ROMANIA - La svolta di Bucarest

Durante lo scorso novembre l’attenzione del mondo si è concentrata sulle turbolente elezioni ucraine. Ma nello stesso periodo un altro paese europeo è stato interessato da una consultazione elettorale gravida di conseguenze: la Romania ha votato il suo nuovo presidente dopo il lungo e controverso mandato del socialista Ion Iliescu, che aveva dominato la scena politica del paese sin dalla rivoluzione del 1989 con cui venne deposto Ceausescu. Contro le previsioni, il liberale Traian Basescu, ex sindaco di Bucarest, ha vinto contro il favorito premier uscente, il socialista Adrian Nastase.

Il cavallo di battaglia della campagna elettorale di Basescu è stato la politica economica: ampi settori della popolazione romena (intellettuali, studenti, imprenditori e in generale gli abitanti delle maggiori città) rimproverano alla lunga gestione socialista di non aver proceduto ad una più decisa conversione all’economia di mercato, trasformando gli ormai inutili stabilimenti industriali di stato in improduttivi istituti di previdenza sociale e finanziando l’insostenibile spesa pubblica conseguente con un eccessivo indebitamento con l’estero. Inoltre la gerontocratica oligarchia socialista non sarebbe stata in grado di arginare l’emorragia delle finanze pubbliche, la tentacolare corruzione e l’inflazione che ha portato un terzo della popolazione sotto la soglia di povertà. In questo senso, Basescu e il nuovo ministro delle finanze Ionut Popescu hanno già varato un incisivo piano di riforma fiscale (unificazione delle aliquote di imposta al 16%) che dovrebbe attirare nuovi investimenti esteri diretti e che ha ricevuto il plauso del Fondo Monetario Internazionale. Per contro, però, tale piano rischia di avere un impatto traumatico soprattutto nelle poverissime campagne e fra i funzionari della pubblica amministrazione, che hanno votato principalmente per lo sconfitto candidato socialista.

Le riforme in campo economico non sono però le uniche sfide che il nuovo presidente e la maggioranza si trovano dinanzi. La politica estera rappresenta infatti un capitolo estremamente delicato: i socialisti avevano orientato ogni scelta in direzione della prossima adesione all’Unione Europea, prevista per il 2007 (ma differibile di un anno qualora le autorità comunitarie considerino ancora insufficienti i parametri macroeconomici). Inoltre Nastase aveva instaurato un dialogo privilegiato con la Francia, scelta coerente con la tradizionale politica estera del paese, e tale rapporto preferenziale si era concretato in significativi vantaggi per gli investimenti francesi in Romania (Basescu ha attaccato il governo Nastase per aver concesso un contratto per la costruzione di una autostrada ad una compagnia francese senza una gara aperta). E’dunque comprensibile la preoccupazione con cui Parigi ha seguito la consultazione elettorale, vista anche l’insistenza con cui Basescu ha ribadito l’intenzione di avvicinarsi sensibilmente agli Stati Uniti, parlando più volte di un ipotetico asse Washington-Londra-Bucarest. Nonostante la divergenza fra Parigi e Washington, comunque, il nuovo presidente ha più volte confermato di voler fare della Romania un paese pienamente integrato nello spazio comunitario, e Bruxelles non ha manifestato una particolare inquietudine all’annuncio di Basescu di voler rinegoziare alcuni impegni, in particolare per quel che riguarda concorrenza e politica energetica (la Romania dispone di ingenti risorse petrolifere, sia in Transilvania che nel mar Nero, in gran parte nelle mani dello Stato). Ciò che preoccupa maggiormente la Ue è al contrario l’eventualità che la nuova leadership romena inauguri una politica estera eccessivamente “allegra” soprattutto per quel che concerne le scelte strategiche nell’area del mar Nero, visto che la vittoria di Juscenko in Ucraina ha già fatto prospettare significativi motivi di tensione fra la Russia e gli altri stati rivieraschi. Altro motivo di timore è costituito dalla Moldavia, dato che con l’ingresso della Romania nella Ue tale questione diventerà di interesse comunitario e inciderà fortemente sulle relazioni euro-russe. Anni fa la maggioranza romena della Moldavia aveva rifiutato l’annessione alla Romania, a più riprese promossa da Iliescu per “distrarre” la popolazione col nazionalismo nei momenti più duri per l’economia del paese. Basescu ha manifestato un atteggiamento ambiguo sulla questione e la necessità di imbarcare nel governo gli ultranazionalisti di Corneliu Vadim Tudor rischia di accrescere le già forti tensioni fra la componente romena della Moldavia e quella slava, separatasi nella repubblica non riconosciuta della Transnistria, isola di illegalità artificialmente tenuta in vita dalla 14° divisione dell’Armata Rossa.

Anche la stabilità politica della nuova Romania desta preoccupazioni: per evitare la coabitazione, Basescu ha incamerato nella maggioranza oltre ai nazionalisti di Tudor, anche il partito della minoranza ungherese di Marko Bèla, la cui convivenza si preannuncia difficile (nonostante la prossima adesione alla Ue, aprendo le frontiere economiche fra Romania e Ungheria, porterà motivi di crescita e stabilità nella perennemente contesa Transilvania). Del resto, anche il partito socialista dovrà, al suo interno, affrontare una difficile resa dei conti fra l’ala oligarchica e conservatrice di Iliescu e quella più riformista di Nastase.

Marco Giuli
(23 febbraio 2005)

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