RUSSIA - Yukos: fine dei giochi

Sulle sorti della società petrolifera Yukos si è giocata una vera e propria partita a scacchi tra il governo di Mosca e gli economisti russi. Il primo ha giocato al rialzo alimentando progressivamente i presunti debiti fiscali della società, i secondi hanno intentato tutti i mezzi legali per contrastarlo. L’ultimo mossa è stata fatta il 15 dicembre, con la presentazione, presso il tribunale di Houston, della domanda di ammissione alla procedura di amministrazione controllata prevista dal Capitolo 11 del Codice Fallimentare statunitense. Nella stessa occasione i vertici di Yukos domandavano al tribunale americano di fermare la vendita di Yuganskneftegas, la principale unità produttiva della società. Il 12 ottobre il passivo dell’azienda ammontava a quota 3,73 miliardi di dollari. Il 19 dicembre, giorno in cui si è conclusa l’asta farsa che le ha sottratto la sua principale unità produttiva, il debito fiscale raggiungeva i 27 miliardi. Il titolo nell’arco di due mesi è crollato: il 20 dicembre un’azione valeva 0.55 dollari

Il Cremlino è riuscito nello scopo che si era prefissato oltre un anno fa: acquisire il secondo produttore nazionale di greggio. Una società che controlla il 2 per cento del petrolio mondiale e che esportava 1,7 milioni di barili al giorno solo nell’Europa Orientale (Lituania, Polonia, Slovacchia, Ungheria). La dimostrazione di come fosse già tutto deciso, si desume dagli ultimi avvenimenti. Il 19 dicembre tutti danno per scontato che il compratore di Yuganskneftegas sarà Gazprom, il colosso statale russo. Il prezzo base dell’asta è di 500 milioni di dollari: una cifra modesta se si tiene conto dei debiti presunti di Yukos. Mentre sui giornali occidentali si dà per scontato il compratore, in Russia regna l’incertezza. L’unità petrolifera viene acquisita dall’ignoto gruppo Baikal al prezzo di 9,34 miliardi di dollari. L’unica informazione disponibile su questa società, è il luogo dove è stata registrata: la città di Tver, nel nord-ovest della paese. Allo stesso indirizzo della società Baikal, si trova anche la Tverneftmash, che produce attrezzi energetici, comprata da Gazpromgeocomservice. Il nome è simile, ma i vertici di Gazprom negano qualsiasi “parentela”. Tre allora le ipotesi che iniziano a circolare: la prima, la più logica, è che il gruppo sia una società di facciata di Gazprom; la seconda, che agisca per il gruppo Sourgneftegaz, vicino al Cremlino; la terza è che sia un mix delle prime due supposizioni. Esce una notizia: entro il 2 gennaio Baikal dovrà completare l’acquisto a Mosca. Il mancato saldo determinerebbe l’acquisizione da parte dello stato russo dell’intera unità produttiva. Tradotto in cifre significa entrare in possesso del 17 per cento delle riserve petrolifere nazionali, pari a 11,63 miliardi di barili.

Non si è dovuto aspettare il 2 gennaio. Il 23 dicembre Yukos passa definitivamente nelle mani di Mosca: Sibneft, compagnia statale, dichiara d’avere acquisito il 100 per cento della misteriosa Baikal. A dare l’annuncio dell’acquisizione è il Presidente del Consiglio di Amministrazione di Sibneft, Igor Setschin, amico di Putin, vicepresidente dello staff del Cremlino ed ex direttore dei servizi segreti russi. Tra l’altro Sibneft sta portando avanti una fusione con Gazprom. In tal modo Putin realizzerà una superholding energetica e tutto convergerà verso il potere amministrativo centrale. Quando fu arrestato, Mikhail Khodorkhovskij (nella foto), Presidente del Consiglio d’amministrazione di Yukos, disse sin dal principio che l’obiettivo di Putin non era solo quello di togliersi di torno un personaggio scomodo che aveva deciso di buttarsi in politica, candidandosi per le presidenziali: il suo vero scopo era quello di mettere le mani sulla compagnia petrolifera. Una società condannata a Mosca per frode, ma indicata negli Stati Uniti come esempio di trasparenza. Una società privata che poteva attuare una politica non in linea con le direttive del Cremlino, come la costruzione dell’oleodotto Angarsk-Daqing. E che ha visto gli ultimi dirigenti rimasti in terra russa, Bruce Disamore e Steven Theede, entrambi cittadini americani e membri del CEO di Yukos, letteralmente in fuga il 25 novembre scorso, a causa del clima di terrore che si è venuto a creare e che non ha minacciato solo la compagnia pertrolifera.

L’8 dicembre la borsa di Mosca è crollata. A determinare la sfiducia degli investitori è stato l’annuncio della richiesta da parte del fisco a VimpelCom, di 4,4 miliardi di rubli in tasse arretrate (118 milioni di euro). VimpelCom è la seconda compagnia di telefonia mobile in Russia, ed è controllata dalla holding finanziaria Alfa-Group, dell’oligarca Michail Friedman, un altro uomo, al pari di Khodorkhovskij, non gradito a Mosca a causa delle sue immense concentrazioni di potere. La linea di Putin è chiara: in periodo di guerra fredda i carri armati sarebbero entrati a Kiev così come entrarono a Budapest e a Praga. Problemi con eventuali oligarchi non ci sarebbero stati. Oggi, dopo il crollo del muro di Berlino, Mosca può forse mandar giù un governo filo-occidentale in Ucraina, ma non può certo permettersi che spinte centrifughe interne, attivate da oligarchi arricchitisi in maniera poco trasparente, possano minare l’establishment moscovita. Non è cambiato nulla in questi quindici anni, c’è stata solo una apparente parentesi, durante la quale si è fatto molto rumore per nulla. Mentre alcuni equilibri si rompevano ed altri se ne formavano, qualcuno in terra russa ha creduto per un certo periodo di poter cambiare qualcosa. forse persino di rendere reale la glasnost. Ma al Cremlino, sono solo cambiate le facce, non la politica. I dirigenti di Yukos hanno promesso di tentare tutte le strade legali possibili, promettendo battaglia al Presidente. E’ il canto del cigno.

Marianna Sacchini
(5 gennaio 2004)

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