Elisabetta Pesenti
MONTENEGRO - Una nuova base militare americana nel Mediterraneo
L’ultima decisione del Presidente montenegrino Pilip Vujanovic (nella foto) ha creato effetti a catena in ambito internazionale: si tratta della firma di un accordo con gli Stati Uniti per la non estradizione al Tribunale penale internazionale dei militari americani, fatto che ha avuto come prima conseguenza il rallentamento del processo di avvicinamento all’Unione Europea. Era prevista per giugno la firma del tanto atteso Accordo di associazione e stabilizzazione, ormai è destinata a subire l’ennesimo ritardo. Fino a un anno fa, ovvero prima che il piccolissimo stato balcanico si dichiarasse indipendente, l’ambiente politico montenegrino non perdeva occasione per sottolineare che il processo di integrazione europea subiva continuamente rallentamenti a causa di tutte quelle questioni irrisolte dell’ingombrante Serbia: dalle problematiche politiche, al misterioso omicidio Djindjic, alla mancata consegna dei criminali di guerra. Oggi, superato tale ostacolo, il Montenegro cambia il volto del quadro balcanico, firmando un trattato militare che ha già fatto discutere. I politici dichiarano che - secondo le parole di Vujanovic - ora il Paese “si sente sicuro”, gli Stati Uniti si tutelano ottenendo l’impunità dei propri militari sul territorio montenegrino, mentre l’Unione Europea indietreggia e risponde con un poco neutro “no comment” alla firma del trattato Usa-Montenegro.
Da tempo che al di là dell’Atlantico si punta su Podgorica, la cui indipendenza era supportata già ai tempi dell’Amministrazione Clinton. Le ragioni risultano evidenti, basti pensare alla crucialità della sua posizione da un punto di vista geopolitico, incastonata com’è tra le linee strategiche euro-asiatiche. Non solo: la sua collocazione è decisiva anche per eventuali iniziative militari e navali verso l’area mediorientale, il Nord Africa e verso le basi del Caucaso. Del tutto sensata, dunque, questa iniziativa, che ufficialmente delinea “i diritti e le responsabilità tra gli Usa e il governo ospite riguardo la giurisdizione criminale e civile”, ma che nella pratica si inscrive nella politica americana di controllo del sud-est europeo. Tale condotta è portata avanti a forza di accordi militari simili a quest’ultimo, che gli americani hanno già stretto con numerosi Paesi. Nell’ultimo anno e mezzo si contano più di cento trattati con cui gli Usa si sono gradualmente assicurati l’immunità di giurisdizione: solo nell’Europa sud-orientale figurano tra i firmatari la Romania, la Macedonia, la Bosnia Erzegovina e l’Albania. Un rapido sguardo ai protagonisti di tali trattati è sufficiente per rendersi conto che i Paesi firmatari sono per lo più instabili dal punto di vista economico e fragili nelle istituzioni politiche e sociali. Firmano cedendo così alla poco velata minaccia di sospensione dell’assistenza militare da parte statunitense – la stessa che fa “sentire sicuro” il Montenegro – e al rischio di vedersi bloccato l’ingresso nella Nato, obiettivo assolutamente strategico per molti di questi Stati. La diplomazia statunitense parla di esercitazioni comuni e forme di cooperazione con il Montenegro, ma, di fatto, il trattato permette ai militari di trasferirsi nel Paese in modo permanente, mentre definisce lo status delle loro proprietà. Con tali accordi inoltre gli Stati Uniti sottraggono ai Paesi firmatari una fetta della loro sovranità statale, privandoli del diritto di giudicare chi commette crimini all’interno dei propri confini nazionali. Da parte sua Vujanovic, nelle dichiarazioni pubbliche, insiste nel sottolineare il lato positivo di questo accordo, soffermandosi sul possibile contributo finanziario delle aziende americane al processo di privatizzazione e all’economia nazionale, che potrebbero a suo avviso “guadagnare” da questa nuova amicizia. La verità è che il presidente montenegrino firmando questo trattato si vede costretto ad accettare un doppio raffreddamento di rapporti, da una parte con l’Unione Europea - che concretamente si riflette nella mancata firma dell’accordo di stabilizzazione, prevista per giugno e rimandata, per ora, a ottobre – e, dall’altra, con la Russia che non vede ovviamente di buon grado l’estendersi dell’ombrello protettivo americano nel Vecchio Continente.
Il rafforzamento delle relazioni bilaterali che gli Stati Uniti stanno portando avanti con successo si inquadra perfettamente nel vero obiettivo perseguito, quello di rafforzare il proprio sistema di difesa realizzando basi satellite nel Mediterraneo e nell’Europa sud-orientale, così da creare una rete militare efficiente e capillare. Qualunque sia la prossima mossa, sarà interessante seguire la reazione dell’Unione Europea nei prossimi mesi, quando i nodi verranno al pettine. Dopo anni di compromessi e di negoziazioni un semplice “no comment” non sarà più sufficiente a giustificare un indugio sui rapporti politici con il Montenegro. Si profilano nuove sfide per il nostro continente, che ormai non è più immune alla presenza americana sul suo territorio e sembra avere sempre più difficoltà a tener salde le redini di Paesi che, secondo un mero criterio geografico, dovrebbero rientrare tra le sfere della sua influenza.
(4 giugno 2007)