RUSSIA - Missione compiuta per Putin

Vladimir Putin, ormai ex presidente russo, può ritenersi soddisfatto del lavoro svolto al Cremlino. Piaccia o no, è riuscito a ottenere tutti i risultati che aveva stabilito otto anni fa quando Eltsin lo aveva investito del ruolo di suo successore: ora che è lui a doversi fare da parte, lascia un paese in una condizione invidiabile rispetto a quella che trovò meno di un decennio fa. Appena diventato presidente nel 2000, il semi-sconosciuto Putin aveva composto un documento, “La Russia all’alba del nuovo millennio”, dove risultava scritto a chiare lettere che avrebbe voluto ricostruire la nazione a partire dalle mura domestiche, con un accentramento del potere statale. Solo questo passaggio fondamentale avrebbe poi permesso al paese di riottenere lo status internazionale di grande potenza, umiliato dal continuo supporto occidentale. Nessuno della comunità internazionale si occupò più di tanto di quel documento, per ragioni che sembravano più che plausibili.

Istituzioni internazionali, quali la Banca mondiale o il Fondo monetario (Fmi), stavano aiutando la Russia a risalire la china del collasso politico ed economico, limitandone il raggio d’azione e spesso, anzi, riuscendo a influenzare in maniera indiretta le scelte di politica interna. La fragilità della Federazione Russa, poi, era a rischio: ripetuti attentati terroristici nella capitale facevano da sfondo alla guerra secessionista in Cecenia, che raggiunse il suo zenit proprio nei primi anni di presidenza Putin. E c’era il rischio evidente che altre unità federali, sia nel Caucaso settentrionale, sia nella remota Siberia, potessero seguire l’esempio. L’Unione europea, infine, si stava allargando verso est includendo diversi paesi che un tempo stavano oltre la Cortina di Ferro, mentre l’organizzazione militare nord-atlantica (Nato) guadagnava terreno e si avvicinava al nemico di un tempo senza trovare resistenza. L’economia era in mano a un pugno di oligarchi che avevano preso possesso delle imprese statali durante le privatizzazioni dei primi anni Novanta, il prezzo del petrolio era sui 30 dollari al barile, crollando a 10 nel ’98, quando la Russia attraversò una gravissima crisi finanziaria. Tanto l’Europa quanto gli Stati Uniti sembravano preoccuparsi più di un eventuale pericoloso tracollo del paese, che di un improbabile ritorno della Russia sulla scena internazionale. Mosca sembrava aver abbracciato l’Occidente a prescindere, e gli attentati terroristici dell’11 settembre sembravano rinforzare questa convinzione.

Questa era la situazione in Russia quando Putin fu eletto, con oltre il 60% dei voti, nel marzo del 2000: perché ci sarebbe stato bisogno di preoccuparsi più di tanto di quel documento, peraltro firmato da un grigio burocrate che aveva una breve carriera politica alle spalle e vantava un passato tutt’altro che glorioso nelle fila del Kgb? Con il senno di poi, quel documento conteneva tutti i semi della politica putiniana, utili per capire quale traiettoria avrebbe imposto il paese. Quello che era, o sembrava, un alleato docile in cerca di aiuto solo otto anni fa, ora è, o sembra, un nemico aggressivo che usa l’energia come un tempo usava i carri armati. Putin è stato l’artefice di questo cambiamento, nato soprattutto dall’aumento dei prezzi di petrolio e gas. Dopo aver realizzato una riforma fiscale che avviò un interessante flusso di cassa, il Cremlino ha visto costantemente gonfiare il suo portafoglio grazie a un’impennata senza precedenti del prezzo delle risorse energetiche. La congiuntura economica ha messo il turbo al progetto di risanamento voluto da Putin: ripagati con largo anticipo i debiti con il Fmi e il Club di Parigi, la Russia si è rinforzata, almeno in apparenza, in casa e ha poi avuto una libertà di movimento maggiore sulla scena internazionale. Il prodotto interno lordo, in valori nominali, è cresciuto di sei volte in meno di dieci anni, e la Russia ora è la terza forza in termini di riserve di moneta estera, dietro a Giappone e Cina. Non più dunque un paese che tratta con l’occidente da subordinato, ma uno stato ricco che può permettersi, in alcuni casi, di condurre il gioco diplomatico. Rinfrancata da questa ventata di denaro fresco, Mosca ha deciso di alzare una barriera al vento delle rivoluzioni colorate. È anche per queste ragioni che la popolarità di Putin in patria è cresciuta, nell’ultimo biennio, fino al 70%, gonfiando le tasche non solo della classe dirigente, ma anche quella della nuova classe media.

