TORNATO IN ITALIA IL PRIGIONIERO SENZA ACCUSA Alessandro Tirocchi
“Sono inconvenienti che possono capitare. Era la prima volta che andavo in Guinea Bissau e penso che non ci tornerò più”. Ha commentato così la sua disavventura Daniele D’Andrea, il pilota civile della compagnia ghanese-olandese CTK trattenuto in Guinea-Bissau dall’8 dicembre 2005 al 23 gennaio 2006. Ufficialmente senza motivo. Fermato con i suoi colleghi d’equipaggio di un aereo che probabilmente ospitava non proprio dei gentiluomini ha dovuto fare i conti con l’esasperante e prepotente burocrazia africana. Inizialmente gli era stato sequestrato il passaporto, poi dopo il 6 gennaio gli è stato restituito e sono iniziati i paradossi di questa storia che si è sviluppata nella totale noncuranza dei media. Più di una volta ha tentato di tornare in patria ed ogni volta, con una scusa o con l’altra, gli veniva impedito. Bloccato l’aereo, bloccato di fatto anche lui. “L’importante – confessa D’Andrea – è che questa storia sia finita bene, anche se per me continua a restare un mistero”. E non solo per lui. Chi si è occupato della vicenda, pochi per la verità oltre alle istituzioni competenti, ha dovuto constatare alcune evidenti contraddizioni. Innanzitutto il motivo del fermo prolungato. Al nostro connazionale, come ha confermato la Farnesina, non è stato contestato alcun reato. Secondo, chi c’era in quell’aereo? Dei passeggeri fermati non si sa quasi nulla e tre di loro sono anche fuggiti, dileguandosi nel nulla. Cosa c’era all’interno del velivolo? Alcuni rumors parlavano di soldi, poi armi, ma niente di certo. Terzo, il pilota veniva deriso dalle presunte autorità locali affermando che l’Italia in Guinea non poteva fare nulla. Perché? Pur ammettendo la maggiore influenza di paesi come la Francia o l’Olanda, che da quelle parti vantano ancora contatti “coloniali”, sembra assurdo che un cittadino della Comunità Europea possa essere trattato in questo modo. Daniele racconta dell’ultimo mistero della sua disavventura: “Qualche giorno fa a Dakar, in Senegal, dove ho fatto scalo prima di raggiungere Accra in Ghana – per riferire l’accaduto alla sua compagnia prima di tornare a Roma – mi sono reso conto di essere seguito da tre uomini in borghese. Mi hanno fermato e mi hanno detto “Noi sappiamo chi sei”. In uno ho riconosciuto la persona che i primi giorni ci veniva a prelevare all’alba in albergo e ci accompagnava in un commissariato, dove ci tenevano fino a notte fonda. Ho immediatamente informato la nostra ambasciata, che ha inviato suo personale alla cui vista i tre si sono dileguati”. Non ha subito maltrattamenti, per lo meno fisici, ma solo pressioni psicologiche.
“Inizialmente – puntualizza – oltre al passaporto ci avevano sequestrato i cellulari, ci controllavano a vista e non ci davano spiegazioni. Dopo la restituzione dei passaporti, ci illudevano che saremmo partiti nel giro di qualche ora. Una volta mi hanno trattenuto a lungo in aeroporto con in tasca il biglietto di un volo di linea, prima di tentare di sequestrarmi di nuovo il passaporto e di obbligarmi a tornare in albergo. Inoltre per tre volte ci hanno fatto salire sul nostro aereo, lasciandoci per ore in attesa del decollo per poi circondarci e costringerci a parcheggiare l’aereo in un hangar, dove è tuttora sotto sequestro: il mio collega ghanese é rimasto a Bissau nella speranza di farselo restituire. Credo che lo facessero per spillarci ogni volta i soldi dei servizi aeroportuali”.
Nessuna chiarezza sulle motivazioni del fermo: “In un primo tempo mi dicevano che come pilota facevo parte di un unico gruppo con i cinque passeggeri e che forse questi ultimi avevano commesso qualche reato. In realtà noi piloti siamo tutelati dalle norme della Oaci (Organizzazione Aeronautica Civile Internazionale) che a differenza dei viaggiatori, ci permettono di evitare il check-in. Successivamente, le pressioni diplomatiche sono notevolmente aumentate con risultati positivi. Diciamo che l’Italia ha rotto il lucchetto e gli Usa ed il Canada mi hanno aperto la porta, pagandomi il conto salatissimo dell’albergo e il biglietto di prima classe da Accra a Roma e mettendomi a disposizione un aereo da Bissau ad Accra”. Il brevetto conseguito negli Usa è stato un appiglio fondamentale per D’Andrea: “Mi hanno considerato alla stregua di un loro pilota. Inoltre, dal ‘96 al 2002 ho risieduto negli Stati Uniti, lavorando con una compagnia aerea fallita dopo l’11 settembre”. Quaranta giorni. Tanti ne sono passai prima del ritorno a casa del nostro connazionale. Daniele D’Andrea probabilmente non saprà mai il motivo per cui è rimasto a Bissau così a lungo, tantomeno ci riusciranno familiari, colleghi e l’opinione pubblica. Ma tanto quando si parla di Africa è tutta un’altra storia.
(2 febbraio 2006)
5 GENNAIO: LA STORIA
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