Valerio Fabbri
RUSSIA - Sollevazioni popolari, toccherà anche a Putin?
Le turbolente elezioni presidenziali ucraine hanno decretato il successo di Victor Jushchenko, ex premier con Kuchma e nuovo paladino democratico per l’Occidente, nonostante un passato non proprio limpido. Per ottenere la ripetizione delle elezioni, il candidato filo-occidentale ha potuto contare sul popolo di Piazza dell’Indipendenza, il cuore pulsante del movimento che ha dato vita alla cosiddetta rivoluzione arancione. Una rivoluzione pacifica, che ha seguito a distanza di quasi un anno quella delle rose in Georgia, anch’essa avvenuta senza spargimenti di sangue. Pacifica è stata anche la rivoluzione nazionale del 2000 in Serbia, casualmente verificatasi sempre sul finire dell’anno, che ha portato alla caduta del regime di Milosevic. C’è addirittura chi sostiene che proprio in Serbia, da quel momento, ci sia una centrale organizzativa in grado di esportare la rivoluzione. I fatti sembrano confortare queste insinuazioni. Il movimento serbo Otpor (Resistenza) è stato l’anima della rivoluzione, ed almeno uno dei due esponenti di spicco, Lazendic e Maric, era stato in Ucraina prima del primo voto presidenziale, quando poi i militanti si sono riversati in piazza con invidiabili organizzazione e tempismo. Ci sono state anche voci di una loro presenza a Tbilisi quando Saakashvili ha spodestato la volpe grigia Shevardnaze, ma nessuna certezza. In entrambi i casi comunque l’ombra della Cia sui cambi di regime ha oscurato, chissà quanto involontariamente, questo fenomeno di rivoluzione se non proprio importata, quantomeno “copiata”.
La domanda risulta dunque legittima: effetto domino nell’area ex-sovietica, o solo casualità? E soprattutto: la Russia può essere impermeabile a questo vento rivoluzionario? La risposta a questi interrogativi deve essere individuale, ma per tutte e due quella più plausibile sembrerebbe il sì, l’unica eccezione, per una serie di circostanze, può essere la Russia.
The Economist nell’ultimo numero ha analizzato il caso Kazakhstan, dove le elezioni parlamentari del settembre 2004 sono state criticate in Occidente e dai partiti di opposizione. In attesa delle presidenziali del gennaio 2006, i leader dei tre partiti di opposizione si sono precipitati a Kiev per respirare l’aria democratica della rivoluzione arancione e farsi fotografare con Jushchenko. La reazione delle autorità kazakhe non si è fatta attendere: il 6 gennaio un tribunale della capitale ha messo al bando il maggior gruppo d’opposizione, Scelta Democratica del Kazakhstan (Dvk), accusandolo di estremismo politico ed incitamento alle tensioni sociali, in riferimento alle dichiarazioni programmatiche del partito nell’annuale congresso, quando era stato dichiarato illegittimo l’attuale governo ed i cittadini furono chiamati alla disobbedienza civile. Questo breve quadro deve tenere presente che il Kazakhstan, a differenza di Georgia ed Ucraina, non è vittima di divisioni etnico-territoriali, né ha una grande tradizione di proteste di piazza. Inoltre la ricchezza di petrolio ha permesso all’economia di galleggiare su accettabili parametri di crescita, pur ingrassando le tasche di pochi.
Il caso russo merita una risposta più complessa ed articolata. La recente protesta dei pensionati, scesi a manifestare contro il ridicolo ritorno economico dalla monetizzazione dei benefici sociali, non solo non può contare sull’aiuto di una consistente forza politica, ma risulta limitato nelle aspirazioni. In altre parole, dietro le loro giuste rivendicazioni non si intravede un disegno di respiro più ampio, né all’orizzonte c’è un movimento giovanile come l’ucraino Pora. Da un lato i possibili dati che favorirebbero un cambiamento in Russia manu popolare sono principalmente due, oltre alla corruzione senza confini di polizia ed istituzioni: l’inatteso basso tasso di approvazione di Putin, soprattutto dopo la riforma regionale e la volontà di alcuni suoi sostenitori di passare all’opposizione. Il 2005 è iniziato con il minimo storico di approvazione, ora al 46%, un risultato che nemmeno l’eccidio di Beslan aveva portato. È come se i cittadini avessero abbandonato l’idea che il presidente sia infallibile e questo malumore ha suscitato la riflessione nel suo entourage come risulta da una frase trapelata sulle colonne della Nezavisimaja Gazeta: “perché ne abbiamo bisogno, se non è più un parafulmine?”. La riforma regionale ha giocato un brutto scherzo a Putin: voluta e firmata nello stesso giorno dell’anniversario della Costituzione, il 12 dicembre, la legge ha rinforzato i poteri del governo centrale, ora legittimato a nominare i governatori locali, ed ha drasticamente limitato le deleghe regionali, così da creare un potere assoluto sempre più identificato nell’uomo del Cremlino. Il quale, di conseguenza, deve assumersene totale responsabilità, senza scaricare le colpe, come ha fatto, sugli stessi leader regionali che priva di potere, né sul partito comunista o sui liberali artefici delle riforme dei primi anni ’90. In altre parole, il suo autoritarismo gli si sta ritorcendo contro e ne inizia a rodere il supporto popolare, ironicamente proprio con la riforma che sembrava suggellarne l’infallibilità.
Se questi sono elementi valutabili a favore di un effetto domino con ripercussioni in Russia, è però doveroso circoscrivere le proteste al primo seme che, forse, germoglierà in proteste di piazza, ma non in un futuro prossimo. I requisti, al momento, ancora non ci sono: oltre che l’ovvia assenza di un sentimento antirusso dei casi ucraino e georgiano, un’alternativa politica a Putin non riesce ad emergere (o è stata messa prudentemente in prigione, si potrebbe aggiungere). Mancano poi leader d’opposizione che possano, ma soprattutto vogliano, organizzare la società e farla crescere, anche perché la Russia non ha alcuna tradizione in merito: non ha dovuto rendersi indipendente da nessuno dopo il crollo dell’Urss, come invece è accaduto negli altri casi. La sua storia nazionale è stata caratterizzata da esplosioni e repressioni e molto meno dalla crescita di una società civile in grado di mobilitarsi. Questo passato con cui fare i conti, denunciato fin dai tempi di Caadaev, non esclude che un’inversione di tendenza sia prossima, ma la reazione del Cremlino a simili eventualità è imprevedibile. E siccome la Russia non è né la Georgia, né l’Ucraina, a nessuno in Occidente interessa, in questo periodo storico, aprire imprevedibili scenari.
(9 febbraio 2005)