Per il resto della comunità euro-atlantica, dopo un’improbabile luna di miele, culminata con la convinzione che gli attentati dell’11 settembre avessero definitivamente consegnato una Russia dimessa nel campo occidentale, Putin è un personaggio con il quale si deve fare business e basta, perché pur se vende gas a mezza Europa, non si può fare a meno di criticarne le continue violazioni democratiche. Le accuse sono sempre le stesse: libertà di stampa limitata, potere giudiziario tutt’altro che autonomo da quello politico, severe limitazioni alle libertà civili e politiche, con divieti di manifestazioni di piazza e talvolta di assembramento, corruzione incontrollata a tutti i livelli della burocrazia, restrizione delle attività di tutte le organizzazioni non governative, nazionali e non, mancato rispetto dei diritti umani nella guerra in Cecenia e violazione di ogni regola democratica nel perseguimento di presunti terroristi e/o criminali coinvolti nella guerra. Questa condotta ha portato anche a un raffreddamento dei rapporti con Germania e Gran Bretagna, dopo i cambi di leadership dell’ultimo biennio in quei paesi. Ma in fin dei conti la sostanza è rimasta, perché nessuno ha avuto margini sufficienti per esercitare una pressione positiva sulla Russia. Le accuse che l’Occidente rilancia ai danni del Cremlino sono cristalline, ma non sembrano scalfirne il consenso interno. Alle elezioni parlamentari di dicembre 2007, il partito del potere Russia Unita, sostenuto dal presidente Putin, ha ricevuto un sostegno di oltre il 60%: è probabile che siano stati commessi dei brogli, soprattutto in assenza di osservatori internazionali che non hanno ricevuto visti di ingresso, ma è altrettanto probabile che Putin e il suo partito avrebbero ottenuto una solida maggioranza in parlamento anche senza barare. Gli elettori hanno preferito stabilità e benessere alle libertà democratiche tanto care all’occidente. E soprattutto, dopo il caos degli anni Novanta, i russi hanno ritrovato un leader orgoglioso e determinato, che è tornato a guardare negli occhi il resto del mondo e a riaffermare gli interessi russi su scala globale. È per questo che ha vinto colui che Putin ha indicato come successore, Dmitrij Medvedev (nella foto). Anche se non sarà in prima persona lui a gestire il potere, Putin conserverà un ruolo importante, almeno nel prossimo futuro, fino a transizione compiuta: perché è importante che il sistema di potere rimanga in piedi, non solo e non tanto Putin stesso.

Ma la Russia, pur sedendo su un impero energetico, rimane pur sempre fragile nelle istituzioni. Un osservatore attento come Andrew Kuchins, per anni responsabile del Carnegie Endowment Center di Mosca e ora a Washington, usa il termine “putinismo” per indicare un sistema di potere che rimarrà in piedi per qualche anno, e sarà replicato nel prossimo mandato. Si tratta di un sistema centrale forte, dove lo stato è presente soprattutto nel settore economico, secondo il modello del cosiddetto capitalismo di stato, mentre l’arena politica è aperta a chi non crea troppo disturbo, anche perché i giochi più importanti si fanno al Cremlino. Tutto questo è possibile perché Putin è riuscito a rimpiazzare l’elite eltsiniana con una generazione di quarantenni, la nuova classe dirigente. È sempre lui che ha fatto da arbitro e bilanciato le lotte di potere. Secondo le stime di Clifford Gaddy, un economista esperto di Russia all’istituto Brookings di Washington, la Kremlin Corporation gestisce una cifra che si aggira intorno ai 500 miliardi di dollari di flusso di cassa ogni anno. È dunque credibile pensare che qualcuno della nuova élite voglia rinunciare a una torta così grande? E soprattutto: se Putin dovesse tornarsene nel buio da dove è venuto, cosa succederebbe a quella torta? Il nuovo presidente, il delfino di Putin è, come detto, Dmitrij Medvedev, 41 anni, avvocato che ha ricoperto l’incarico di vice-premier e siede, sia pure ancora per poco, nel consiglio di Gazprom, gigante dell’energia sotto controllo statale. Deve tutta la sua carriera politica a Putin, cui ha anche chiesto di rimanere come primo ministro. Secondo il sistema politico russo, la carica di primo ministro ha poteri molto ridotti rispetto a quella di presidente. È pertanto difficile immaginare che una persona come l’ex presidente, supportata dal voto popolare, sia disposta a ricevere ordini da un collega più giovane e inesperto. Forse la sua presenza serve anche per verificare che Medvedev sia in grado di gestire e bilanciare tutte le forze del Cremlino. Se la situazione dovesse sfuggire di mano, Putin potrebbe intervenire. Allo stesso tempo, però, presidente e premier avranno modo di lavorare a stretto contatto per dare continuità alle politiche che hanno segnato la rinascita della Russia. Il putinismo è appena iniziato.

Valerio Fabbri
foto Federica Fusciardi
(6 marzo 2008)

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