personale riconducibile all’ambito medico ed agricolo, oltre ad essere conosciuto per aver operato per anni in organizzazioni internazionali, ed anche ai voti ufficiali del Fplp e quelli non dichiarati di una parte consistente di Hamas e Jihad. Queste organizzazioni hanno votato per un laico nel tentativo di ridimensionare l’eventuale vittoria di Abu Mazen, comunque risultata molto condivisa.


GLI SCENARI FUTURI

Alla luce dei recenti incontri con i vertici delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, quali sono i punti del programma di Abu Mazen che hanno la priorità nell’immediato futuro?

Sono principalmente tre: la sicurezza, è necessario creare un ordine reale in Palestina così da permettere solo alle forze armate statali (polizia, intelligence, esercito) di portare ed usare le armi; la magistratura, fare in modo cioè di dar vita ad un’istituzione autonoma e credibile che garantisca il normale svolgimento della vita della futura società palestinese; riaprire il dialogo della Road Map, nel quale dovrà avere un ruolo fondamentale la comunità internazionale.
Con la vittoria alle elezioni molti ritengono che la dirigenza dell’Olp abbia dato una spallata definitiva ai potentati locali che, soprattutto a Gaza, hanno tenuto in scacco il governo centrale negli ultimi tempi…
Con il processo di accentramento dell’uso della forza si vuole arrivare proprio a questo, a non permettere che vi siano gruppi, persone, regioni che siano al di sotto o al di sopra della legge.
E’ convinto che con Hamas e Jihad islamico questa via sia percorribile?
Vogliamo aprire un dialogo pacifico con queste organizzazioni, sulla base del programma che ha permesso ad Abu Mazen di vincere le elezioni.
…quindi il disarmo?
Certamente. Gli offriremo in un primo momento anche di poter conservare le armi in casa, ma non cederemo sul fatto che queste possano essere usate per condurre attacchi contro Israele o per cercare di prendere il potere in Palestina.
Quanto ancora però i palestinesi hanno bisogno del fucile assieme al ramoscello d’ulivo per difendere i propri diritti?
Una cosa è la resistenza alle incursioni israeliane ed un’altra è la pianificazione e la realizzazione degli attentati. La lotta armata ha portato fino ad Oslo ’93, da lì in poi abbiamo scelto la via diplomatica per costruire il nostro stato. Anche se Israele ha più volte violato quei famosi accordi dopo la morte di Rabin, ciò non può essere una scusante per gli attacchi terroristici, visto che fanno pure il gioco di chi persegue una politica estremista ed aggressiva nell’altro campo.


I RAPPORTI CON ISRAELE

Gerusalemme est ed il diritto al ritorno dei profughi sono ancora dei principi irrinunciabili per il governo nella trattativa con Israele?

Non esisterà mai un palestinese che possa cedere su questi due punti. Questa è la base su cui costruire una pace giusta.
La questione del muro e del ritiro da Gaza per consolidare gli insediamenti colonici in Cisgiordania sono questioni aperte, come avete intenzione di agire?
Continueremo a spiegare alla comunità internazionale che ogni decisione presa unilateralmente da Sharon non è un passo verso la risoluzione del conflitto. Israele non può essere uno stato al di sopra di ogni ambito legale. Quando visitano la Palestina le delegazioni dei parlamentari e degli osservatori stranieri si accorgono come gli insediamenti continuano a mangiare terra ai palestinesi indipendentemente dalla maggiore o minore frequenza degli attacchi suicidi.
La costituzione di un governo trasversale di unità nazionale in Israele, con l’adesione di Simon Peres, ha cambiato l’atteggiamento di Sharon verso i palestinesi?
Fino ad oggi non abbiamo visto cambiamenti. L’entrata dei laburisti nell’esecutivo non ha prodotto sostanziali modifiche alla loro politica estera, perché hanno appoggiato da subito le idee del primo ministro.


LA PALESTINA E GLI ALTRI

Per un ruolo di mediazione serio crede più negli Usa o nell’Unione Europea?

Gli Stati Uniti rivestono un ruolo sicuramente determinante ma non sufficiente, per questo la Road Map è stata portata avanti anche con Europa, Russia ed Nazioni Unite. Se si lascia alle due parti in gioco l’onere di trovare la soluzione del conflitto, credo che, per differenti motivi, non si arriverà mai ad un risultato. Servono mediatori efficaci, ma anche arbitri che sappiano segnare una strada.
Ricoprendo la carica di Delegato Nazionale Palestinese in Italia, riconosce nella diplomazia della Farnesina un cambio di strategia ed un allontanamento dalle posizioni vicine e solidali alla vostra causa?
A differenza di molti analisti, ho sempre ritenuto che l’Italia abbia mantenuto in passato la giusta equidistanza, intrattenendo rapporti con entrambe le parti. I governi italiani non sono stati mai filo-palestinesi, ma hanno avuto il merito storico di aver riconosciuto, tra i primi nel mondo, nell’Olp un’organizzazione politica e non terroristica. Sono convinto che chi ha la responsabilità di ricoprire un ruolo nel processo di pace in Palestina non deve propendere per nessuno dei due contendenti, altrimenti perderebbe di credibilità e di efficacia.
Quali sono le odierne relazioni dell’Autorità Nazionale Palestinese con i paesi arabi confinanti?
Il nostro atteggiamento è sempre stato quello di evitare scontri e divergenze con gli stati arabi, ma questo non è stato facile perché nel tempo vi sono state situazioni oggettive che potevano provocare tensioni, come il problema dei profughi e la nascita in esilio dell’Olp. Credo che oggi ci sia meno ideologia che governa i rapporti fra nazioni ed i nostri vicini stanno cambiando insieme al resto del mondo. Il progetto di Abu Mazen di riportare il centro della politica palestinese dentro i territori, impedendo agli esuli ed ai rifugiati di essere armati, dovrebbe migliorare e normalizzare le relazioni con Libano, Siria ed anche Kuwait.


YASSER ARAFAT

Per concludere, qual è l’eredità umana e politica che riconosce al presidente Arafat?
Abu Ammar rimarrà per sempre il leader che è quasi riuscito a realizzare il miracolo al quale tutto il nostro popolo guarda con speranza. Il suo grande merito è stato quello di trasformare la questione palestinese dal solo problema dei profughi, attraverso la costruzione dell’unità di una popolazione dispersa, ad una causa di autodeterminazione. Arafat è riuscito a far fallire il progetto israeliano basato sul concetto dell’inesistenza del popolo palestinese, così come pronunciato da Golda Meir. Ha inoltre contribuito a creare un sistema democratico di cui oggi noi siamo gli operatori. Yasser Arafat è il padre della patria.

Roberto Coramusi
(24 gennaio 2005)

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