Valerio Fabbri
UCRAINA - L’arancione si tinge di giallo
Il caso Ucraina è solo al primo atto, anche se sembrava che il presidente Jušenko (nella foto insieme alla Tymošenko) se la fosse cavata con una decisione d’autorità licenziando in tronco il suo governo. La situazione però si è complicata e promette di avere sviluppi ben più caldi. Solo alla seconda votazione Echarunov è diventato ufficialmente il nuovo primo ministro, con 289 voti del parlamento a favore: quelli decisivi sono arrivati dal partito di Janukovic. Il presidente in carica deve ringraziare oggi l’uomo che solo un anno fa era il suo acerrimo rivale. Il nuovo premier ha giocato subito a carte scoperte: “il mio sguardo va al Dnepropetrovskij (la regione russofona ricca di risorse, da dove partirono i minatori a sostegno di Janukovic) e questo è un segnale significativo per il nostro grande, medio e piccolo business, ed anche per i partner stranieri che collaborano con noi”, ha riportato l’Itar-Tass. L’appoggio è arrivato dopo precise garanzie: l’interruzione della persecuzione per motivi politici, la libertà di accesso ai mezzi di informazione e la garanzia del diritto alla proprietà privata, assicurazioni che indicano la temperatura della battaglia politica in atto. Un recente memorandum sottoscritto sia dal premier che dal presidente, sottolinea come siano prevalsi gli interessi della nazione su quelli privati. In realtà il sipario non è ancora calato sulla crisi che ha tenuto viva l’attenzione dell’Occidente per tutto lo scorso inverno.
La cronaca in breve. Il 5 settembre Zincencko, capo di gabinetto del presidente, se ne va sbattendo la porta in faccia ai suoi colleghi, accusandoli di corruzione e di essersi divisi in due fazioni che badano solo ai propri interessi. In particolare, punta il dito contro Porošenko, segretario per la Sicurezza Nazionale, proprietario di uno fra i patrimoni più cospicui del paese, nonché main sponsor della Rivoluzione Arancione, a cui imputa di perseguire una propria politica personale a scapito di quella presidenziale. Con senso della misura e per evitare di diventare un facile capro espiatorio, Porošenko toglie il disturbo uscendo di scena. Poi interviene il capo: si mette una mano sul cuore, ripensa ai valori della rivoluzione, che intanto egli stesso ha provveduto a difendere con il copyright sui gadget (!), e soddisfa il grande pubblico con una buona dose di moralismo sostenendo che “al potere ci sono volti nuovi, ma il volto del potere non è cambiato”, poi manda via l’intero esecutivo. Il licenziamento del governo avviene pochi giorni dopo, insieme con l’indicazione della strada da seguire. Si riparte da Echarunov, un tecnico fedele alleato di Jušenko, che ha il compito di stemperare la tensione, traghettando il paese in questa transizione. Ha tuttavia bisogno della fiducia del Parlamento, che non tarda a giungere: ottiene 223 voti sui 226 necessari. I nodi vengono al pettine: Julia Tymošenko, la bionda pasionaria della rivoluzione di novembre che poi diventata primo ministro, gli ha negato l’appoggio del suo gruppo, e con lei qualche sbadato deputato pro-Jušenko che era fuori al momento della votazione decisiva. Il primo ministro in pectore è stato sfiduciato per delegittimare la leadership del presidente, che però rilancerà la sua candidatura come previsto dalla costituzione. Il vaso di pandora è stato appena scoperchiato e le premesse non sembrano affatto delle migliori. Soprattutto se si tiene conto di due tappe fondamentali, che aiutano peraltro a spiegare la condizione attuale: la messa all’asta del colosso dell’alluminio Kryvorižtal ad ottobre prossimo e le elezioni parlamentari del marzo 2006.
Sono stati proprio loro, la donna che aveva infiammato gli animi sulle barricate per la democrazia e l’uomo che in nome della causa liberale è stato sfigurato in volto, a spezzare quel sogno che ha aveva contagiato milioni di persone, ucraine e non. Ora si trovano su fronti opposti e tengono fede al noto ammonimento “la rivoluzione si divora i propri figli”. Se formalmente si è parlato di corruzione per motivare la drastica decisione, nei fatti il legame di ferro che risale a meno di un anno fa è saltato sul campo minato delle riforme economiche, a cui ora si sono aggiunti dubbi su quelle parlamentari. Entrambe furono promesse nel caos politico di allora per garantire un’uscita di scena pacifica di Janukovic, ma la realizzazione non si è rivelata facile. Ma le resistenze al cambiamento attraversano l’intera nazione che, nella corsa verso l’Europa, si trova ora costretta a bilanciare i suoi impulsi anche verso la Russia.
