MONTENEGRO - L’unione con la Serbia è al bivio

Il Montenegro punta all’integrazione nell’Unione Europea e per farlo potrebbe diventare uno stato indipendente e mettere fine all’Unione Serbia-Montenegro, nata il 4 febbraio 2003 come erede della Repubblica Federale di Jugoslavia. Sembra questo il percorso tracciato da Podgorica che a marzo, o al più tardi ad aprile, ha la possibilità di decidere con un referendum popolare il proprio destino: diventare uno stato nazionale e sovrano o rimanere il fratello minore di Belgrado. Così, per la Serbia di Kostunica non c’è solo la delicata questione Kosovo da affrontare, ma anche il recalcitrante Montenegro che non accetta più di pagare scelte (e colpe) che non sente più sue. La strada è lunga e non priva di ostacoli, ma l’attuale premier Djukanovic (nella foto), che ha speso gli ultimi anni della sua vita politica inseguendo questo sogno, è deciso a cavalcare le aspirazioni anti-serbe. In realtà il sogno autonomistico non sembra più avere la stessa forza attrattiva che aveva alcuni anni fa, soprattutto perché il fattore Kap (Kombinat Alluminio di Podgorica), il colosso dell’alluminio montenegrino passato in mani russe, che versa in pessime condizioni, potrebbe far nascere il nuovo stato con una zavorra impressionante e soffocarlo nella culla. È un destino strano quello del Montenegro, perché la sua storia si è intrecciata e confusa con quella serba, almeno fino alla dominazione ottomana, quando iniziò ad autogovernarsi. Con il congresso di Berlino del 1878 si apre un breve periodo di indipendenza sovrana fino alla fine della prima guerra mondiale, quando partecipa alla fondazione della Jugoslavia e si unisce alla Serbia. Ma quella domanda, che venne dimenticata dalla storia, torna ora d’attualità, rilanciando i desideri di uno stato che ha vissuto in maniera periferica la crisi e la dissoluzione della Federazione Jugoslava.

Curioso anche il destino del primo ministro Djukanovic, che iniziò la sua brillante carriera con il compito dichiarato di fermare le spinte secessionistiche antiserbe, mentre ora si batte per lo scopo opposto. Il primo strappo fra i due stati confederati si consumò nel 1997, quando la sterzata autoritaria di Milosevic, contestato nelle piazze dopo le fallimentari elezioni municipali, costrinse la fragile economia montenegrina a pagare le sanzioni imposte a Belgrado, venendo considerato corresponsabile di scelte e colpe non sue. Il conflitto del Kosovo accelerò questo processo di sganciamento dal fratello maggiore ed offrì la possibilità all’abile Djukanovic di proporsi come interlocutore anti-Milosevic, anche in chiave interna. Non solo, ma realizzò anche la svalutazione del corso legale del dinaro adottando il marco tedesco come valuta interna. Belgrado cercò di contenere la spinta indipendentista con una riforma costituzionale che avrebbe accentrato il potere nella carica e nella persona del presidente serbo, ma il passo successivo verso l’indipendenza, che sembrava legittimo dopo questa ritorsione, fallì per un soffio e la deriva autoritaria mise in guardia l’Europa che tardò ad intervenire. Seguendo la strada che percorse 10 anni prima la Slovenia, il Montenegro annunciò le elezioni legislative per il 2001, per aggirare il referendum che la comunità internazionale non approvava. Il consenso maggioritario che Djukanovic cercava sulla piattaforma secessionista non fu plebiscitario come si prevedeva, ma si fermò al 42% costringendo a rinviare l’appuntamento con la storia. L’Ue prese così in mano la situazione e con un trattato firmato anche da Javier Solana nel marzo 2002, ma entrato in vigore l’anno successivo, diede vita a quella che la Carta Costituzionale chiama Unione Serbia-Montenegro, una sorta di stato confederale che sacrificò la governabilità a favore di un accordo pacificatore. Si tratta sostanzialmente di uno stato bicefalo con due distinte banche centrali, due diverse monete e differenti servizi per l’ordine pubblico e la sicurezza interna, che non può camminare a braccetto solo in politica estera e di difesa e sperare di avere successo. La moratoria scritta nell’accordo, che sospendeva per tre anni la possibilità di indire un referendum, scade nel marzo prossimo e Djukanovic è determinato a farla valere, anche se ha perso sia il supporto partecipe di Bruxelles, sia l’impellenza di distaccarsi da Belgrado, rientrata nei meccanismi europei, sia pure con molte incognite e processi pendenti con il Tribunale dell’Aja. Il sostegno popolare è fiacco: solo il 55% della popolazione ritiene necessario un referendum e fra questi il 36% è contrario all’indipendenza rispetto ad un modesto 40% a favore.

L’Ue ha aperto le porte del Consiglio d’Europa alla Serbia-Montenegro ed ha dichiarato che anche il processo di integrazione è possibile, ma solo se effettuato con prudenza. A confermare questa tesi il fatto che ogni passo in questa direzione deve essere compiuto solo con il beneplacito di Bruxelles, che non ha ancora firmato alcun Accordo di Associazione e di Stabilizzazione né ha promosso, attraverso la Commissione, uno studio di fattibilità. La partita non si gioca solo a Podgorica ma anche in altre sedi, ed è soprattutto l’Ue ad essere consapevole che solo uno stato centrale autorevole, con forti sistemi di controlli costituzionale e un effettivo bilanciamento dei poteri, può permettere alla Serbia-Montenegro di percorrere la strada del federalismo nel segno dell’Europa. Ma il Montenegro è d’accordo? La risposta è affidata al referendumi dei prossimi mesi.

Valerio Fabbri
(7 febbraio 2006)

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