ITALIA - Ripartono i commerci sull’antica Via della Seta

«Arriviamo tardi e dobbiamo correre. Può esserci stato ritardo ma quando c'è uno sviluppo così multiplo, i treni sono tanti e guai a ritardare ancora». Queste le parole con cui Romano Prodi (nella foto con Hu Jintao) ha esordito nella tappa di apertura della cinque giorni del governo italiano in Cina. I momenti salienti del viaggio sono stati il Forum Economico Confindustria-Ice-Abi, organizzato a Nanchino dalle tre associazioni italiane con il Governo della Provincia del Jiangsu (una tra le zone più interessanti sotto il profilo commerciale), e la Fiera internazionale delle piccole e medie imprese di Canton. La Cina rappresenta un mercato da 560 miliardi di dollari l’anno che, dai tempi dell’istituzione delle zone economiche speciali, è stato capace di attirare 500.000 imprese dall’estero. L’apertura commerciale del paese è cresciuta del 98% in dieci anni, raggiungendo un livello equiparabile a quello di due potenze commerciali con un alto grado di integrazione al mercato globale quali Francia e Italia.

Si è trattato di una visita di particolare importanza, sottolineata dalla qualità della delegazione composta, oltre che dal premier e dal presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, dal ministro del Commercio Internazionale, dal sottosegretario allo Sviluppo Economico e da più di mille rappresentanti dell’imprenditoria nostrana. La politica di apertura verso il Celeste Impero viene quindi confermata dall’amministrazione di centro-sinistra, dopo i primi passi compiuti nel dicembre 2004 da una missione guidata dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e dall’ex inquilino della Farnesina Gianfranco Fini, al cui seguito si unirono altri quattro ministri e i rappresentanti di circa duecento aziende, nonché dal varo, per il 2006, dell’anno della Cultura Italiana in Cina.

Nel summit di due anni or sono i maggiori risultati ottenuti furono di ordine politico: da allora i rapporti tra Roma e Pechino hanno conosciuto una progressiva intensificazione. A coronare l’evento intervenne la dichiarazione di Fini che si disse favorevole alla rimozione dell’embargo sulle armi che grava sul colosso asiatico, incassando il plauso dei media locali. Nei colloqui successivi il primo ministro cinese Wen Jiabao promise di appoggiare la cosiddetta “opzione B” concernente la modifica del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, fornendo un imprescindibile supporto nell’operazione volta a scongiurare la possibilità di un sostanziale declassamento del nostro paese nel consesso mondiale delle nazioni. Il congelamento dei lavori di riforma ha garantito tempo ulteriore al progetto Uniting for Consensus, lasciando in cassaforte l’intesa sino-italiana. I recenti incontri sono avvenuti sotto il segno dei rapporti commerciali, grazie ai faccia a faccia organizzati tra gli imprenditori italiani ed i loro colleghi locali, che hanno avuto come oggetto la creazione di joint-venture in tutti i settori-chiave (dalla meccanica all’alimentare, passando per il reparto manifatturiero). Tra i principali accordi siglati, spicca la creazione di una joint-venture per la produzione di veicoli industriali pesanti tra Iveco, controllata del gruppo Fiat, e Saic Motor Corporation. In base a questo accordo, Iveco e Saic hanno costituito una società di investimento paritetica, la Saic Iveco Commercial Vehicle Investment Company, che si occuperà dell’assemblaggio di veicoli e dello sviluppo di prodotti che avranno nel mix di alta tecnologia e know how locale ed europeo il principale punto di forza.

Attualmente in Cina sono presenti 1428 aziende italiane, ma la nostra bilancia commerciale nei confronti del partner asiatico ha segnato un saldo negativo di 3,7 miliardi di euro per il 2005. Occorre evitare di continuare a competere con i cinesi sul loro campo di eccellenza, quello della produzione standardizzata. È necessario puntare, in misura via via più consistente, all’export di prodotti made in Italy, vera e proprio marchio di qualità in ogni angolo del globo. Finora il flusso di merci verso la Cina era reso difficoltoso dal basso tenore di vita della popolazione locale, relegando i nostri prodotti al consumo esclusivo delle sfere sociali più agiate. Ma, secondo le proiezioni del governo della Repubblica Popolare, starebbe per verificarsi una significativa inversione di tendenza: nel giro di tre lustri le buste paga dei lavoratori cinesi dovrebbero arrivare a circa 3.000 dollari annui, rispetto ai 1.000 attuali. In un futuro decisamente prossimo, la Cina rappresenterà un mercato interessante tanto per il numero dei consumatori quanto per le nuove possibilità di spesa, che il nostro settore produttivo non può permettersi di lasciare in mano all’agguerrita concorrenza estera. In questa prospettiva è necessaria una sinergia tra settore pubblico e mondo dell’imprenditoria, che dovrebbero fare fronte comune inaugurando un piano di riconversione delle nostre aziende ormai fuori mercato, ricominciando contemporaneamente ad investire in ricerca ed innovazione per dar vita alla cosiddetta creative society.

Gabriele Natalizia
(10 ottobre 2006)

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