L’economia ucraina è ancora fragile, come ovvio per un paese in transizione: nei primi 7 mesi del 2005 il tasso di crescita è stato del 3,7%, rispetto al 12,1% del 2004, e gli standard per l’accesso al Wto sono stati raggiunti solo in minima parte, mentre diverse riforme rimangono in parlamento a marcire. In questione ci sono le privatizzazioni sospette dell’era Kucma, che il tandem si era impegnato a rivedere e ad abrogare: la Tymošenko è favorevole ad azioni radicali e promuove l’idea di “riprivatizzare”, cioè mettere all’asta tutto quello che è stato svenduto agli oligarchi, avvalendosi del Fondo ucraino che ha contato in 194 le privatizzazioni compiute violando la legge. Jušenko, al contrario, è coscio che questo clima di vendetta non incoraggia gli investimenti stranieri e la precarietà rallenta la crescita necessaria per la stabilità e l’affermazione della nazione. In giugno è stata varata una limitazione delle revisioni alle imprese indicate dagli organi del potere giudiziario, e così il processo è stato sottratto alla supervisione degli organi amministrativi. Il caso più eclatante è quello della più grande acciaieria locale, la Kryvorižtal, privatizzata poco più di un anno fa con un percorso che aveva escluso le grandi società estere ed era andato a beneficio di due personaggi vicini a Kucma. Due sentenze di altrettante corti differenti, hanno giudicato illegali la privatizzazione ed il prezzo pagato. È stato dunque deciso di sottrarla ai proprietari e rimetterla all’asta ad ottobre prossimo, aprendo questa volta la gara anche ai russi e agli occidentali. Questa asta forzata è paradigmatica per far luce sulle posizioni divergenti in campo: il presidente ha assunto un atteggiamento moderato e pragmatico, vuole evitare di creare uno stallo negli investimenti e la precarietà che ne deriverebbe, mentre la Tymošenko, spinta da un populismo sospetto, vuole procedere ad una revisione simile su gran parte delle imprese segnalate (alluminio, ferro). Questo suo radicalismo suona demagogico, ma soprattutto è in contrasto con il suo passato di Eleven-Bilion-Dollar Woman, come era stata soprannominata quando sul finire degli anni ’90 controllava l’intero sistema energetico del paese.
La sostanza comunque non cambia: questa è la dimostrazione che nello spazio post-sovietico nemmeno un peso massimo come l’Ucraina può fare a meno dell’ex-Urss per raggiungere una normale crescita economica né, tanto meno, portare avanti una politica di confronto. La nomina di un economista stimato come Echarunov è quasi un manifesto programmatico: di etnia russa (buriata), proveniente dall’Ucraina orientale, Jurij Echarunov è stato a capo del Fondo delle Proprietà Statali nel periodo 1994-1997 e ha portato a termine, con successo, alcune privatizzazioni di massa. Successivamente è stato il vice primo ministro di Jušenko e uno dei leader del partito Nasa Ucraina (Nostra Ucraina) . Un occhio all’economia ed uno alla geopolitica, se è vero che la persistente retorica anti-russa della Tymošenko ha spinto l’Ucraina orientale a guardare sempre più a Mosca. Nel calderone ora è stato tirato in ballo anche l’ex presidente Kucma, che, subito dopo la mancata fiducia a Echarunov, è stato accusato da una commissione parlamentare investigativa di aver organizzato l’omicidio del giornalista indipendente Gongadže, che stava indagando sugli affari sporchi relativi alle privatizzazioni. Benzina sul fuoco capace di infiammare l’inizio della campagna elettorale, che si prospetta a dir poco turbolenta.
In questa battaglia per il potere, il rimescolamento delle carte ad opera dei biznesmen è stato inevitabile, come il più che probabile scontro fra i due ex alleati. La “pasionaria della rivoluzione” ha rilanciato la posta in gioco, promettendo la fiducia solo con la garanzia che in gennaio anche le riforme costituzionali, che dovrebbero trasferire buona parte dei poteri presidenziali al primo ministro, saranno approvate. Jušenko forse cederà, ma ha ancora due carte salvagente: la corte costituzionale, che già gli venne incontro lo scorso dicembre, o un referendum popolare abrogativo. La partita è appena iniziata.
(26 settembre 2005)