Valerio Fabbri
RUSSIA - La politica energetica di Putin
La Russia post-sovietica degli anni ’90 ha vissuto un turbolento periodo di transizione sotto la guida eltsiniana: l’uomo d’ordine cresciuto all’ombra del Kgb è si è rivelato provvidenziale per mettere ordine negli affari politici ed economici. Questa è la visione più verosimile fra i cremlinologi, una categoria entrata nel museo dell’archeologia politica ma che, ultimamente, viene rispolverata a fasi alterne. L’orso russo è ancora seduto ai tavoli principali e rimane un interlocutore imprescindibile, sia pure con meno autorevolezza rispetto a qualche anno fa. Fra privatizzazioni selvagge, capitalismo rampante e un processo democratico balbettante, gli otto anni di presidenza Eltsin sono stati a dir poco movimentati. Con Putin i bagordi delle “piratizzazioni” sono stati archiviati e la vertikal’ del potere ristabilita, sebbene in una direzione che ha lasciato spazio a derive autoritarie. Se poi questo riposizionamento su basi statali è solo una riverniciata di un’impalcatura ancora traballante, lo sapremo solo in seguito. Ora la strada è stata tracciata da Putin e senza fraintendimenti. Al momento, i suoi sostenitori ritengono che lo Stato sia (ri)diventato un protagonista sulla scena politica. I suoi detrattori ovviamente considerano l’accentramento burocratico una minaccia che potrebbe deformare il processo di modernizzazione à la russe, se non soffocarlo del tutto. E la politica energetica del nuovo zar si inserisce in questa sottile fessura: presa di posizione monopolistica o rilancio del sistema-paese? Gli impressionanti tassi di crescita del prodotto interno lordo russo negli ultimi anni sono dovuti essenzialmente alle esportazioni energetiche ed il boom del prezzo del greggio permette all’attuale presidenza di onorare i debiti secondo scadenze.
La politica energetica rappresenta dunque una priorità nell’agenda politica di Putin, il cui primo mandato è stato necessario per preparare la strada a quello che il caso Jukos ha portato all’attenzione di tutti: controllo strategico sulle risorse energetiche, ovvero sul 25 % del Pil. È necessaria una premessa per leggere meglio la situazione presente. Quando l’uomo scelto da Eltsin assunse il potere, il settore energetico dei combustibili (Tek), che ha rimpiazzato per importanza e prestigio il complesso militar-industriale (Vpk) di epoca sovietica, era appannaggio della cerchia di fedeli al presidente uscente. Gli oligarchi della cosiddetta “famiglia” di Eltsin, si erano spartiti la torta senza lasciare nemmeno qualche briciola allo stato. Un arrivismo mascherato nel capitalismo selvaggio, che avrebbero però pagato sotto la nuova presidenza. Putin era, e rimane, convinto che il saccheggio ai danni dello Stato fosse compiuto con la foglia di fico chiamata liberalizzazione e ne parlava a ragion veduta: negli anni di purgatorio passati a San Pietroburgo, quando aveva deciso di tornare all’università prima di diventare il braccio destro di Sobcak, il suo sbandierato dottorato in marketing all’Istituto Mirning si improntava sulle ipotesi di utilizzo delle risorse energetiche. La sua ricetta per risanare la difficile situazione russa era: controllo dei pacchetti di maggioranza da parte dello Stato, ingresso dei capitali stranieri solo a condizione che restino in minoranza. Arrivato alla poltrona del Cremlino, tale esperienza è tornata utile. Tiene un contegno a metà fra quello del leader di una superpotenza, sia pure zoppicante, e quello di un efficiente manager di una multinazionale. La sintesi di questo ragionamento è il ritorno delle imprese energetiche sotto l’influenza di Mosca e le sue regole, come un nuovo strumento di politica nella Russia putiniana, che può essere usato sia come leva di pressione con i grandi dell’occidente (Ue in testa, ma anche Giappone, Cina e Usa) e nell’area ex sovietica, sia come mezzo di modernizzazione dell’economia russa per il sospirato sdoganamento nel sistema economico globale.
Il caso del colosso Jukos è un monito che segna la rotta, non solo una sentenza esemplare. Oltre alle velleità politiche covate neanche tanto in segreto e una ricchezza tale da renderlo persona sgradita agli oligarchi, Khodorkovskij aveva caldeggiato una fusione con la Sibneft di Abramovich per poi costruire un oleodotto privato verso la Cina. Ma, soprattutto, aveva portato avanti una trattativa di compravendita con la Exxon Mobil e Chevron Texaco, i due colossi americani che sarebbero stati più che semplici partner nel nevralgico settore del petrolio. Ora le nuove regole di comportamento economico non escludono, ovviamente, investitori stranieri, ma l’ingresso nel mondo dell’energia è consentito solo fino al 49%, con il placet del Cremlino. Il riposizionamento del settore energetico sotto l’egida del governo passa attraverso i colossi Gazprom e Rosneft e richiama il principio dell’Apertura Petroliera targata Chavez, sia pure in verso opposto: controllo statale attraverso il moloch Petroléos de Venezuela (Pdvsa), investitori stranieri benvenuti solo alle condizioni di Caracas, che deve comunque conservare una posizione di maggioranza. La vera difficoltà risiede proprio nell’equilibrio fra queste due pulsioni, perché la proprietà privata e gli investimenti stranieri non possono essere azzerati, ma devono essere garantiti così quanto la stabilità politica che, viceversa, favorisce l’arrivo di capitali stranieri. È probabile che questa nuova strategia porti con sé uno schema di regole chiaro e prevedibile nell’economia russa, in modo che l’integrazione nel mercato globale sia totale, perché è questo che desidera l’élite dominante, che forse non nutrirà una simpatia sincera per il presidente, ma ne sposa in pieno la politica energetica. È presto per dire se davvero in questo modo l’ex-spia nella Ddr abbia messo al riparo Mosca (e di conseguenza i suoi interlocutori) da altri scossoni energetici, ma la chiave per leggere la Russia come nuova potenza del XXI secolo passa nel settore energetico.
Danila Bochkarev
(7 ottobre 2005)