RUSSIA - La Nato prende terreno, Mosca risponde col gas

Gli Stati Uniti ed il loro circolo di alleati europei si stanno impegnando a fondo nella ricerca di un ordine geopolitico e strategico nel vecchio continente. In questa ottica, il recente vertice Nato tenutosi a Bucarest ha gettato le basi per una futura adesione al Patto Atlantico di Ucraina e Georgia. Il presidente Bush, nel titanico sforzo di farsi ricordare dai libri di storia non solo per la guerra in Iraq e forse per dare un lustro finale al suo doppio mandato, ha inoltre strappato uno striminzito, ma tanto sospirato “sì” al governo Putin per l’installazione di un limitato sistema di difesa missilistica in territorio polacco e ceco. Il Cremlino da un lato può cantar vittoria per il mancato ingresso di Georgia ed Ucraina, dall’altra sa bene che l’allargamento di fatto è solo procrastinato. La Russia ora ha il tempo per elaborare una strategia più realistica e pragmatica per permetterle di accettare di “buon grado” l’uscita dei due Paesi ex sovietici dalla propria sfera di influenza.

Parallelamente al vertice Nato, l’incontro amichevole tra Bush e Putin a Soci è servito a stemperare gli animi nel momento in cui Mosca ha rivelato le proprie intenzioni per rabbonire i suoi vicini: puntare su un netto miglioramento delle relazioni economiche con Kiev fino a ipotizzare la nascita di un’area economica comune. Così facendo la Russia si lascerebbe alle spalle le guerre del gas con l’Ucraina, migliorando la propria immagine presso gli altri paesi vicini e riconquistando, almeno in parte, migliori relazioni diplomatiche. Si tratta di una sfida molto importante, perché Mosca è da tempo troppo debole per esercitare influenza sui paesi dell’ex spazio sovietico che aspirano ad entrare nel Patto Atlantico. La realtà è piuttosto diversa quando entrano in gioco gli interessi europei. Bruxelles ottiene un quarto delle sue forniture di gas dalla Russia, e la percentuale è destinata a salire vertiginosamente. Il Cremlino mostra i muscoli nel monopolio della via degli idrocarburi che corrono da est ad ovest, vendendo gas a prezzi sempre più alti per interferire in materia di energia con l’Occidente. Ciò avviene a causa della Germania, intenta a bloccare gli sforzi volti a liberalizzare i mercati europei e diversificarne l’offerta. La Russia sta difatti fermamente portando avanti il progetto South Stream, il gasdotto da 15 miliardi di dollari che percorrerà tutto il Mar Nero verso l’Europa centrale attraverso i Balcani. Tre membri dell’Unione europea, la Bulgaria, l’Ungheria e l’Italia, hanno già sottoscritto l’accordo, mentre vi è stato un recente interessamento dell’Austria. Ciò sembra ridurre ulteriormente la possibilità di un accordo alternativo appoggiato da Bruxelles per il progetto Nabucco, già ostacolato dalla mancanza di gas, in parte a causa della forte pressione Russa sui territori rivieraschi del Mar Caspio, in parte per la diplomatica esclusione delle forniture di idrocarburi dall’Iran.

La prospettiva del binomio sicurezza-energia è tutt’altro che rosea, ma l’Unione Europea potrebbe venire in soccorso di se stessa in tre modi. In primo luogo, imponendo la realizzazione di nuovi gasdotti che possano indebolire la Russia tagliandola fuori dal circuito degli idrocarburi provenienti da est. Analogamente, gli sforzi per rilanciare il piano Nabucco dovrebbero essere più persistenti. Il sostegno politico e l’impiego del soft power di Bruxelles dovrebbero essere profusi anche per il White Stream, un’ingegnosa iniziativa promossa dal Primo ministro ucraino Yulia Tymoshenko che permetterà di instradare gli idrocarburi dal Turkmenistan e dal Mar Caspio, attraversando l’Iran e la Georgia, fino in Ucraina e così sul mercato europeo. L’Europa ha già accesso a due oleodotti e gasdotti dal Mar Caspio alla Turchia. Sponsorizzare con fermezza il progetto White Stream farebbe tremare il Cremlino. In secondo luogo, la Ue dovrebbe cominciare una vera contrattazione con Mosca per il prezzo del gas da acquistare. Il numero degli abitanti è più di tre volte quello della Russia ed è tredici volte più ricca in termini di Pil. Dopo tutto è negli interessi di Mosca far in modo che il gas dell’Asia centrale sia venduto in Europa e non direttamente in Cina. L’Europa è inoltre il miglior mercato per la vendita del gas ricavato dal nuovo progetto russo nell’Artico. L’indebitata macchina degli idrocarburi russa ha bisogno dei soldi e della competenza europea per modernizzarsi. Molti importanti clienti di Gazprom hanno prolungato i loro accordi di lunga durata per la fornitura di gas. L’accordo con l’operatore austriaco Ömv è stato così esteso al periodo 2012-2027, quello con l’Eni al 2017-2035, mentre quelli con Gaz de France (GdF) e con la Bulgaria saranno validi fino al 2030. Ma l’Europa ha anche bisogno di insistere su una maggiore liberalizzazione e trasparenza nel settore del gas. Una profonda ristrutturazione di questo mercato renderebbe più difficile per il Cremlino gestire da sola i prezzi: Gazprom dovrebbe essere in grado di investire in Europa solo nel caso di rispetto delle regole dettate da Bruxelles.

La Ue dovrebbe infine comportarsi con Gazprom con la stessa durezza che ha dimostrato nei confronti di Microsoft, obbligandola a pubblicare i dettagli dei suoi contratti e a fare luce sugli ambigui legami con imprese intermediarie come RosUkrEnergo. Queste spesso sembrano esistere esclusivamente per deviare i proventi delle esportazioni a beneficio dei proprietari delle aziende intermediarie stesse. Gazprom da parte sua dovrebbe separare la distribuzione, la conduzione e lo stoccaggio delle proprie risorse per consentire il pieno accesso a terzi come l’Unione europea. Secondo gli esperti del governo americano, la produzione russa di gas rischia di diminuire bruscamente entro il 2020. Per tener fede alle consegne agli europei, Gazprom ha dovuto recentemente comprare gas dal Turkmenistan. Ha bisogno di un flusso stabile di introiti, da investire nella ricerca di nuovi giacimenti. Se il braccio di ferro con l’Ucraina dovesse prolungarsi e i rapporti con Bruxelles inasprirsi, la posta in gioco diventerebbe più alta e il conflitto potrebbe arroventarsi. Non da sottovalutare infine la recente conquista del Cremlino da parte di Dmitry Medvedev, già presidente di Gazprom. L’installazione dello scudo missilistico voluto dagli Usa passerebbe quindi inevitabilmente in secondo piano.

Francesco Bellini
(15 maggio 2008)

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