Il fallimento della trattativa tra la Santa Sede e Pechino

Le conclusioni della cosiddetta  9^ Assemblea dei Cattolici cinesi  – l’organismo creato dal Governo di Pechino per “governare” le strutture (Associazione patriottica e Consiglio dei Vescovi, entrambe non riconosciute dalla Santa Sede) preposte al controllo della comunità dei cattolici e da sempre considerata dal Vaticano incompatibile con la Chiesa di Roma –  sono state una doccia gelata per tutti coloro che speravano in qualche concreto passo avanti nello scioglimento degli intricati nodi nei quali è stretto il contenzioso sino-vaticano, a cominciare da quello sulla nomina del Vescovi in Cina. 

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Dopo decenni di incontri e di negoziati, che oggi sembrano vanificati dalla rigidità ideologica delle posizioni riaffermate dalla 9^ Assemblea, torna alla memoria la risposta, ufficiosa e mai verificata, che Zhou Enlai diede alla domanda di Henry Kissinger, nel 1971, quando gli chiese il suo giudizio sulla Rivoluzione francese del 1789: “E’ troppo presto per dirlo”.

Nodi intricati di una situazione peraltro di chiara lettura: ai governanti cinesi, infatti, importa poco o niente della Chiesa cattolica e della Santa Sede. Dal momento che il regime impone l’ateismo obbligatorio ai dirigenti e iscritti al partito, secondo le direttive sulla sinicizzazione della religione e sulla Chiesa di Stato ribadite dal presidente Xi Jinping nel suo discorso alla Conferenza sulle religioni dell’aprile 2016, il suo prioritario problema è mantenere in piedi e ben funzionanti gli organismi burocratici che servono al controllo capillare dei milioni di credenti.

Si tratta di strutture inconciliabili con le precise norme della bimillenaria articolazione gerarchica della Chiesa cattolica romana fondata sul primato petrino e sulla comunione dei Vescovi successori degli Apostoli.

E’ facile immaginare con quale compiacimento i dirigenti comunisti cinesi abbiano assistito alle reiterate “aperture” provenienti dal Vaticano durante tutto il 2016, pronti a coglierne i vantaggi mediatici, interni ed esterni. Ma, alla fine, il prezzo del compromesso che si delineava  – Vescovi nominati dal regime cinese e “ratificati” dal Papa –  è stato evidentemente giudicato da Roma non solo troppo alto ma anche portatore di ulteriori e più gravi conseguenze per la Santa Sede.

Quanto alla 9^ Assemblea, sia la sua composizione sia i testi degli interventi durante i lavori sia la rielezione dei suoi vertici per i prossimi cinque anni  – alla presidenza è stato confermato un Vescovo illegittimo –  hanno seguito il tradizionale copione delle riunioni di partito con decisioni, discorsi e nomine preventivamente e rigidamente stabilite.

E così è avvenuto con i Vescovi presenti alla 9^ Assemblea, tra i quali anche alcuni di quelli riconosciuti da Roma, che sono stati usati come pedine di un gioco finalizzato a ripetere, con i consueti toni propagandistici, i concetti-slogan: “indipendenza”, “autonomia”, “autogestione” e, astro oggi più brillante di altri, la “sinicizzazione” di marca Xi Jinping.

L’esito è stato sconfortante: nessun segnale positivo è giunto per la Santa Sede nonostante la sua disponibilità a compromessi senza precedenti. Un atteggiamento, questo, che non solo non è servito ma, anzi, ha fatto emergere due considerazioni sulle quali riflettere: da un lato la lontananza dei negoziatori dalla tradizionale, antica finezza della diplomazia pontificia e, dall’altra, il distacco dalla realtà di molti “sinologi”, per lo più italiani, che si sono per mesi avventurati in rosee previsioni poi smentite dai fatti.

Una voce accorata tra le tante del mondo cattolico cinese che, per libera e costosa scelta, resta fedele al Papa e alla Chiesa di Roma  – nonostante le infinite vessazioni di Pechino e ora anche le astiose incomprensioni di chi vorrebbe ad ogni costo un “accordo” –  ha riassunto la situazione in una sola amara frase: “Questa Assemblea è uno schiaffo in faccia al Vaticano“.