DAI BALCANI ALL’IRAQ, LA GUERRA DI UN’INVIATA PER CASO

La guerra, in qualsiasi ambito essa si sviluppi, è da sempre lo strumento con cui si esercita il potere e il diritto di una presunta legittimità dei più forti a dettare legge sui più deboli. Ne parliamo con Giovanna Botteri che negli ultimi anni ha narrato gli scenari controversi della guerra nell'ex Jugoslavia, dell' Iraq, ma anche il G8 di Genova del 2001, vivendo sulla sua pelle il dramma del conflitto, le emozioni, la tristezza e la disperazione della gente.

A Genova nel 2001 abbiamo assistito ad una vera e propria guerriglia urbana. Un morto, numerosi feriti. La polizia ha assunto una posizione di repressione feroce, senza distinzione tra pacifisti e black block.
L’esperienza di Genova ha significato, una volta di più, capire che niente deve essere dato per acquisito. Dopo gli scontri della giornata, dopo la morte di Giuliani, la notte mi chiamano dalla scuola Diaz... arriviamo sul posto, e vediamo, dall'inizio tutto quello che succede. Le due scuole una di fronte all'altra, la radio da una parte, il dormitorio dall'altra, nel liceo dove si stanno facendo i lavori di ristrutturazione. Le forze dell'ordine dicono all'inizio che un poliziotto è stato accoltellato a morte. Chi, dove, non sanno dircelo: in realtà la notizia è totalmente inventata. Quello che sentiamo sono le urla dalla scuola, quello che vediamo sono i ragazzi uscirne, in barella, sanguinanti, il terrore negli occhi, e poi, all’interno dell’edificio, ancora con le impalcature, il sangue per terra, mischiato agli zainetti, agli animaletti di peluche che le ragazze si erano portate dietro. Nel cantiere ci sono martelli e mazze, come in tutti i cantieri, saranno quelli che la polizia mostrerà il giorno dopo alla conferenza stampa come prove, assieme a bottiglie Molotov riempite in questura. Ma il problema non è questo, è che fino alle 14:15, quando è stato mandato in onda il mio servizio, quelli degli altri telegiornali avevano raccontato solo la verità della conferenza stampa della polizia, mentre nessuna delle immagini delle notte era stata trasmessa. Fino alle 14, ho pensato di essermi svegliata, come in un incubo, a Belgrado o a Santiago.
Parliamo dell'Iraq. Lei ha narrato per prima l'entrata degli americani a Bagdhad. Le speranze, la gioia degli iracheni erano sinceri? Si respirava davvero il sogno della democrazia?
Due anni fa, quando i primi carri armati americani sono arrivati alle porte di Baghdad, la gente assaltò i posti di polizia e le caserme dell'esercito per spianare la strada ai liberatori... e il 9 aprile del 2003 erano in tanti ad applaudirli, a fare la festa ... l'incubo era finito... finita la paura, finite le persecuzioni, finita la miseria in cui il Raìs li aveva fatti vivere.
Oggi la democrazia è ancora lontana. Gli iracheni pensano che quella americana sia stata davvero una liberazione o si è trattato solamente di cambiare nome ad un regime?
Dopo due anni, l'unica cosa che è cambiata è il nome dei quartieri e delle strade ...la miseria è rimasta la stessa. La luce non c'è, e nemmeno il gas. Le associazioni caritatevoli della moschea distribuiscono le bombole del gas ma bisogna portare quella vecchia per riuscire ad averne una piena. Un giorno arriva il camion con l'acqua, un giorno quello con la farina e alla fine le bombole del gas. I ragazzi iracheni volevano diventare come gli eroi dei film americani, forti, belli, ricchi ma oggi sanno che resteranno sempre poveri, e si sentono ridicoli, umiliati, allora cercano un nuovo riscatto, l'armata di Moqtada, l'armata del Mahdi... ma anche la polizia e l'esercito, per costruire un nuovo Iraq, anche a costo della vita. Pochi, pochissimi scelgono il terrorismo.
Come sono visti i contingenti militari (occidentali) nel Territorio?
