Marco Giuli
POLONIA - Prospettive e incognite della svolta a destra
Il ballottaggio presidenziale del 23 ottobre in Polonia sembra aver confermato la sorpresa delle elezioni politiche per il rinnovo del Sejm del 25 settembre. Lech Kaczynski (foto in alto a destra), con il fratello Jaroslaw (in basso a sinistra), leader della destra populista di Libertà e Giustizia (PiS), si è imposto sul candidato della destra liberale (Piattaforma Civica, Op) Donald Tusk, riformatore liberista gradito a Bruxelles e agli Usa. I timori europei erano evidenti già dai risultati delle politiche di settembre, in cui i socialisti, che con la coppia Kwasnewski-Miller avevano traghettato Varsavia nella Ue, hanno visto punire il governo di Marek Belka raggiungendo meno dell’11%. Ampiamente prevista è stata invece l’affermazione della destra, divisa tuttavia fra la componente liberale, progressista e filo-occidentale di Op e la componente sociale, tradizionalista, religiosa e populista del PiS, che alle politiche ha ottenuto un risultato sorprendente. Ma sorpresa e preoccupazione sono cresciuti esponenzialmente in seguito al risultato presidenziale, che ha consentito al PiS di dettare le sue condizioni e di ottenere oltre alla presidenza anche la guida del governo con Kazimierz Marcinkiewicz. Come è possibile che dopo quindici anni di sostanziali successi nella transizione fino all’ingresso nell’Unione, tanto da fare del paese uno dei migliori allievi del Fmi, la Polonia ha votato contro la modernità?
Le cause del tracollo socialista sono ormai note. I polacchi non hanno mai dimostrato grande entusiasmo per la politica economica di stampo liberista che nel triennio 1990-1993 ha preso il nome di “dottrina Balcerowicz”, positiva per il risanamento dei conti pubblici e il controllo dell’inflazione e gradita alle istituzioni finanziarie internazionali come utile “terapia shock” per la transizione, ma risultata estremamente penalizzante per vasti settori della popolazione soprattutto nelle campagne. Insomma, se il quadro macroeconomico generale presenta una situazione complessivamente positiva nel registrare una crescita accettabile ed un’inflazione contenuta, troppo poco è stato fatto per la disoccupazione, derivata principalmente dallo smantellamento di interi comparti industriali decotti. Proprio i drammatici effetti di breve periodo della dottrina Balcerowicz hanno determinato nel 1993 la vittoria dei post-comunisti, che hanno però beneficiato per dieci anni dei positivi effetti di medio periodo in termini di crescita e investimenti esteri diretti (provenienti principalmente dalla Germania, soprattutto a causa della rimozione dei differenziali salariali fra Est e Ovest dopo la riunificazione) e hanno potuto così proseguire sulla strada delle riforme. Tuttavia oggi la disoccupazione non è stata riassorbita, la crescita è ferma al 2,8% e anche i conti pubblici destano preoccupazione, con un deficit al 6,8% del Pil e un debito al 53%, pericolosamente vicino al limite costituzionale del 55%, senza contare l’emersione di svariati ritardi infrastrutturali. Non è però solo l’economia a preoccupare i polacchi, ma anche i continui scandali che hanno coinvolto l’élite socialista negli ultimi anni, riguardanti una scarsa trasparenza sia nelle nomine dei dirigenti delle public company e nei processi di privatizzazione (in particolare nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni), sia la presenza ai più alti livelli del Partito Socialista, del governo e del Sejm di ex collaboratori della polizia segreta comunista. Lo stesso candidato socialista alla presidenza, Wlodzimierz Cimoszewicz, ha dovuto ritirarsi dalla corsa alla successione per l’accusa di corruzione.
Inaspettato non è dunque risultato il collasso socialista, quanto la straordinaria affermazione del PiS ai danni di Op, emblematica della grave frattura fra città e campagne, dopo una roboante e spesso volgare campagna populista, in alcuni casi non priva di un certo antisemitismo. Il futuro del paese appare dunque incerto, a causa dei due opposti modi di concepire la destra che dovranno trovare un difficile minimo comun denominatore per governare. Il partito di Tusk e Rokita ha puntato sull’europeismo, insistendo sui benefici che la Politica agricola comune ha portato alla Polonia (12,45 miliardi di euro per il periodo 2004-2006) e annunciando nuove riforme nel segno della continuità, prima fra tutte l’introduzione di una flat tax al 15%. Proprio sulla riforma fiscale il PiS ha vinto la sua battaglia, riuscendo a strappare ai nemici-amici della futura coalizione il mantenimento dell’attuale sistema a tre aliquote progressive. I Kaczynski hanno inoltre puntato con particolare accanimento sia sul timore della popolazione rurale e meno istruita per le cessioni di sovranità dovute all’integrazione europea, accusata di aver imposto sacrifici e contaminato la purezza del forte sentimento nazional-confessionale polacco, sia sul giustizialismo. Il neo-presidente, omofobo e radicalmente anticomunista, ha già annunciato di voler ripristinare la pena di morte, che in sede europea costerebbe probabilmente alla Polonia il congelamento del diritto di voto in Consiglio. Tutto lascia pensare che la convivenza con la destra laica e liberista, sarà estremamente problematica.
L’incertezza non riguarda però la sola politica economica, ma anche quella estera. I socialisti si erano contraddistinti per una linea internazionale estremamente dinamica e dalla forte caratterizzazione atlantista, emersa in occasione dell’attacco all’Iraq e della rivoluzione arancione in Ucraina. Proprio in materia di rapporti euro-russi la nuova Polonia targata Kaczynski rischia di creare imbarazzi a Bruxelles, esasperando l’attitudine russofoba già mostrata dai precedenti governi e complicando la già difficile (e spesso contraddittoria) geostrategia energetica europea , dopo gli elementi di forte perturbazione costituiti dalla crisi di governo ucraina e dall’accordo russo-tedesco sul gasdotto baltico Vyborg-Greifswald. Inoltre non solo la Russia, ma anche la Germania è stata oggetto degli strali nazionalisti del PiS, nonostante la neo-cancelliere Merkel abbia più volte manifestato l’intenzione di allentare l’asse russo-tedesco messo in piedi da Schröder e Putin (e decisamente stigmatizzato da Varsavia) e di prestare più attenzione alle esigenze polacche. Che la nuova leadership di Varsavia non piaccia a Mosca non è una novità: ma la Polonia dei fratelli Kaczynski preoccupa anche l’Occidente.
(10 novembre 2005)