Emanuele Di Girolamo
UNIONE EUROPEA - Turchia ed Ue, una sfida possibile?
Il 6 ottobre 2004 la Commissione Europea si è pronunciata a favore dell’inizio dei negoziati che dovranno portare all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. La cautela mostrata nel rapporto tuttavia, la dice lunga sulle diffidenze e resistenze esistenti in Europa rispetto all’adesione di Ankara. Si è avuta l’impressione che il parere favorevole sull’opportunità di dare inizio ai negoziati sia stata dettata più dalle contingenze del momento che da un orientamento ben preciso. Bisognava in altri termini evitare di sbarrare la strada alla musulmana Turchia in una fase così delicata dei rapporti tra Islam e Occidente, evitando l’accusa di voler escludere i turchi dal “club cristiano”. E’ indubbio che l’ingresso della Turchia nella Ue muterebbe profondamente l’assetto politico e istituzionale europeo. Si può sostenere anzi che porterebbe ad una ridefinizione degli stessi confini geopolitici e culturali del nostro continente, aprendo successivamente la strada all’adesione di altri paesi che, come ad esempio l’Ucraina o la Bielorussia, sono molto più legati all’Europa da vincoli culturali, economici e politici.
La Turchia è un paese a stragrande maggioranza musulmana e in continua crescita demografica (se entrasse nel 2015 diverrebbe il paese più popolato dell’Unione), che nulla ha a che vedere con le tanto richiamate radici cristiane dell’Europa. Quell’Europa cristiana che, non dimentichiamolo, già nel 1529 e ancora nel 1683 aveva respinto gli ottomani che premevano ai suoi confini per islamizzarla. Se da un lato l’ingresso della Turchia estenderebbe l’area di stabilità e sicurezza europea ed atlantica fino al vicino Oriente (il paese fa parte della Nato da più di cinquant’anni) e costituirebbe un esempio di possibile democratizzazione dell’Islam, dall’altro segnerebbe comunque una grave battuta d’arresto per il progetto di creare un’Europa potente e coesa da un punto di vista politico ed in grado di giocare un ruolo di primo piano sugli scenari globali, al pari delle altre grandi potenze. Vi è addirittura chi ha parlato di rischi di implosione dell’Unione Europea in caso di ingresso della Turchia.
I paesi più favorevoli all’adesione di Ankara sono certamente gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, essendo interessati a ostacolare la nascita di una Ue forte politicamente: i primi per mantenere il loro predominio, la seconda per evitare di dover acconsentire ad ulteriori cessioni di sovranità. Anche la Germania sembra favorevole, considerata la presenza di oltre due milioni di immigrati turchi sul suo territorio. La Francia ed altri paesi sembrano molto meno entusiasti rispetto all’ idea che la Turchia entri a far parte dell’Unione. L’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing ha affermato recentemente che “la Turquie n’est pas un pays européen”.
Anche se l’ingresso di Ankara avverrà nella migliore delle ipotesi nel 2015, esso pone tutta una serie di interrogativi circa la direzione politica che Bruxelles vorrà intraprendere in futuro. La priorità è stata concessa finora all’allargamento a scapito dell’approfondimento dell’unità europea ed a regolazioni economiche e burocratiche anziché ad una politica estera e di difesa comune in grado di far giocare un ruolo di primo piano all’Europa sulle questioni globali. Le gravi spaccature che intercorrono tra i paesi della Comunità su questioni cruciali di politica internazionale dimostrano la scarsa coesione di vedute che contraddistingue oggi i venticinque membri.
L’ingresso nell’Ue della Turchia, paese musulmano e dagli interessi strategici e politici solo in parte convergenti con quelli nostrani, non farebbe che acuire contrasti e diffidenze e renderebbe senza dubbio più difficile la costruzione di un’Europa capace di far sentire il suo peso nel mondo. Un’Europa dei popoli. Una nazione che senta di condividere un destino comune e non un super-stato dominato dai tecnocrati e dai burocrati. L’Ue è destinata inevitabilmente a rimanere un nano politico finché non si doterà degli strumenti necessari a portare avanti una governance globale. L’adesione della Turchia non faciliterebbe certamente questo difficile compito, date le notevolissime differenze economiche, sociali e politiche che la separano dal resto del “vecchio continente”.
(30 gennaio 2005)