TURCHIA - Una nuova frontiera con vari nodi da sciogliere

A pochi giorni dall'avvio dell’iter di adesione della Turchia all'Unione Europea, l'opinione pubblica del Continente torna ad interrogarsi sull'eventualità di aprire ad un paese musulmano, da sempre a metà strada tra Europa, Asia e Medio Oriente. Per capire quali sono le prospettive di un simile scenario, i cui tempi per altro si prevedono molto dilatati, abbiamo chiesto il parere del Dott. Antonio Ciabattini Leonardi, esperto in scienze strategiche dell'Istituto Ricerche e Informazioni Difesa (Istrid).

In che modo l'eventuale ammissione di Ankara ai Venticinque, potrebbe cambiare la natura del progetto europeo?
Al momento la Turchia costituisce lo snodo di futuri allargamenti all'Ue, capace di esaltare tutte le contraddizioni del tema sui confini dell'Europa: facile immaginare le possibili conseguenze determinate da un eventuale ingresso di Ankara sugli altri potenziali candidati.
Sarebbe utile una valutazione più approfondita della capacità istituzionale dei paesi candidati ad assumersi gli obblighi dell'appartenenza all'Unione?
In effetti avere una democrazia sostanziale ed un'economia di mercato funzionante è una condizione necessaria ma non sufficiente. Per poter convivere all'interno dell'Unione, occorre che ci sia una relativa somiglianza dei sistemi statuali tale da rendere possibile una reale partecipazione.
In questo senso quali sono i progressi fatti dalla Turchia e quali invece le difficoltà che permangono?
In molte materie economiche Ankara ha introdotto riforme rilevanti: si pensi alla politica doganale e commerciale, alla concorrenza o alla tutela della proprietà intellettuale e industriale. A partire dal 2002, inoltre, la Turchia si è mossa nella direzione di significativi mutamenti di carattere istituzionale e legislativo, come ad esempio l'abolizione della pena di morte o la riforma del sistema di detenzione, per scoraggiare torture e maltrattamenti. Certo, rimane grande il divario politico tra questa, sebbene sia un paese islamico moderato, e il resto dell'Europa, per quanto riguarda i criteri di democrazia, così come permangono lacune nel settore del rispetto dei diritti umani e della tutela delle minoranze.
Una delle questioni al centro delle polemiche riguarda l'identità musulmana del paese, guidato, peraltro, da un partito di ispirazione islamica. Quali potrebbe essere gli effetti sul contesto europeo?
Sul versante dei valori comuni è stato oggetto di profonde discussioni la questione dell'ispirazione religiosa che caratterizza quel Paese e che ne farebbe un unicum nell'Unione. D'altro canto occorre tenere presente anche gli sforzi fatti dalla Turchia per adeguare il suo ordinamento a quello della Ue: il governo turco ha speso molte energie e molti soldi per accreditarsi come partner credibile. Si pensi ad esempio al tentativo di reinserire nel codice penale turco il reato dell'adulterio prudentemente ritirato dopo le polemiche e gli ultimatum inviati da Bruxelles ad Ankara. C'è poi un altro aspetto da considerare e cioè il risentimento che potrebbe subentrare nel paese qualora la Turchia rimanesse fuori dall'Ue sulla base di tali considerazioni. Il rischio sarebbe quello di ricacciare la Turchia nelle braccia dell'Islam.
Se questi sono i rischi, quali sono i vantaggi di questo allargamento dal punto di vista europeo?
La Turchia è un paese dinamico di 70 milioni di abitanti, di cui il 60% sotto i trent'anni: sarebbe una forza positiva in un continente che invecchia. Per la Ue inoltre si tratterebbe di inglobare un'economia che ha un potenziale di crescita nemmeno inimmaginabile per gli standard continentali. La crisi finanziaria sembra essere oramai alle spalle: l'inflazione è scesa, il Pil ha ripreso a crescere in misura considerevole (13% nel primo semestre 2004 e 9% nel secondo) e gli investimenti diretti dall'estero stanno aumentando. Il potenziale del paese, con una simile popolazione, un'economia vibrante e una posizione geografica strategica è eccellente.
Ma l'ingresso di un paese popoloso e con agricoltura ancora arretrata non squilibrerebbe il funzionamento delle istituzioni europee?
E' ovvio che l'ingresso della Turchia determinerebbe una revisione nella distribuzione dei fondi comunitari che andrebbe a colpire i paesi membri più deboli. Ma riguardo la Turchia andrebbe fatto anche un altro discorso: il vantaggio di un suo ingresso potrebbe risultare strategico.
Si riferisce alla prossimità della Turchia alle riserve energetiche del Medio Oriente e del Caspio?
Sì, ma non solo. La Ue potrebbe finalmente affrontare la questione della difesa europea (Pesd) e si raggiungere un'influenza senza precedenti in Medio Oriente e nell'Asia centrale, regioni vitali per le forniture energetiche del Vecchio Continente. C'è da aggiungere che la Turchia ha ereditato la funzione fiduciaria di corridoio energetico dell'Occidente dalla coalizione atlantica nel contesto della Guerra Fredda e dall'intesa con Israele maturata negli anni Novanta. E' su questa logica che si basa l'opzione Baku-Tblisi-Ceyan, avviata nel 1997 anche in collaborazione con Israele, per commercializzare le risorse del Caspio verso i consumatori americani ed europei.
E' nota la pressione esercitata dagli Usa per l'ingresso della Turchia nella Ue. Ma il legame con Washington si può ancora ritenere solido?
L’alleanza tra Stati Uniti e Turchia non è stata modificata sostanzialmente dal rifiuto di Ankara di consentire il passaggio sul suo territorio delle forze americane destinate ad attaccare l'Iraq dal Nord. Washington continua a sostenere la necessità dell'ammissione nella Ue della Turchia, in quanto il paese rappresenta senza dubbio un modello da esportare. Ankara allargherebbe il "polo" europeo filoatlantico, renderebbe più difficile, se non impossibile, la creazione di un'Europa in competizione con l’altra sponda dell’Atlantico e consoliderebbe un avamposto strategico americano, nonché un alleato di Israele, verso il sistema Caucaso-Asia Centrale-Golfo.

Sabrina Carreras
(20 ottobre 2005)

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