Valerio Fabbri
RUSSIA - Nuovi oligarchi crescono all’ombra del Cremlino
Quando fu nominato primo ministro, per poi divenire presidente pro tempore, Vladimir Putin aveva già ben chiaro che vertikal del potere era stata distrutta e avrebbe dovuto essere ricostruita. Era inoltre convinto di come da sempre il potere statale risultasse estremamente centralizzato e, di conseguenza, i governatori pagassero la debolezza del governo centrale. La conclusione inevitabile era che, se la situazione fosse sfuggita di mano, la Russia sarebbe stata una seconda Jugoslavia, con effetti più devastanti e globali.
I semi delle sue riforme esistevano, come testimoniato dal discorso di insediamento, e non devono essere dunque considerate colpi di mano di un autocrate accentratore improvvisatosi presidente. Dopo i selvaggi anni el’ciniani, avrebbe dovuto essere l’uomo dell’ordine, ma la sua cura si sta rivelando più dolorosa della malattia. L’improvvisazione, semmai, c’è stata nella gestione del caso Jukos, che da sentenza esemplare rischia ora di tornare come un boomerang verso il Cremlino, anno zero di un possibile risveglio delle coscienze. Khodorkovskij aveva giocato troppo a lungo con il fuoco. Oltre ad essere il più ricco fra gli oligarchi sgraditi al popolo, aveva caldeggiato una fusione con la Sibneft di Abramovich per poi costruire un oleodotto privato verso la Cina. Ma soprattutto aveva portato avanti una trattativa di compravendita con la Exxon Mobil e Chevron Texaco, i due colossi americani che avrebbero avuto un importante strumento di pressione politica. Ormai l’industria pesante dell’epoca sovietica è stata sostituita dalle risorse naturali come priorità nel panorama economico russo e la forza delle risorse energetiche è astutamente usata come strumento di politica estera. Dunque perché far entrare gli americani, avranno pensato gli ex ufficiali del Kgb vicini a Putin? Domanda legittima, ma la risposta non era semplice, non essendo nelle loro intenzioni la ri-nazionalizzazione delle industrie, che tanto si era fatto per privatizzare. Eppure il processo di ritorno al passato era iniziato.
Julija Latynina, speaker della radio indipendente Radio Echo Moskvi (Radio Eco di Mosca), ha recentemente lanciato una provocazione sostenendo che con la sentenza Jukos il paese è tornata agli anni ’30: distrutto il nemico, Putin ed il suo circolo hanno dimostrato di essere rimasti fedeli alla scuola del Kgb. Ciò che è più grave è che i nuovi proprietari potranno controllarla solo fin quando rimarranno al potere, essendo ora proprietà di stato, ed il loro interesse non sarà dunque indirizzato ad una maggiore trasparenza della compagnia, ma solamente ad ingrassare il proprio portafoglio. Grazie a questo meccanismo è nata una nuova cerchia di oligarchi, ma non è ancora chiaro dove potrebbe arrivare. Igor Secin, assistente personale del presidente ai tempi di Sobcak a San Pietroburgo, siede ora al vertice della Rosneft, la società che ha rilevato ciò che restava della Jukos. Alla stregua di questo personaggio, in molti devono guardarsi dai nemici scalzati ma sempre pronti a tornare alla ribalta. La battaglia interna al Cremlino infatti, è fra i riformisti liberali sostenuti dagli esuli Berezovskij e Guzinskij, ed i nuovi padroni che, dal loro punto di vista hanno difeso la Russia, ma non hanno provveduto a garantirle un futuro stabile, se non migliore. Cosa accadrà se il successore di Putin sarà un liberale? Inizierà un nuovo balletto delle privatizzazioni? In passato era il partito a scegliere il candidato, che veniva sempre dall’interno, ovviamente ortodosso e fedele alla nomenklatura. Ora la faida si è spostata tra le mura di Cremlino.
(4 agosto 2005)