IRLANDA DEL NORD - La sconfitta di Trimble e la crisi dei moderati

Lo scorso 5 maggio i cittadini dell’Irlanda del Nord sono stati chiamati ad eleggere i loro diciotto rappresentanti a Westminster. Ancora una volta le due coalizioni meno moderate sono risultate vincitrici, a conferma di una tendenza che ha causato un rallentamento sostanziale del processo di pace nell’area: il Democratic Unionist Party, espressione dei conservatori protestanti, ha ottenuto nove seggi, mentre il Sinn Fein, partito nazionalista repubblicano e braccio politico dell’Ira, ne ha avuti cinque. Così come sono stati confermati a capo delle due coalizioni il reverendo Ian Paisley e Gerry Adams.

Se da una parte Paisley ha puntato il dito contro Tony Blair e la situazione stagnante del processo di pace in Ulster, ribadendo che il Dup non compirà passi indietro né procederà in azioni di dialogo finché l’Ira non avrà operato un completo e decisivo disarmo, dall’altra Adams può tirare un sospiro di sollievo rispetto alle previsioni pre-elettorali che davano come incerto il risultato del Sinn Fein, con la campagna turbata da tensioni interne e dalla recente questione della rapina alla Nothern Bank di Belfast, della quale l’Ira è stata ritenuta responsabile. Dopo la storica dichiarazione del 6 aprile compiuta da Adams nei confronti dell’Esercito repubblicano irlandese, con la prima ufficiale richiesta di disarmo, altre azioni terroristiche avrebbero potuto mettere a repentaglio il risultato elettorale. Ciò non è avvenuto e anzi il grande sconfitto delle votazioni è risultato al contrario David Trimble, ex primo ministro, premio Nobel per la pace e tra i principali fautori degli “accordi del Venerdì Santo”, che stabilirono la creazione di un’Assemblea dell’Irlanda del Nord con 108 membri e di un esecutivo di condivisione del potere. Trimble, riconosciuto il pesante risultato a sfavore della sua fazione ha lasciato la guida del Partito unionista moderato. Le rigide posizioni del Dup hanno dunque prevalso rispetto a quelle ben più morbide dell’Ulster Unionist Party, che ha perduto il suo seggio nella circoscrizione di Upper Bann. Nonostante la crescita dall’altra parte dei moderati cattolici del Partito SocialDemocratico di Mark Durkam, il controllo del dialogo politico è nuovamente passato alle parti più intransigenti dei due schieramenti.

Se si analizzano i segnali del voto del 5 maggio, è impossibile non constatare come il tempo delle parole stia venendo progressivamente accantonato rispetto alla voglia di fatti concreti. Fatti che è difficile ottenere nello specifico in un paese in cui i cattolici spesso vengono trattati come cittadini di secondo livello e in cui le possibili azioni dei terroristi e le richieste intransigenti di disarmo verso l’Ira non trovano riscontro in nessun ammorbidimento da parte delle manifestazioni orangiste (come nel caso delle sfilate lealiste del 12 luglio a Portadown, che commemorano la vittoria di Guglielmo d’Orange nel 1690 sugli irlandesi cattolici), sempre dure e mortificanti rispetto a quelli che dovrebbero essere i progressi del dialogo e del cammino verso la pace. Nelle sei contee, in città come Belfast e Derry, in interi quartieri popolari la disoccupazione continua ad oscillare intorno al 50% ed i cittadini cattolici di Portadown non possono ancora abitare nel centro della città.

La sconfitta di Trimble è probabilmente riconducibile alle eccessive contraddizioni in cui il leader moderato è caduto dopo gli accordi del 1998: lui stesso orangista, è rimasto legato ai voleri dell’ala destra del suo partito, troppo spesso propensa a strizzare l’occhio dal Dup, che ha finito così, grazie alla sempre minore differenza tra i due schieramenti, per accattivarsi la maggioranza dei voti. E sì che la pur precaria situazione di pace degli ultimi anni aveva portato ad una fase di ripresa economica, con un aumento della produzione industriale del 35,5% e gli investimenti stranieri lievitati per un giro d’affari superiore ai 600 milioni di euro. Interessi da non sottovalutare, che ora si spostano sotto il controllo delle aree più radicali delle rappresentanze politiche del paese.

Fabio Belli
(24 maggio 2005)

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