Valerio Fabbri
RUSSIA - L’islamismo come il Sionismo?
Dagli apocrifi “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” di inizio secolo alla congiura dei camici bianchi nel periodo staliniano, gli ebrei in Russia hanno sempre vissuto sotto scacco, condannati infine dall’accusa di sionismo che veniva usata per giustificare azioni arbitrarie contro di loro. Ora però la “quinta colonna”, che tormentava i sonni di Stalin, è in gran parte tornata in Israele dopo il 1991 e non costituisce più una minaccia, ammesso che lo sia mai stata. Piuttosto, sembra che sia stata sostituita da una nuova e più attuale preoccupazione: l’islamismo. È questo l’allarme che ha lanciato, sulle colonne di Trud (Lavoro) ad inizio giugno, Dmitrij Furman, islamista di spicco dell’Istituto Europeo dell’Accademia Russa delle Scienze. A dettare questa sua teoria è stata la sanguinaria repressione da parte del regime uzbeko delle proteste in Andijan del maggio scorso.
La sua ipotesi diventa ancor più preoccupante alla luce dei fatti di Londra. La rivolta esplose con la rivendicazione degli attivisti del movimento integralista islamico Akramiya, cellula del partito Hizibi Tahrir messo fuori legge già da anni, che richiedevano il rilascio del loro leader Akram Iuldashov e di 23 membri accusati di estremismo islamico. Il movimento Tahrir, infatti, promuove la creazione di una regione islamica sul territorio dell’Asia centrale, e la sollevazione “democratica” del vicino Kirghistan ha incoraggiato gli insorti a seguire quella strada, anche se declinare sharia e sunna con democrazia sembra difficile ovunque. La valle del Fergana e Andijan sono da secoli le roccaforti dell’Islam asiatico, e perciò il presidente Karimov, che regna incontrastato dal 1991, non ha esitato a reprimere la rivolta sventolando lo spauracchio della nascita di un califfato al confine con l’Afghanistan.
Usando la parola islamismo per reprimere la rivolta, Karimov ha implicitamente affiancato i suoi oppositori al terrorismo internazionale. La Russia non ha tardato a sposare questa tesi, esprimendo il proprio incondizionato supporto alla lotta contro i terroristi, che lei è invece costretta a fronteggiare nel Caucaso del Nord, soprattutto in Cecenia. Da qui è poi montata ancor più aggressiva la campagna anti-islamica, che ha facile presa in un paese dove dal sequestro del teatro Na Dubrovke nel 2002 ad oggi i morti per attacchi terroristici sono stati circa un migliaio, più che in Israele, e solo nell’ultimo anno le azioni suicide sono state 250. In una recente intervista a Der Spiegel Vladislav Surkov, vicepresidente dell’Amministrazione Presidenziale di origini cecene ed eminenza grigia del Cremlino, l’ha detto a chiare lettere: “la repressione dei giovani sciovinisti del Partito Nazionalista Bolscevico (in una manifestazione di fine aprile, n.d.r.) è necessaria affinché una risposta estremista islamica non abbia ragione di crescere, perché una simile reazione metterebbe a serio rischio l’intergità della Federazione Russa”. Dopo i tragici fatti di Londra cavalcare la tigre della paura è gioco facile per il Cremlino ed è per questo che le le sue azioni non devono essere sottostimate.
(9 settembre 2005)