SERBIA - Nuove consultazioni per uno Stato in declino

Domenica 20 gennaio la Serbia è chiamata nuovamente alle urne, dopo appena cinque mesi. Ad ottobre c’era stato il voto confermativo sulla costituzione quando, dopo due soli giorni di discussione parlamentare, gli elettori approvarono in massa il nuovo testo costituzionale, pur rappresentando poco più della metà degli aventi diritto. Ora sono chiamati a decidere la formazione del parlamento, che dovrà scegliere un governo in grado di confrontare le sfide irrisolte di Belgrado. Alcuni osservatori ritengono che sia un voto importante come quello che disarcionò Miloševic nel 2000 e, anche se privo della stessa forza simbolica, offrirà un’indicazione precisa sul futuro del paese. La Serbia deve scegliere se accelerare le riforme democratiche e salire sul treno euro-atlantico, come hanno fatto molti stati della regione, o se continuare a volgere lo sguardo al passato, cullandosi di un’autorità sempre più sfumata. Difficile che le urne consegnino una risposta netta, più probabile che il panorama politico rimanga incerto e diviso, anche se non tutti i partiti riusciranno a superare lo sbarramento del 5%.

Di certo il futuro governo, presumibilmente di coalizione, dovrà dare una boccata d’ossigeno ad un paese che cammina con il freno a mano tirato già da tempo, ancor prima della destituzione di Miloševic, e creare un largo consenso per (ri)mettere in moto un’economia ricca di buone potenzialità, ma scarsa in termini di risultati. L’assistenza dell’Ue dal 1998, appena aperto il dialogo per l’ingresso delle ex Repubbliche jugoslave nell’Unione, ha coperto il 2-3% del Pil, ma non è detto che questo ausilio continui all’infinito. Prima di spendersi in maniera definitiva, Bruxelles aspetta segnali chiari di cambiamento da Belgrado, che è fiaccata da un ampio deficit commerciale e da un’economia sommersa che non incoraggia certo gli investitori, se si tengono presenti i problemi di riciclaggio e contrabbando, unici veri elementi di sintonia fra Kossovo e Serbia. Il confine fra responsabilità politiche ed economiche è incerto e la nomenclatura è sempre la stessa dagli anni ’90, senza riuscire a dare un taglio con il passato. Il vero rischio di questa elezione, comunque, è la polarizzazione del confronto politico, che può spingere la nazione verso i radicali del partito Srs (Srpska radikalna stranka), il cui leader Seselj deve rispondere ai magistrati del Tribunale penale internazionale. Al momento sono accreditati di un inquietante 30%, anche se difficilmente riusciranno a governare da soli. Per quanto riguarda l’area riformista, è divisa fra i due partiti, i democratici del presidente Tadic, Ds (Demokratska stranka), che raccolgono le speranze di chi vuole uno sviluppo in direzione europea, e quello del premier Kostunica (nella foto), Dss (Demokratska stranka srbije), simile nei contenuti, ma declinato con accenti nazionalistici che a tratti lo fanno sembrare il volto buono dei radicali. Entrambi si attestano intorno al 20%, e se le proiezioni sono giuste sarà divertente vedere che governo verrà fuori. Perché questi non sono gli unici attori politici, ma sono affiancati da una serie di partiti minori che possono erodere consensi e frammentare ancora di più la scena.

La Serbia di oggi, a quasi 20 anni dal famoso e simbolico discorso di Miloševic sul Kossovo Polje (Campo dei Merli) che innescò l’escalation delle provocazioni fino a sfociare nel conflitto armato, rimane un paese ferito che fa fatica a guardarsi allo specchio. Allora fu la politica spericolata e aggressiva della leadership politica serba, più delle divisioni etniche e nazionali, a infiammare la Jugoslavia degli anni ’90. Sulle ali di quelle spinte, l’idea di Grande Serbia è stata solo accarezzata, ma mai realizzata. Ora quell’orgoglio rimane ferito: il cuore dei Balcani ha iniziato a battere altrove, Belgrado è una capitale dimessa che non sa reagire al suo declino, l’asse regionale si è spostato a nord-est, anche e soprattutto con l’ingresso di Bulgaria e Romania nell’Ue. Sembra paradossale, ma ora il paese non è un pericolo potenziale, né d’altra parte suscita un particolare interesse per Bruxelles, che anzi gioca al ribasso e rinvia il confronto con la Serbia per non aprire un armadio con qualche scheletro di troppo. Il modo per scrivere la parola fine potrebbe essere la risoluzione del problema-Kossovo, inizio e fine delle guerre maledette degli anni ‘90, ma i politici di Belgrado non ne vogliono sapere di cedere ancora una volta il passo. Mentre la gente, al contrario, sembra ormai riderci sopra. La battuta più feroce che gira negli ultimi tempi paragona la Serbia ai cellulari Nokia, che, come lo stato balcanico, ogni anno diventano sempre più piccoli. A differenza dei cellulari, però, di innovazioni e miglioramenti non se ne sono visti tanti finora.

Valerio Fabbri
(16 gennaio 2007)

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