RUSSIA - Tra Stato e mercato, il caso Sachalin

È un vero e proprio braccio di ferro quello che si sta sviluppando nella remota isola di Sachalin fra il Cremlino e il consorzio internazionale guidato da Exxon Mobil e Royal Dutch Shell intorno ai due maggiori investimenti esteri nel campo dell’estrazione del gas naturale in Russia. Durante gli anni Novanta le due compagnie occidentali, a capo di una cordata comprendente anche major giapponesi e sudcoreane, avevano stipulato con il governo russo un accordo di production sharing per lo sviluppo di due enormi giacimenti – Sachalin 1 e Sachalin 2 – che avrebbero visto la nascita del primo grande terminale di liquefazione del gas in Russia, in grado di permettere l’esportazione di metano per via marittima verso i terminali di rigassificazione della west coast americana, del Giappone e della Corea del Sud. I Psa, particolarmente diffusi nei paesi ex sovietici del Caucaso e dell’Asia Centrale, a differenza del tradizionale sistema delle royalties, implicano una ripartizione dei proventi della produzione fra il governo e il consorzio operatore, che in Russia in ogni caso pagherebbe sulla sua production share un’aliquota flat al 23% fissa per ogni reddito d’impresa. Tuttavia il consorzio beneficia, con questa formula, di uno schema di compensazione detassato sui costi dell’investimento iniziale, particolarmente gravosi nel campo dell’estrazione del gas vista la rigidità della logistica di questa risorsa.

La maggiore peculiarità degli accordi relativi a Sachalin 1 e 2 consiste nel fatto che questi sono gli unici giacimenti che costituiscono un’eccezione al monopolio sull’esportazione detenuto da Gazprom, relativamente al quale sono ben note le tensioni con l’Europa, che insiste per ottenere posizioni upstream nel mercato dell’estrazione in Russia in cambio della soddisfazione della richiesta del colosso gasifero russo di entrare nel mercato della distribuzione nell’Unione. Negli ultimi mesi i rapporti del consorzio di Sachalin con il governo di Mosca sono drasticamente peggiorate, prima a causa dell’accusa, da parte delle autorità russe, secondo cui il consorzio avrebbe gonfiato le spese per l’investimento iniziale allo scopo di ottenere maggiori compensazioni, poi a causa della crociata ambientalista del ministro per le risorse naturali Oleg Mitvol (nella foto), le cui richieste non sono tuttavia molto chiare. Ciò che invece sembra chiaro agli analisti più attenti è che la formula del Psa non è affatto coerente con l’attuale corso di politica energetica del Cremlino, il cui obiettivo sarebbe invece l’ingresso di Gazprom nel consorzio.

Il caso di Sachalin sembra fatto apposta per stimolare l’infinito dibattito sul clima degli investimenti esteri in Russia, sulla certezza del diritto e sugli incerti movimenti della complessa frontiera mobile fra Stato e mercato in Russia. Senza dubbio, come la componente più liberale dell’entourage di Putin non manca di sottolineare, la Russia necessita dei capitali e del know how delle compagnie occidentali per procedere ad un improcrastinabile ammodernamento infrastrutturale, senza il quale ogni prospettiva di basare le proprie proiezioni geopolitiche sull’arma energetica viene meno: ad esempio, la minaccia di Gazprom di dirottare le esportazioni di gas verso la Cina se al colosso gasifero non fosse stato consentito l’ingresso downstream nella rete di distribuzione europea è apparsa assai poco credibile, dato che al momento corridoi in grado di portare il gas siberiano in Cina semplicemente ancora non esistono. Inoltre, sebbene gli enormi profitti realizzati da Gazprom e Rosneft – almeno quelli che non vengono congelati nel fondo di stabilizzazione – consentirebbero gli investimenti nelle infrastrutture, questi vengono dirottati verso mercati particolarmente infiammati in grado di dare rendimenti rapidissimi – in particolare il mercato immobiliare, i servizi finanziari al commercio estero o il mercato della telefonia – oppure verso il sostegno politico di produzioni depresse che sarebbe meglio abbandonare, come i settori automotive e l’aeronautica civile, o ancora peggio per acquisire il controllo di testate editoriali. Allo stesso tempo relativamente alla leva energetica vengono proclamate intenzioni brutalmente “mercatiste”, come quella del ministro delle finanze Kudrin di accrescere il ruolo del carbone nella produzione di energia elettrica per il mercato russo invece di investire nel ciclo combinato. In tal modo si libererebbero petrolio e gas per l’esportazione, sicuramente più remunerativa, seppure al prezzo di un sempre maggiore deterioramento della qualità dell’aria nelle grandi città se non addirittura a costo di lasciare senza utilities le aree più depresse e improduttive del paese.

Le dinamiche energetiche rendono evidente come in Russia il confine fra Stato e mercato appaia sempre più incerto mentre l’approccio politico sembra non avere in merito una prospettiva liberale né tantomeno sociale: non si può più interpretare sulla base di queste categorie l’approccio “sviluppista” tipico delle economie emergenti, sempre più incuranti degli squilibri che rappresentano il lato oscuro dei loro impressionanti ritmi di crescita. Il caso della Russia è emblematico, e dimostra ancora una volta come le commodities energetiche, unici beni le cui fluttuazioni di prezzo implicano di per sé effetti macroeconomici, possano distorcere drasticamente la vita economica e politica degli importatori quanto quella degli esportatori. La macchina messa in moto in Russia degli alti prezzi degli idrocarburi sta stimolando l’inflazione nonostante la politica restrittiva della banca centrale, a causa dell’espansione di salari sistematicamente al di sopra dei livelli di produttività. Allo stesso tempo, le esportazioni energetiche stanno portando ad un apprezzamento inarrestabile del cambio reale del rublo che sta deprimendo tutte le altre esportazioni (cosiddetta “sindrome olandese”). Se si aggiunge poi che la rendita energetica sta riducendo gli incentivi alla costruzione di un sistema fiscale maturo, sta alimentando l’espansione e la corruzione della burocrazia e sta fungendo da catalizzatore per garantire l’equilibrio di gruppi di interesse in conflitto, sembrerebbe che la Russia abbia imparato poco dall’esperienza dei paesi petroliferi mediorientali, oppure che l’apparente vantaggio dato dal possesso delle risorse finisca in ogni caso per trasformarsi in una maledizione. Putin appare di certo preoccupato da tale trend, ma allo stesso tempo sembra del tutto incapace di arrestarlo. Del resto chi fermerebbe la crescita, per quanto distorta, in clima elettorale?

Marco Giuli
(16 ottobre 2006)

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