Quando sento parlare di combattenti da una e dall'altra parte in Iraq, io non sono d'accordo. C’è un esercito occupante e di fronte a questo un terrorismo fatto di tagliagole maledetti che ricattano e terrorizzano la popolazione civile. Nessuno dei civili iracheni che ogni giorno con dignità e con coraggio continua a scendere in strada, nessuna di quelle donne che per la prima volta dopo cinquanta anni sono andate a votare, nessuno di loro pensa che chi piazza le autobombe, chi rapisce gli occidentali, chi si fa saltare in aria, chi ricatta e minaccia sia un combattente. Su queste cose bisogna essere realisti fino in fondo.
Gli ultimi fatti di cronaca hanno visto cadere nelle mani dei rapitori diversi giornalisti e operatori umanitari. Come ci si sente quando un collega viene preso in ostaggio? Perché personaggi dell'informazione diventano il bersaglio dei gruppi armati? Non è un controsenso che si metta a tacere una voce che, molto spesso non fa altro che raccontare la verità sul popolo iracheno?
Bisogna guardare e accettare la realtà ed è per questo che noi giornalisti non dobbiamo lasciare l'Iraq. Non bisogna lasciarlo, a qualsiasi condizione, con qualsiasi mezzo. Perché gli iracheni continuano a vivere, e ci chiedono di non essere abbandonati. Noi cederemmo al ricatto dei terroristi, ma siamo impazziti? Continueremo ad andare lì, con i mezzi che sono necessari, perché è vero che bisogna avere le scorte. E avremo le scorte. Bisogna avere le macchine blindate? Avremo le macchine blindate. Si potrà andare in giro di meno? Andremo in giro di meno, ma continueremo ad informare, perché altrimenti sarebbe piegarsi, cedere, alzare le mani e noi non dobbiamo cedere, non dobbiamo alzare le mani né di fronte alla violenza dell'esercito occupatore né di fronte alla censura militare, né di fronte ai terroristi.
L'agguato subito da Giuliana Sgrena nel momento del suo rilascio sembra essere stato un gesto politico. I rapitori avvertono il loro ostaggio di stare attento agli americani. La giornalista è a conoscenza di qualcosa che non si deve sapere?
Credo che Giuliana Sgrena sia stata rapita perché era un bersaglio facile, senza scorta, così apertamente giornalista ed occidentale, senza il velo, senza le minime precauzioni. Ai rapitori non interessa affatto chi sei, come la pensi o cosa fai, ma quanti soldi potrai valere.
Nelle ultime consultazioni elettorali abbiamo visto diversi giornalisti dedicarsi alla politica attiva. A cosa è dovuto questo interesse? Lei ha mai pensato, o le hanno mai chiesto, di intraprendere la via del Parlamento?
La politica e il giornalismo sono due settori diversi, certo ci sono sempre giornalisti embedded in un gruppo politico, di pensiero o in un esercito. Ma questo non mi interessa. Mi piace il mestiere che faccio e mi piace farlo in libertà.
Come si finisce in uno scenario di guerra? Ci si arriva per una scelta di coscienza oppure è solo una necessità professionale?
Io sono diventata quella che viene definita una reporter di guerra per circostanze del tutto casuali, quando è scoppiata la guerra nei Balcani. Il mio direttore di allora, Sandro Curzi, mi prese, io avevo appena avuto una bambina, facevo la cucina in redazione, e mi disse: senti, tu che sei di quelle parti, perché non vai e non mi racconti un po’ di cose? Mia madre viene da una famiglia serba di Montenegro, io conoscevo la lingua, il paese e sono arrivata alla guerra assolutamente per caso... Credo che questa entrata strana, così diversa dagli altri colleghi - al 99 per cento maschi - abbia in qualche modo cambiato i miei occhi di fronte alla guerra. I colleghi maschi la vivono con una sorta di eccitazione. C'è un giornalista del New York Times, Cris Hedges, che insegna all'Università, è considerato un grandissimo, e racconta, molto bene e con grande onestà, come esista questa eccitazione da bisogno di raffiche, bombardamenti e polvere da sparo. E come chi segue i fronti di guerra poi abbia una difficoltà terribile, tornando a casa, nella pace e nella normalità di tutti i giorni, sentendo continuamente il bisogno di tornare, alla ricerca di questa adrenalina.
