UNIONE EUROPEA - Il discorso programmatico del neopresidente Blair

Tony Blair ha tenuto di fronte al Parlamento di Bruxelles il discorso di esordio quale Presidente di turno dell’ Unione Europea. Il premiere britannico, per circa 30 minuti, ha delineato le linee programmatiche che saranno messe in atto nel corso del prossimo semestre di presidenza spettante allo Uk. In sostanza ha affermato che la Ue deve essere orgogliosa di ciò che è stata in grado di compiere negli ultimi 50 anni però, essendo maturo il tempo per un cambiamento, non si deve vergognare di compiere un ulteriore passo verso la modernità. “Mi sono sempre ritenuto un europeista convinto e non ho mai guardato all’Europa solamente come ad un luogo di mercato economico. Credo fermamente nell’Europa quale unitario progetto politico”. Con queste parole il leader targato New Labour si è guadagnato i primi applausi, poi ha continuato sostenendo che solamente attraverso un cambiamento, la Ue sarà in grado di recuperare tutta la forza perduta, tutto il suo prestigio e la rilevanza politica delle sue idee, che dovranno in ogni caso adeguarsi alle contingenti esigenze di rinnovamento: “Gli ideali storicamente sono sempre riusciti a sopravvivere attraverso una loro evoluzione in chiave moderna. Se l’Europa mancherà l’appuntamento con la globalizzazione, il fallimento della politica UE sarà di vaste dimensioni”. Ha aggiunto in seguito: “Non si tratta di tradire il concetto di Europa, ma solamente di attualizzarlo. E’ vero che in passato tutto ciò a cui aspiravamo era un Europa dall’anima ‘sociale’, ma è altresì vero che oggi serve un Europa che lavori e che funzioni, in modo tale da reggere la competizione con superpotenze quali gli Stati Uniti, ma anche con nazioni in forte crescita economica e destinate a divenire potenze in un futuro prossimo, quali India e Cina”.

Affrontando il tema del doppio rifiuto referendario alla Costituzione di Francia ed Olanda, Blair ha indicato quale causa di tale empasse non nella crisi delle istituzioni, ma nella leadership crisis, nel senso che i cittadini europei hanno impiegato il voto per manifestare la propria insoddisfazione nei confronti dei vertici politici, rei di non ascoltare “le trombe che il popolo suona lungo le mura delle città”. Piuttosto che nei confronti dello specifico dettato dei singoli articoli della Costituzione europea: “La gente ha bisogno di leadership, ed è ora di dargliela”.

Per concludere ha affrontato il tema delle politiche agricole, sul quale il Regno Unito è sempre stato accusato di anti-europeismo. Il presidente entrante a riguardo ha detto che qualsiasi cambiamento dovrà necessariamente tenere in considerazione le legittime esigenze dei produttori agricoli. Inoltre, pur definendosi l’unico leader britannico ad avere, per la prima volta nella storia, accettato di negoziare lo sconto annuale della Gran Bretagna (ad oggi dell’ammontare di 3 miliardi di sterline nda), non ha esitato ad aggiungere che il budget della Communal Agricoltural Policy dovrà comunque essere oggetto di revisione.

Negli ultimi tempi la politica britannica, soprattutto quella in campo estero, ha destato unanime dissenso non solo a livello di relazioni internazionali (vedi Francia e Germania) ma anche a livello domestico, tra gli stessi sostenitori del New Labour Party. Un famoso scrittore inglese, Jonathan Coe, laburista convinto da sempre, nel suo ultimo libro ha paragonato l’attuale direzione intrapresa dal partito alle direttive politiche Tories degli anni ’70-’80: vicende quali l’Iraq, l’Ulster o il caso Sellafield stanno sempre più connotando l’operato del gabinetto Balir-Brown di quella percezione delle relazioni internazionali intese come mezzo per assoggettare gli altri paesi agli interessi di sua maestà Gran Bretagna. È la classica visione politica targata Maggie Thatcher, purtroppo già sperimentata in passato.

Gustavo Pregoni
(28 giugno 2005)

HOME

SEGNALA AD UN AMICO