Valerio Fabbri
UNIONE EUROPEA - Un anno cruciale per la Ue
Il 12 gennaio il Parlamento Europeo ha approvato il Trattato per la Costituzione Europea, firmato dai capi di stato con grande clamore nella cornice romana del Campidoglio il 29 ottobre 2004. Le elezioni americane hanno poi rubato la scena alla storica firma, che ha però sancito solo l’inizio di un percorso difficile e tortuoso, disegnando il traguardo e il percorso per raggiungerlo. Ma questa strada, ritmata da ratifiche parlamentari e referendum popolari, nasconde diverse insidie e rischia di frenare l’entusiasmo portato dai nuovi membri. Infatti, se da un lato i capi di stato che hanno sottoscritto l’accordo di Roma avranno un’approvazione parlamentare più o meno agevole, d’altro lato il parere dei cittadini, attraverso il referendum consultivo, non può essere ignorato. E se dovesse prevalere una parere sfavorevole al trattato, le conseguenze politiche potrebbero avere un riflesso pesante sul futuro dell’Europa unita.
Un’unione allargata a venticinque stati, con una fila di aspiranti candidati che talvolta risulta imbarazzante, vedi la Turchia, talvolta impropria, vedi Ucraina e Georgia, ha l’obbligo di dotarsi di un trattato costituzionale il più possibile inclusivo, come è proprio di ogni costituzione, e deve essere in grado di sancire definitivamente la maturazione di un soggetto politico che possa parlare con una sola voce. Uno degli elementi cardinali, infatti, risiede proprio nel ruolo politico che rivestirebbe il presidente dell’Unione ed il rappresentante unico per la politica estera, passaggio fondamentale ed obbligato per realizzarne l’obiettivo principale, avere un’unica voce su scala internazionale per recitare un ruolo più significativo nel mondo, a livello politico oltre che economico. Il compito di principale promotore per l’approvazione spetta al presidente della Commissione Josè Manuel Barroso, perché fino ai primi mesi del 2006 a livello nazionale gli stati membri dovranno ratificarla e sino ad allora il trattato è sospeso nell’incertezza.
Per adesso solo Italia, Ungheria e Lituania l’hanno approvato, ma altri ventitre membri devono sottoporla a ratifica e a referendum popolare. In patria gli euroscettici che siedono in parlamento sono noti, e così la Camera dei Deputati ha dato il via libera con 436 voti a favore e solo 28 contro, una maggioranza schiacciante nei numeri, meno nella sostanza. Infatti, in attesa del voto al Senato che dovrebbe arrivare nel giro di un mese, assicura il Presidente del Consiglio, il dibattito politico è stato colpevolmente fiacco, vivacizzato solo in occasione del delicato nodo delle radici cristiane, che comunque ha coinvolto solo in parte la società civile, confusa anche dal tema parallelo dell’ingresso di un paese musulmano come la Turchia. Dopo la Spagna, che ha vinto la scommessa di superare il 50% di pareri favorevoli, a votare in estate saranno Lussemburgo e Paesi Bassi, un altro importante banco di prova. A chiudere la tornata di ratifiche, referendarie e parlamentari, saranno Danimarca, che già in passato ha rifiutato il trattato senza creare grandi contraccolpi politici, e Gran Bretagna, terra storicamente fredda rispetto all’Europa continentale. Entrambe hanno puntato pesante sulla scia di approvazione che dovrebbe verificarsi nelle precedenti consultazioni elettorali, un azzardo che è giustificato dalla posta in gioco.
La domanda strisciante non è di semplice risposta: quali conseguenze ci potrebbero essere per l’Unione, se prevalesse un voto popolare negativo in uno dei grandi paesi, come Francia o Gran Bretagna? La modifica della Carta costituzionale transalpina, necessaria per rendere compatibili diritto comunitario e diritto francese, è una mossa importante da parte di un paese meno europeista della sua classe dirigente. Un paese che nel 1992 aderì con un margine piuttosto risicato al Trattato di Maastricht, e che potrebbe usare il voto per esprimere il proprio malcontento nei confronti del governo Chirac. La crisi sarebbe disarmante e la paralisi del processo politico assicurata. L’idea che un paese fondatore possa voltare le spalle nel momento di maggiore necessità è poco rassicurante, perché farebbe precipitare la credibilità del sogno europeo. Nel caso di un possibile “no” britannico c’è chi, come l’alto rappresentante per la politica estera Solana, ne approfitterebbe per definire una volta per tutte il rapporto della “Perfida Albione” con Bruxelles, caratterizzato da realismo politico piuttosto che da vera fiducia nel progetto comunitario. Ma anche in questo caso verrebbe meno un pilastro dell’Unione. Da un punto di vista tecnico le attuali regole rimarrebbero in vigore, quindi il Trattato di Nizza non sarebbe svuotato, ma la credibilità subirebbe un duro colpo, e dallo slancio verso un’Europa sempre più unita saremmo costretti a rimanere ancorati allo spazio economico comune. Affinché il sogno europeo non sia ostaggio di sé stesso, è fondamentale che il dibattito politico e l’informazione sull’evolversi dell’Unione, siano consoni all’importanza della posta in gioco, e che questo messaggio arrivi chiaro e netto agli elettori. Bruxelles deve essere la meta da raggiungere e non la burocratizzata capitale federale di un disegno più vasto che, agli occhi dei pessimisti che seminano paura, priverebbe semplicemente di sovranità i vari stati nazionali.
(2 marzo 2005)