Roberto Coramusi
UNIONE EUROPEA - L’ingresso della Turchia non è più di moda
Ci sono voluti più di due anni per insinuare il dubbio e far prendere corpo una tesi, supportata da valide e coscienziose teorie geostrategiche, secondo la quale chi sosteneva il “rapporto privilegiato” rispetto alla piena annessione della Turchia nell’Ue, come l’Austria e numerosi esperti di politica internazionale, non era poi così folle, elitario e fondamentalista (cristiano!). La conferma è arrivata leggendo l’analisi complessa e ben articolata apparsa su la Repubblica lo scorso 20 dicembre (pagina 22) a firma Ferdinando Salleo. L’editoriale, dal titolo “Turchia, un’incognita sull’Unione Europea”, prende in esame le enormi difficoltà incontrate nel processo di allargamento a ventisette, arrivando a mettere in discussione quella che, fino a qualche mese fa, era l’opinione più diffusa in tutto il Vecchio Continente, in Italia in particolare, l’ingresso di Ankara nell’Ue. Il riferimento è al corpo scientifico ed intellettuale che si è sempre schierato in favore dell’ingresso turco in Europa, almeno nella sua parte maggioritaria, e non alla gente comune, che ha espresso ripetutamente tramite le indagini demoscopiche la propria riluttanza all’estensione dei confini europei fino in Anatolia.
Le basi su cui si fonda questa opinione, non più maggioritaria, sono passate in secondo piano rispetto alle perplessità, trasformate ora in problematiche attuali, che il confronto continuo con Ankara sta facendo emergere. Il ruolo della Turchia, alleato laico e democratico, come deterrente dell’estremismo islamico proliferante nella regione, il contrappeso dell’egemonia iraniana in Vicino Oriente attraverso una sinergia consolidata con Israele, le grandi capacità di crescita economica con smisurate riserve di mano d’opera a basso costo, la preparazione di un esercito d’elite, schierato dal 1952 su posizioni atlantiste, rappresentano argomenti ormai oscurati dai lenti progressi dell’esecutivo Erdogan (nella foto con Angela Merkel) sulla libertà di espressione e di stampa, sulla storica rischiosa connivenza tra potere politico e vertici militari, sull’incognita dell’integrazione di un popolo dalle tradizioni assai diverse da quelle europee, il timore dell’emigrazione massiccia, l’ambivalenza sui rapporti di Ankara con le comunità turche nelle turbolenti repubbliche centro-asiatiche, la propensione politica verso le strategie statunitensi piuttosto che gli interessi europei e la difficoltà nel riconoscere tutte le colpe nella triste pagina del genocidio armeno.
In questa ottica sono valutati poco positivamente anche gli sforzi innegabili che Erdogan ha imposto al suo partito e alla nazione. Nel rapporto redatto da Carniel Eurlings si legge a chiare lettere: “La Turchia deve fare molto di più sul rispetto dei diritti umani, dalla libertà di espressione a quella religiosa, deve risolvere la questione cipriota e aprire i suoi porti e aeroporti a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, deve riconoscere il genocidio degli armeni perché chi aderisce all’Europa deve fare i conti con il proprio passato”. Ancora più pesante la denuncia di Olli Rehn, Commissario europeo per l’allargamento, che si è espresso in toni veramente poco concilianti: “Comincio a stancarmi di ripetermi. Non riesco neppure a concepire che possa essere considerato europeo un paese che non rispetti principi fondamentali della libertà di espressione (riferendosi alla necessità che la Turchia elimini dal codice penale l’art. 301 secondo il quale si impedisce la libertà di esprimersi a scrittori e giornalisti in nome di presunti e non meglio identificati insulti alla nazione)”. Entrambe queste critiche politiche hanno riaperto il dibattito sull’opportunità dell’entrata della Turchia nell’Unione anche a livello istituzionale. Non esistono forse delle forme di partnership migliori che escludano un passo così rischioso? Probabilmente sì, e sembra che molti se ne siano accorti solo ora, quando, smaltite le inevitabili sbornie iniziali da allargamento, si è iniziato a fare i conti con le problematiche connesse ad un eventuale ingresso dei turchi nella famiglia europea.
L’argomento è talmente complesso che non può essere liquidato, sia dai favorevoli che dai contrari, con semplici slogan. D’altronde l’oggetto del disquisire è il futuro del Vecchio Continente e di un’area geopolitica troppo spesso sottostimata: il bacino del Mediterraneo. Probabilmente, legando il destino della Turchia a doppio filo con quello dell’Europa e delle sponde meridionali e orientali del Mare Nostrum, si troverebbe la quadratura del cerchio. Il ruolo strategico della Turchia assumerebbe un valore ancora più importante se Ankara continuasse a svolgere il compito di cerniera tra Oriente ed Occidente, senza sbilanciarsi troppo verso l’Europa. In un’ottica rafforzata euro-mediterranea, lo Stato turco, partner fedele dell’Ue, garantirebbe un ottimo filtro verso quei paesi, come Libano, Siria e Palestina, dove l’instabilità regna sovrana e assicurerebbe una mediazione esemplare tra le istanze terzomondiste e quelle maggiormente industrializzate dei Paesi nordafricani ed europei. Un’opera di collegamento preziosa altrimenti più difficile qualora i confini dell’Europa comprendessero anche l’Anatolia, arrivando a lambire le zone nevralgiche del Vicino Oriente. Proprio per questo è utile rilanciare l’invito a non escludere un’ulteriore revisione del testo costituzionale europeo, prevedendo una struttura a cerchi concentrici aperta all’avanzamento verso forme più integrate per quegli Stati che vogliono e possono avvicinarsi al cuore dell’Unione.
(13 febbraio 2007)