Il mio punto di vista era, è stato, e spero continuerà ad essere, completamente diverso. Mi sono trovata catapultata in un mondo che conoscevo bene. Un mondo fatto di case, di strade, di persone, di facce, di normalità, di vacanze, improvvisamente travolto e sconvolto dalla guerra. Sarajevo era dove si andava l'ultimo dell'anno a festeggiare perché era una città bellissima, con questo misto di oriente ed occidente. La Croazia era dove s’andava in primavera, vicino alle cascate. Vedere il mondo che tu conosci travolto dalla guerra è un’esperienza che non si può descrivere. Noi qui cerchiamo e tentiamo di dirlo, ma la verità è che non ci sono parole, e credo che qui sia la differenza tra gli uomini e le donne che raccontano. Noi non abbiamo giocato ai soldati, non abbiamo fatto i soldati, non ci siamo appassionate di grandi strategie militari. Leggevamo le cronache, da Hemingway a Barbini ed Egisto Corradi, dei grandi eserciti, delle grandi strategie, ma in fondo è qualcosa che non ci è mai appartenuta. Per noi è qualcos’altro, e sentire che la tua quotidianità, le tue cose, quelle piccole, quelle che fanno la tua vita, le tue sicurezze, vengono tutte travolte dalla guerra, qualcosa di alto, di grande, fa un effetto terribile. È la distruzione lenta e inesorabile della tua vita, delle tue sicurezze, delle tue quotidianità, è vedere distrutta la casa dove hai giocato da bambina. La famiglia dove sei stato mille volte a mangiare che ti guarda con odio e che forse domani potrebbe ucciderti.
Io credo che questa è stata l'entrata delle donne nel “giornalismo di guerra”, questo sguardo diverso. Basti pensare a cinquanta anni fa: ma chi parlava di profughi? Il giornalismo, i grandi reporter di guerra non parlavano dei rifugiati. Parlavano di guerra e di battaglie. Le donne hanno cominciato a raccontare la guerra dalla parte di chi non la fa, da parte di chi non la combatte, dalla parte di chi la subisce, che è poi la stragrande maggioranza. Non raccontano chi bombarda perché non c'è la passione del pilota che sul cacciabombardiere arriva e lancia queste scie verdi nel cielo. Noi ci sentiamo in quelle case, al buio, terrorizzate, assieme ai bambini che ti si stringono addosso e a cui tu non sai cosa dire. Le donne irachene durante la guerra chiedevano per pietà ai medici del valium per poter far dormire i loro figli e così tutte le donne, durante tutte le guerre, durante tutti i bombardamenti. Bambini in casa che ti chiedono aiuto e a cui tu non puoi offrirlo. Spesso non puoi dare nemmeno cibo, non puoi dare sicurezza, che è quello che tu devi fare come madre, che è quello che ti hanno sempre insegnato, e che spesso è l'unica cosa che sai fare. Sei privata anche di questo. Sei privata della tua vita, del tuo essere. Io credo che raccontare le guerre, vivere le guerre, entrare nelle guerre, sia un'esperienza da cui è difficile uscire. Adesso a ritornare su questo argomento sento un male dentro, e sarà un male che non mi lascerà mai, e credo che questo realismo spaventoso a cui abbiamo dovuto piegarci sia la molla che ha fatto di me una partigiana della pace. Solo quando conosci la guerra per quello che è realmente, e vi giuro non è niente di romantico, non è niente di mitico o di splendido o di eroico – la guerra è solo miseria, violenza, morte e puzza, la puzza del sangue, dei cadaveri, delle macerie – soltanto quando entri e attraversi questo, solo in quel momento puoi capire che cosa sia la pace.

Sara Dellabella
www.rivistaonline.com
(28 ottobre 2005)

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