Maurizio Gentile
GEORGIA - Misteri e petrolio
Non sembra facile la vita per i leader politici delle repubbliche ex sovietiche in questo periodo. Dopo l’avvelenamento con la diossina ai danni di Viktor Yushchenko, miracolosamente salvato da un bacio rivelatore della moglie, nulla si è potuto fare contro il monossido di carbonio che sprigionato da un caldaia malfunzionante, ha ucciso il primo ministro della repubblica georgiana Zurab Zhvania. Il 4 febbraio la Georgia ha scoperto che l’uomo che aveva guidato questa giovane repubblica nella transizione post Eduard Shevardnadze, era morto nel più incredibile dei modi. Insieme a Zhvania è deceduto anche Raul Usupov, vicegovernatore della regione Kremo-Kartli nonché alto dirigente dello stesso partito del premier. Le indagini, finora, non hanno portato ad altri risultati che non riconducano ad un tragico incidente, ma nelle ore immediatamente seguenti non pochi sospetti, soprattutto su Mosca, si erano addensati. Il Cremlino ha risposto stizzito alle velate accuse di chi la voleva coinvolta: tutto appare rientrare nella fatalità. Gli Usa tacciono, non volendo, per il momento, mischiarsi in una faccenda che appare tanto lontana. Ma nella piccola regione caucasica, i misteri non finiscono e dopo due giorni la morte di Zhvania e di Usupov, un collaboratore del premier nonché esponente governativo, Georgi Khaleshvili, si e' ucciso con un colpo di pistola nel proprio appartamento a Tblisi.
In pochi giorni la Georgia ha tremato più volte e questa fragile repubblica rischia di non farcela sotto tali colpi. Ma a chi giova tale situazione? Nata dalle ceneri dell’ex impero sovietico nel 1991, questa piccola regione situata nella strategica area caucasica, fa gola a tutti coloro abbiano delle mire sulle sue risorse. Gli Usa e la Russia, si contendono ormai da anni con tutti i mezzi quelle zone. Washington, fa piovere una valanga di milioni di dollari e Tbilisi ringrazia. Le elezioni degli ultimi anni, danno certamente l’idea di un clima di contrasto se non di vera e propria “guerra” tra la Casa Bianca e Mosca. La politica della sponda atlantica, in Georgia è nota, e parte sempre dalle elezioni. Nel 2003 Shevardnadze, sponsorizzato negli anni precedenti dagli Usa, si è visto “sostituito” dal più accomodante Mikheil Saakashvili. Shevardnadze, è stato “scaricato” con una protesta popolare senza precedenti, per di più dopo aver vinto le elezioni. Consultazioni su cui si sono addensati i sospetti di irregolarità e di brogli da tutto il mondo e che la piazza non si è lasciata sfuggire. La “rivoluzione delle rose”, chiamata così per la sua incruenza, ha incoronato presidente Saakashvili. Ora, la Georgia accusa un nuovo scossone al suo interno. L’ennesimo cambio al vertice si rende necessario. La repubblica ricopre una posizione geografica di primo piano nello scacchiere caucasico ed oltre ad avere problemi interni dovuti ad una guerra oggi latente, ma pronta sempre a riesplodere, con gli autonomisti della regione dell’Abkhazia e con l’Ossezia del sud, si trova anche nella delicata situazione di confinare con la più che turbolenta Cecenia e con il Daghestan. E’ chiaro che i giochi di potere delle due superpotenze mirano al controllo sul Caucaso, inseguendo obiettivi opposti uniti da interessi comuni.
La Russia punta a stabilizzare il piccolo stato dell’ex Urss, i cui confini con la Turchia e con il Mar Nero rappresentano in futuro uno sbocco notevole in chiave economica. Gli Usa, al contrario, sperano in una destabilizzazione del fragile equilibrio della Georgia, per poter intervenire in massa e gestire direttamente l’area. La repubblica di Tblisi è sulla rotta delle pipeline del petrolio ed è naturale che lo scontro e la posta in gioco siano molto alte. Putin vorrebbe favorire la rotta petrolifera che, arrivando nel porto georgiano di Bitumi dove già oggi transitano milioni di tonnellate di greggio l’anno, unirebbe il Caspio con il Mar Nero. Da lì con le petroliere passando attraverso il Bosforo è possibile raggiungere tutta l’Europa. Gli Usa, invece hanno fortemente voluto l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC) che collegherà il Mar Caspio con la Turchia passando per la Georgia e tagliando fuori in tal modo l’ex Urss ed i suoi problemi. Le riserve petrolifere del Mar Caspio che corrispondono al 10% del fabbisogno mondiale sono una occasione da non perdere e visto che anche l’Iran cova mire sulla regione, si prevedono frizioni tra i contendenti, con interventi anche da oltre oceano.
L’oleodotto BTC, il più costoso e lungo del mondo rischia di mettere fuori gioco la Russia dal mercato mondiale del greggio. In tutto questo gioca un ruolo fondamentale l’ingresso della Turchia in Europa che così facendo sarebbe il collegamento finale della strategia energetica americana. Dal Caspio direttamente in Europa. Per Mosca, pertanto, la Georgia rappresenta il ventre molle che offre possibilità immense al suo antagonista a stelle strisce che per ora non sembra in grado di contrastare. L’Europa continua a rimanere alla finestra, non assumendo mai, forse volontariamente, una posizione decisa nella corsa a quello scacchiere caucasico che sarà di vitale importanza per il nostro futuro, continuando ad offrirsi ora a Washington, ora a Mosca senza una linea politica definita.
(17 febbraio 2005)