Valerio Fabbri
RUSSIA - Il prezzo della democrazia
I partiti politici russi riceveranno quattro milioni di dollari dagli Stati Uniti a partire dal 2006. Questo ha stabilito il Congresso americano, quando il 4 novembre ha approvato il progetto di legge di finanziamento per le operazioni estere. A ricevere questo tipo di aiuto saranno Iran, Siria (6,5$), Venezuela (2$) e Corea del Nord (1$), e questo al dice lunga su cosa c’è dietro gli abbracci ufficiali ed i riconoscimenti formali di amicizia fra Bush e Putin (assieme nella foto). Mentre lo zar era pronto a celebrare la nuova ed anonima festività che ha rimpiazzato il tradizionale 7 novembre, con un effetto deludente per i più, a Washington veniva presa la decisione di versare 95 milioni di $ al National Endowment for Democracy, creato durante l’era Reagan nel 1983, per promuovere “la democrazia, una corretta amministrazione statale, i diritti umani, la libertà di stampa e lo stato di diritto in giro per il mondo”.
Uno schiaffo pesante all’amico Vladimir che già ad agosto aveva tuonato, durante una visita in Finlandia, contro l’idea che l’attività politica in Russia potesse essere sponsorizzata dall’esterno. Pratica che peraltro è proibita dalla legge russa, ma è probabile che tale divieto venga aggirato ed i soldi siano investiti per preparare organizzazioni e partiti liberali attraverso tavole rotonde, campi estivi per ragazzi ed iniziative del genere. Aleksej Macharkin, vicedirettore del Centro per le Tecniche Politiche, ha riconosciuto come questa iniezione di dollari sia utile soprattutto per i giovani, la cui unica opzione di attivismo politico è di entrare a far parte dei movimenti filo-putiniani quali Naši (I Nostri), oppure di rimanere sotto la soglia della visibilità in partitiche minori. A Mosca c’è già chi schiuma rabbia e grida contro la subdola politica americana, che usa la promozione della democrazia come strumento di politica estera per accrescere l’influenza ed assicurarsi stabilità e sicurezza; in realtà nel mirino ci sono anche le organizzazioni per i diritti umani, vero tallone di Achille di Putin, le quali, secondo il Cremlino, sono al servizio di interessi commerciali esterni.
In questa polemica c’è dell’altra posta in gioco, forse più importante: nello stesso progetto, Washington ha assegnato 514 milioni di dollari alla lotta contro l’Aids negli stati della Csi, e ben 80 verranno versati alla Russia, se arriverà la notifica scritta che Mosca non ha alcun legame misterioso con il nucleare iraniano. Anche se la mossa americana è sgradita ai vertici di Mosca, è probabile che nessun conflitto istituzionale avrà luogo, fosse solo perché la cifra messa a disposizione è irrisoria rispetto agli interessi convergenti e al volume di affari in corso fra i due stati. Ma qualche problema potrebbe emergere quando i soldi verranno distribuiti ed inizieranno a circolare per esercitare la loro reale influenza. L’obiettivo non dichiarato, infatti, è riuscire a scuotere l’opposizione, ad organizzarla per le elezioni presidenziali e parlamentari in programma fra un paio d’anni. E sul piano inclinato di questo gioco la carambola potrebbe colpire nervi scoperti che Mosca non vuole siano toccati. Anche se la Russia non è l’Azerbaijan e dunque il paragone non regge, è doveroso sottolineare come proprio a Baku non si è verificata, almeno per ora, alcuna rivoluzione colorata perché non è arrivato nessun disco verde dalla Casa Bianca, e non per mancanza di volontà popolare.
(24 novembre 2005)