Luciano Stella
UNIONE EUROPEA - Una “costituzione” a rischio
Articolo 447, capo IV, pagina 191: due paragrafi di appena cinque righe per dire che “il presente Trattato entra in vigore il primo novembre del 2006, se tutti gli strumenti di ratifica sono depositati, altrimenti il primo giorno del secondo mese successivo al deposito della ratifica da parte dell'ultimo Stato firmatario”. La ratifica da parte dei 25 Stati membri avverrà, o è già avvenuta, per mezzo di una procedura parlamentare o a seguito di un referendum pubblico. Il Governo italiano con la legge 7 aprile 2005, n. 57 “Ratifica ed esecuzione del Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa e alcuni atti connessi, con atto finale, protocolli e dichiarazioni, fatto a Roma il 29 ottobre 2004” ha scelto di perseguire la strada politicamente “meno pericolosa” ratificando direttamente il Trattato senza passare per le urne. Gli altri Stati che fino ad ora hanno già ratificato la “Costituzione europea” sono la Lituania, l'11novembre 2004, l'Ungheria, il 20 dicembre 2004, la Slovenia, il 1° febbraio 2005, e la Grecia lo scorso 19 aprile, tutte e quattro con procedura parlamentare. Il 20 febbraio 2004 si è svolta in Spagna la consultazione referendaria che ha registrato una scarsa affluenza alle urne da parte degli spagnoli (pari al 42% degli aventi diritto) i quali si sono espressi a larga maggioranza a favore del testo, con una percentuale del 77%, mentre solo il 17% dei votanti si è pronunciato per il “no”. Spetta ora al Parlamento spagnolo ratificare il Trattato che adotterà la “Costituzione”.
Per quanto riguarda gli Stati che ancora devono esprimersi, Danimarca, Francia, Polonia, Portogallo, Lussembugo, Irlanda, Repubblica Ceca, Regno Unito e Paesi Bassi hanno dichiarato che sottoporranno il testo ad una consultazione popolare, mentre gli altri Stati procederanno esclusivamente per via parlamentare. Il pericolo referendum è di non poca rilevanza visto che il rischio del “no” esiste ed è alle porte. Basta, infatti, il parere negativo di un solo partner Ue per impedire l'entrata in vigore della Costituzione ed aprire una grave crisi nell'Unione. Oltre alle incognite del voto in Francia, Regno Unito e Danimarca, altri Stati potrebbero giocare un brutto scherzo. I Cechi, per esempio, visto che, il 12 gennaio scorso a Strasburgo, dei ventiquattro eurodeputati, la maggioranza ha votato contro, mentre in tre si sono espressi in favore della Costituzione. Ma cosa accadrebbe se qualcuno non dovesse ratificare le nuove regole?
Tutto previsto (o quasi). Di fronte ad un'eventuale crisi politica di tali dimensioni si è voluto lasciare aperta la porta a diversi gradi di compromesso. Secondo l'art. 60, capo primo, della Costituzione titolato “recesso dall'Unione”, si rimandano gli Stati “smarriti” ad una trattativa, caso per caso, tra questi ed il Consiglio europeo. Dopo un lungo periodo di limbo istituzionale, che può raggiungere anche i due anni, il Paese, da un primo rapporto di “associazione”, avanza una nuova richiesta d'adesione, sottoponendosi ad un vincolo di maggioranza altissima - i quattro quinti dei membri del Consiglio - da sottoporre anche all'Europarlamento. È questo un meccanismo pensato per attutire al massimo gli effetti di un "no" all'Unione e per mantenere, in ogni caso, un'Unione a venticinque Stati.
Tra pochi giorni, il 29 di maggio, la Francia, dopo la Spagna, si sottoporrà al giudizio del popolo in merito all'approvazione o meno della Costituzione. Già da questa consultazione potrebbe arrivare il primo duro colpo ad un’Unione che purtroppo, ad oggi, non è ancora ben vista dai propri cittadini. Il 14 Aprile scorso Jacques Chirac è sceso in campo personalmente, come un gladiatore in un'arena, sottoponendosi in un dibattito televisivo, in diretta, alle domande, talvolta provocatorie, di 83 giovani. Nelle due ore di discussione, per convincere i francesi a votare per il “si” il Presidente è stato impeccabile, trasformando una missione impossibile, dato che i “no” nei sondaggi sono oramai al di sopra del 53%, in una difficile ma non impraticabile. Politicamente un “no” potrebbe essere interpretato come una bocciatura dell'idea di un ulteriore allargamento (contestato in particolare è il possibile ingresso della Turchia) e di un'Europa dalle riforme liberali di stampo anglo-sassone. La scelta dei francesi potrebbe risultare fondamentale in quanto se dalle urne dovesse uscire un responso negativo questo rischierebbe di innescare una reazione a catena influenzando negativamente anche le scelte degli olandesi, il prossimo 1 giugno. Il “no” francese ed olandese al referendum sul Trattato vanificherebbe le riforme apportate all'impianto dell'Unione europea, tra cui la nascita della figura di un Presidente del Consiglio europeo a tutti gli effetti e l'adozione di un Ministro degli Esteri.
Tra le cause di uno strisciante anti-europeismo c'è sicuramente quella economica. L'ingresso della moneta unica ha fortemente inciso sui portafogli di molti, tanti, cittadini europei. Se però oggi Chirac si è dovuto sottoporre alla gogna per tentare di “vendere” quel sogno europeo in cui molti confidiamo, è dovuto anche al fatto che forse i suoi colleghi a Bruxelles (non solo francesi) non l'abbiano fatto prima. L’idea “Europa” è, purtroppo, troppo lontana dai suoi abitanti che ad oggi non si sentono ancora concretamente cittadini europei.
(28 aprile 2005)