Roberto Coramusi
SVIZZERA - La Confederazione cambia pelle
Un altro passo fondamentale verso l’Europa. Così si deve interpretare il voto favorevole al referendum sulla libera circolazione dei cittadini dei nuovi paesi membri dell’Unione, tenutosi in Svizzera domenica 25 settembre. Con il 56% dei “si”, i cittadini elvetici hanno raccolto l’invito delle istituzioni confederali, le quali, governo in testa, si sono affannate per impedire che la deriva nazionalista condizionasse l’esito di un voto tanto importante. La posta in palio era alta: impedire che i rapporti privilegiati che Berna intrattiene con Bruxelles prendessero un brutta piega e che fosse impedito alla manodopera proveniente dall’est di lavorare nelle fabbriche svizzere.
L’apertura delle frontiere agli abitanti delle dieci nazioni europee più “giovani” è quindi da intendersi come il completamento della politica intrapresa nel 2002 con i 15 paesi fondatori dell’Ue. La decisione, affidata al popolo, è stata accolta da commenti entusiasti anche al di fuori della Svizzera, soprattutto perché fortemente in bilico fino al giorno del voto. La paura della recessione economica, il cui spettro si sta affacciando anche nei Cantoni, ha infatti rischiato di far ripiombare la Confederazione nell’isolamento. Gli arrivi frequenti degli stranieri in cerca d’occupazione non sono visti più come una risorsa, ma un pericolo per chi vede, suo malgrado, aumentare drasticamente le differenze di classe in quello che una volta era un dorato paradiso finanziario. Nel 2005 le rendite bancarie non bastano da sole a produrre ricchezza e non riescono più a far fronte alle contingenze internazionali che rallentano la crescita dei paesi europei. E la Svizzera non è scampata a questo trend negativo pur rappresentando, con il 60% dell'export destinato all’area Ue e l'80% del suo import proveniente da essi, di gran lunga il primo partner commerciale dell’Unione. Nel corso della campagna referendaria, i sostenitori del “no” hanno affermato che la pur modesta riforma aumenterebbe la disoccupazione in Svizzera, che ha un mercato del lavoro protetto, nonostante l'ingresso nel paese sarebbe consentito solo a tre mila lavoratori stranieri in più l'anno.
L’ennesimo referendum (il quarto in poco meno di cinque anni sulle relazioni tra Svizzera e Ue) lancia un segnale chiaro riguardo le intenzioni di Berna, in controtendenza alla tradizione isolazionista del governo elvetico: si vuole procedere con la politica d’integrazione. Il solco, tanto per non andare molto indietro nel tempo, è stato tracciato lo scorso giugno da altre due importanti decisioni “rivoluzionarie”. La prima riguarda l’adesione della Confederazione cantonale agli accordi di Schengen, salvo alcuni aggiustamenti. La seconda interessa invece la delicata riforma dei servizi di sicurezza elvetici.
In una delle ultime riunioni del Consiglio federale prima della sospensione estiva (il 23 giugno scorso), la Svizzera ha rinnovato i vertici del proprio apparato militare e stravolto le regole che disciplinano i rapporti tra i vari uffici informativi. Il valzer delle poltrone ha promosso tre quadri alla guida del Dipartimento federale della difesa (Ddps): Jean-Philippe Amstein guiderà l’Ufficio di topografia, Robert Wieser è il nuovo sostituto Segretario generale e Christian Catrina è il nuovo direttore supplente della Direzione della politica di sicurezza (Dps). Insieme dovranno traghettare la Svizzera nel nuovo millennio sotto il profilo della modernizzazione dell’intelligence che, dal 2006, avrà a disposizione uno strumento innovativo: il sistema di spionaggio satellitare Onyx. I servizi segreti potranno controllare ogni tipo di comunicazione sospetta di terrorismo, estremismo, criminalità organizzata, spionaggio o traffico d’armi. Anche se in realtà il potenziale è ben più invasivo dato che consente di ascoltare e vagliare tutto il traffico dati che circola tramite telefono, fax, telex, e- mail e sistemi informatici.
Pur restando fedele al suo centenario ordine costituzionale, la Confederazione elvetica ha approvato modifiche tali da avvicinarla alle politiche comunitarie. Il suo storico isolamento inizia pian piano a vacillare dall’interno e non sotto la spinta di forze centripete come invece si pensava dopo la realizzazione dell’Unione Europea. In particolare sono stati istituiti tre gruppi di lavoro per la lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata ed al commercio delle armi con lo scopo di “obbligare” le sezioni dell’intelligence a collaborare. E non a caso numerosi opinionisti hanno commentato sarcasticamente sulle pagine dei più importanti quotidiani, visto che una delle maggiori difficoltà è da sempre il coordinamento tra i servizi. Tali uffici, che dipendono da diversi dipartimenti, dovranno imparare a cooperare per evitare conflitti di competenze e per impedire che la Svizzera resti al palo mentre gli stati dell’Unione stringono alleanze e sinergie contro i nuovi fenomeni di criminalità. A partire da gennaio, valutazioni ed analisi confluiranno nelle tre piattaforme, mentre “la raccolta delle informazioni continuerà ad essere effettuata in proprio”, ha dichiarato il consigliere federale Christoph Blocher. Le commissioni sul terrorismo e sul crimine organizzato saranno dirette dal Servizio di analisi e prevenzione (Sap), dipendente dal Dipartimento federale di giustizia e polizia (Dfgp), e quella sulle armi dal Servizio d’informazione strategico (Sis), del Ddps.
(25 ottobre 2005)