Gustavo Pregoni
IRLANDA DEL NORD - Il “post-elezioni”, la solita storia
La storia recente delle sei contee dell’Irlanda del Nord è caratterizzata da un noioso ed ossessivo ripetersi: i black taxi fanno su e giù per le estates, scarrozzando i turisti, pochi, e mostrando loro murales e peacelines; i disoccupati, al contrario, tanti, si accodano per ritirare il sussidio da spendere nei restanti giorni della settimana in qualche pub del centro. Tale stasi purtroppo non risparmia la vita politica del Paese: è già trascorso un mese dalle ultime elezioni e non si profila nulla di nuovo all’orizzonte. Il Democratic Unionist Party ed il Sinn Fèin si sono attestati rispettivamente come primo e secondo partito, quindi compito loro sarebbe trovare un’intesa e formare un governo stabile, tale da poter garantire quell’esercizio dei poteri di devolution sanciti nel Trattato del Venerdì Santo del 1998 ma in realtà rimasti dead letter in quanto tuttora vigente il Direct Govern di Westminster sulla “provincia”. Questa comunione di intenti risulta però è impraticabile: il Dup rifiuta ogni tipo di dialogo ed il suo leader, Ian Paisley, ha dichiarato ormai inaccettabili i termini del Good Friday Agreement, affermando che questo non va rinegoziato, ma dimenticato. Ribadendo, per l’ennesima volta, il proprio totale disprezzo nei confronti del Sf e dei suoi vertici, definiti senza mezzi termini dei “terroristi pieni di retorica”.
Il Sf, da parte sua, si trova sempre compresso e limitato nel suo inserimento nella politica istituzionale dalla “ingombrante” presenza dell’Ira che, anche se sotto regime di “cessate il fuoco”, viene continuamente tirata in ballo, insieme al suo arsenale, dagli Unionisti per bloccare ogni possibile sviluppo del peace-process. E non è ancora arrivata la risposta dell’Army Council dell’Esercito Repubblicano all’invito allo scioglimento rivoltogli da Gerry Adams durante la scorsa campagna elettorale. Anche in questa occasione, la fase post-elezioni è stata caratterizzata da multi-part talkings e trattative di ogni genere, che hanno coinvolto un po’ tutte le parti in causa, compreso Peter Hain, nuovo Nortrhern Irish Secretary of State targato New Labour. I temi analizzati sempre gli stessi: si è parlato di “equality agenda”, “truth and reconciliation”, “human rights law”, ma la verità è che questi meeting vengono organizzati solamente per salvare la faccia poiché, in realtà, nessuno dei partecipanti ha mai manifestato l’effettiva volontà di approdare a qualcosa di concreto.
Intanto, mentre i politici “giocano”, per le strade di Belfast si continua a sparare. Un uomo di 26 anni sta combattendo in queste ore per la propria vita in una corsia del Royal City Hospital: è stato trovato nella notte fra il 4 ed il 5 giugno nei pressi del Redburn Cemetery, lungo la Old Holywood Road, con un proiettile conficcato in pieno petto. La Polizia sta effettuando le indagini del caso e l’intera area compresa fra Jackson’s Road e Redburn Road è stata transennata dai periti della Psni nella speranza di trovare qualche ulteriore indizio. Il portavoce delle forze dell’ordine ha ufficialmente comunicato che “si tratta di un caso isolato”, una dichiarazione a cui risulta difficile credere. Fra i residenti zona già si parla di regolamento di conti fra gruppi paramilitari protestanti rivali, la cui faida sta seminando un certo panico fra gli abitanti di East Belfast, soprattutto dopo il ritorno nelle sei contee di Johnny “Mad Dog” Adair e di alcuni dei suoi uomini. Inoltre, nel quartiere di Loughview Estate, adiacente a Redburn, nei mesi scorsi vi sono stati numerosi casi di violenze ed intimidazioni collegate al racket ed al traffico della droga controllato dai boss dell’Ulster Defence Association, la più numerosa organizzazione paramilitare protestante del paese.
Stanno continuando anche gli attacchi di stampo razzista nei confronti delle minoranze etniche. Dopo le numerose famiglie di colore costrette a lasciare le proprie abitazioni lungo la parte protestante di Donegall Street, South Belfast, ora è stato il turno di una famiglia di origine lituana, la cui abitazione, nei pressi di Ahory, nella contea di Armagh, è stata fatta oggetto del lancio di alcune bombe carta. Altro episodio analogo ha riguardato una coppia di polacchi, residente a Orchard Park, Loughgall, sempre nei pressi di Armagh: degli sconosciuti dopo una serie di avvertimenti verbali, sono passati alle vie di fatto, distruggendo a sassate alcuni vetri delle finestre della loro casa e dando in seguito fuoco alla loro autovettura.
Questi sono solamente alcuni dei numerosi casi di violenza accaduti in Irlanda del Nord di recente. Tale recrudescenza meriterebbe da parte dello Stato una risposta adeguata o, quantomeno, una risposta. Ma l’interrogativo che qui a Belfast ormai tutti, “verdi” o “arancioni” che siano, si pongono da tempo immemore è: quale Stato? Alcuni agenti della Psni, intervenuti a seguito di una segnalazione, si sono rifiutati di rimuovere da una casa privata di East Belfast delle bandiere dell’Ulster Volunteer Force, storico gruppo paramilitare protestante: ma il mese scorso il Chief Commissioner della polizia non aveva ufficialmente introdotto severi provvedimenti e dichiarato tolleranza zero contro l’esibizione di simboli e bandiere a carattere settario e discriminatorio? Ed intanto la marching season si avvicina…
(9 giugno 2005)