Valerio Fabbri
RUSSIA - Da dove verrà fuori l’opposizione?
In Russia si fa un gran parlare di quanto l’onda della Rivoluzione Arancione ucraina possa influenzare le vicende interne. E la domanda suscita interesse anche al di fuori, soprattutto dopo che l’amministrazione americana ha svelato le proprie carte. Nel suo viaggio europeo di maggio George W. Bush ha fatto tappa a Riga e a Tbilisi dove è stato acclamato come un liberatore, mentre la sua tappa di Mosca è servita solo per sminuire le bordate rivolte all’amico Putin dai territori ex sovietici. Il nuovo zar, gratificato dalle rumorose celebrazioni del 9 Maggio, non si è scaldato più di tanto, pur sapendo che una cintura di stati democratici con supervisione americana è una situazione insidiosa, contro cui è necessario prendere contromisure. Come? Ecco che nasce un movimento giovanile su misura per le esigenze del Cremlino, maturo forse per il 2008.
La riforma regionale di inizio anno, che ha affidato al presidente il compito di nominare i governatori, ha eliminato ogni possibilità di opposizione istituzionale, consegnando ai partiti e alla società civile il compito di creare un’alternativa. Questa mossa però è a doppio taglio: da un lato amplia il potere putiniano, dall’altro non gli consente più di scaricare responsabilità su altri esponenti politici. Per ciò che riguarda i partiti, il quadro del dissenso è tutt’altro che vivace. Al di là del liberal-democratico Javlinskij, a farla da padrone sono i gruppi radicali di sinistra come quello di Zuganov, affiancato da estremisti come il Partito dei Lavoratori di Anpilov e il Partito Bolscevico di Limonov, che non sono in grado di proporre un’alternativa credibile. Una loro eventuale ascesa sembrerebbe indirizzata verso la strada di un revanscismo comunista piuttosto che in direzione democratica e questo proposito non è gradito nemmeno al di fuori del Cremlino.
L’idea di un ombrello unico sotto il quale raccogliere i partiti d’opposizione sembra difficile da realizzare, perché lo spettro politico dei non allineati spazia da destra a sinistra. Pertanto la risposta per un’alternativa realistica è da cercare altrove. L’interesse americano in Georgia, come in Ucraina, è passato anche attraverso i movimenti giovanili e studenteschi, sempre i primi a scendere in piazza, i primi a schierarsi per inseguire il sogno democratico. Ed anche in Russia, ammesso che la strada debba essere la stessa, il paradigma non cambia. Sia ben chiaro: non per una rivoluzione di velluto, come accaduto nei paesi vicini, ma per fermare la deriva autoritaria che potrebbe degenerare con il referendum costituzionale del 12 giugno, quando la costituzione verrà messa in discussione per favorire la nascita di una repubblica parlamentare.
Le risorse dunque sono le forze fresche delle nuove generazioni. A contendere la scena, oltre alle sezioni giovanili dei vari partiti Jabloko, Bolscevico, Comunista e altri, ci sono due nuovi movimenti: Naši (I nostri) e Iduščie bez Putina (Quelli che camminano senza Putin), di opposta ispirazione. Il primo è tagliato su misura ai voleri del Cremlino: il suo manifesto è stato firmato da 700 giovani a Mosca, senza troppo clamore, il 15 aprile alla presenza del ministro per l’istruzione Andrej Fursenko, il che la dice lunga sulla sua forza d’impatto. Gli obiettivi di questo gruppo, supervisionato da Jakemenko, ex membro dell’amministrazione presidenziale putiniana, è di realizzare una rivoluzione delle menti per risvegliare la società russa dalla sua apatia, e per difenderla dai partigiani del capitalismo oligarchico che vogliono imbavagliare l’azione di Putin. Erede della fallimentare esperienza di Iduščie vmeste (Quelli che camminano insieme), questo neonato raggruppamento si propone di raccogliere l’eredità del partito al potere che ha ormai appannata la sua forza innovatrice, ed è facile che le parole del manifesto riempiano d’orgoglio lo spirito russo, poiché ne toccano parti sensibili e ne esaltano l’aspirazione di nazione strategica del continente euroasiatico. Inutile dire che la traduzione di questi ideali e’ tutta nella forza conservatrice del movimento che deve difendere Mosca dall’intrusione americana e dal diffondersi della rivoluzione arancione e del conseguente controllo esterno, tutti concetti molto delicati in una nazione pur sempre erede dell’impero sovietico. Anche se mai ufficialmente, il Cremlino caldeggia questa esperienza della “gioventù putiniana”, come l’ha ribattezzata Le Monde, il cui l’obiettivo principale è raggiungere la piena maturità per le presidenziali del 2008 quando sarà necessario un successore “eleggibile” per il presidente in carica.
La risposta a questa mossa decisa è determinata, ma non ha ovviamente lo stesso risalto. Il nome del gruppo Iduščie bez Putina si riferisce ironicamente al partito Iduščie vmeste che è stato recentemente rimpiazzato da Naši. I propositi infatti sono diretti più che altro alla volontà di far sentire la propria voce, perché, come recita il manifesto, non e’ più possibile rimanere in silenzio, essendo uomini liberi in un paese che non lo è. Richiedono una Russia indipendente ma grande, non soggiogata al volere occidentale, per non dire statunitense. Proprio questo passaggio risulta fondamentale per comprendere come una rivoluzione arancione a Mosca avrà terreno poco fertile, perché storicamente il paese ha dovuto rendersi indipendente da sé stesso: la fine dello zarismo e quella dell’Urss hanno posto fine a dei regimi, non a delle invasioni straniere. Il vento filo-occidentale potrà anche soffiare, ma solo un’implosione, o come sostiene qualcuno, una rivoluzione dal basso, potrà cambiare la situazione politica in Russia, non le ingerenze esterne. Ed al momento, fra i pensionati scontenti e gli studenti in agitazione, manca la generazione di mezzo a segnare il percorso da seguire.
(13 giugno 2005)