Marco Giuli
RUSSIA - Il risiko elettorale di Putin
Ad un mese dall’improvviso sostituzione del primo ministro Michail Fradkov con Viktor Zubkov, semisconosciuto capo dell’Agenzia Federale contro i crimini finanziari, il gioco elettorale orchestrato dalla leadership russa sembra assumere contorni sempre più chiari in seguito all’annuncio del presidente di Putin dell’intenzione di candidarsi come capolista per il partito Edinaja Rossija nelle prossime elezioni legislative, proponendosi di fatto come futuro premier. La costituzione russa impedisce di mantenere la presidenza per più di due mandati consecutivi e, in merito all’incertezza sulla successione, i cremlinologi di tutto il mondo avevano elaborato previsioni e scenari il più delle volte smentiti da nomine, purghe o rimpasti il cui disegno era rimasto fino ad ora imprevedibile e confuso.
In realtà le dimissioni del governo in vista di scadenze elettorali sono state prassi consueta nella Russia post-sovietica. Tale tattica consente ai presidenti uscenti di scaricare su pochi elementi del governo le ragioni dell’insoddisfazione dei cittadini privando così il presidente di qualsiasi responsabilità davanti al corpo elettorale. Prova ne sia il fatto che anche stavolta il rimpasto ha colpito i ministri più impopolari: il ministro della sanità Michail Zurabov è stato sostituito dall’ex viceministro delle finanze Tatjana Golikova, il responsabile dello sviluppo regionale Vladimir Jakovlev ha ceduto il suo dicastero all’influente consigliere di Putin nonché inviato presidenziale nel distretto del Sud Dmitrij Kozak, mentre il ministro dello sviluppo economico German Gref ha lasciato il suo incarico in favore di Elvira Nabjulina.
Gli scenari elaborati dagli analisti hanno mostrato varie sfumature, ma possono con buona approssimazione essere ridotti a due. Il primo scenario è stato tracciato da Olga Christanovskaja, noto membro dell’Accademia Russa delle Scienze, secondo la quale Putin avrebbe, di fatto, già investito il neo-premier Zubkov quale suo successore. Si ripeterebbe in questo caso il copione dell’ascesa di Putin, diventato nel 2000 presidente ad interim per poi vincere senza difficoltà le elezioni. L’evidenza empirica della politica post-sovietica mostra chiaramente che l’elettorato ha una spiccata tendenza a votare l’incumbent, dunque Putin si preparerebbe a lasciare il potere alla vigilia delle elezioni investendo ufficialmente un suo “delfino” con un mandato ad interim. Tale strategia elettorale ha portato, in occasione della Rivoluzione Arancione ucraina del 2004, i politeknologi russi a criticare aspramente il presidente uscente Kuchma per non aver nominato il filorusso Janukovych presidente prima delle elezioni che hanno poi visto la vittoria della coalizione filo-occidentale. Sebbene Putin non abbia alcuna opposizione da temere, tale mossa gli consentirebbe di evitare eventuali “fronde” interne grazie ad un successore debole e controllabile come Zubkov, che al contrario degli altri front-runners non è espressione di particolari interessi o poteri forti. Inoltre la legge russa impedisce di conservare cariche pubbliche oltre il mandato in corso al compimento del sessantaseiesimo anno di età, e i 65 anni di Zubkov consentirebbero un rapido allontanamento dal potere che potrebbe riportare alla presidenza lo stesso Putin nel giro di pochi anni.
Il secondo scenario rimane invece quello ormai consolidato fra la maggior parte degli analisti, piuttosto fossilizzati intorno alla competizione fra i due primi vicepremier Sergej Ivanov e Dmitrij Medvedev. Dunque non cambierebbe nulla, eccetto che nella lista dei probabili candidati i due favoriti sarebbero seguiti anche da Zubkov, oltre che dal capo delle ferrovie Jakunin e da Cemezov, direttore di RosOboronEksport, monopolio statale dell’export di armamenti. I tanti sostenitori di questa opzione vedono Ivanov in testa, tuttavia vari segnali – non ultimo proprio il rimpasto del governo – sembrano minare tale tesi: Ivanov è un elemento di spicco del ristretto “gabinetto informale” di ex funzionari pietroburghesi del Kgb – i siloviki – che hanno accompagnato la carriera di Putin fin dai tempi della perestrojka, forse troppo ambizioso per il presidente in carica, che si è sempre posto come garante di un equilibrio fra interessi contrapposti. Un’eventuale presidenza Ivanov potrebbe rompere tale delicato equilibrio e mettere in ombra lo stesso Putin, che attraverso il ministro della difesa Anatolij Serdjukov (che sostituito Ivanov alla guida dell’importante ministero all’inizio del 2007) ha decapitato i vertici “fidelizzati” dal suo predecessore in diversi settori delle Forze Armate, in particolare il capo di stato maggiore della marina Vladimir Masorin. Tuttavia Ivanov non ha mostrato alcun segnale di nervosismo alla nomina del nuovo governo, rafforzando la tesi che lo vuole già presidente in pectore. Piuttosto debole appare invece Medvedev, che non viene dai servizi segreti e sembra il candidato più gradito sia negli ambienti di monopoli statali come Gazprom ed Ees, che in quelli del grande business controllato dagli oligarchi, sebbene sembrerebbe piuttosto erronea una semplificazione che vede intorno alle prossime elezioni un ennesimo capitolo della lotta fra siloviki e grandi tycoon.
Il sistema putiniano è un blocco in equilibrio i cui confini fra le parti sono sempre più sfumati in un intreccio che vede burocrazia, grandi monopoli, complessi finanziari-industriali e apparati militari e di sicurezza sempre più interdipendenti e sempre più dipendenti dal vertice rappresentato dal Cremlino. Qualunque sia lo scenario previsto, questo deve prendere le mosse dal fatto che è nell’interesse del potere che l’equilibrio del sistema sia preservato. Forse la nomina di Zubkov rappresenta proprio la volontà di non scuotere il sistema, e a conferma di ciò si potrebbe menzionare la recente ascesa di un nuovo influente gruppo: alti burocrati pietroburghesi provenienti dalle agenzie tributarie e di monitoraggio finanziario, strettamente legati a Putin ma non provenienti dalle fila del servizio segreto. Molti hanno interpretato in questo senso il rafforzamento della posizione del ministro delle finanze Aleksej Kudrin che nel nuovo governo ha acquisito anche la carica di vicepremier. L’unica certezza è che il gioco della politica russa rimane del tutto imprevedibile: nonostante i grandi interessi in gioco, dai palazzi del potere sia i personaggi in ascesa che quelli in declino sembrano ostentare tranquillità e compattezza. Ma per quanto altro tempo la fiducia nel capo riuscirà a sopire le ambizioni di chi opera nella sua ombra? Come sovente accade nella politica russa, il sistema deve temere più gli alleati che gli oppositori.
(12 ottobre 2007)