Sabrina Carreras
ITALIA - Migranti e rifugiati, un problema aperto
“Rifugiato, fuggiasco, profugo, sfollato, esiliato, deportato, espulso, respinto, espatriato, emigrato, clandestino, regolare”. Non c’è ombra di dubbio che il vocabolario italiano sia estremamente munifico nel definire il fenomeno migratorio. Un’abbondanza lessicale a cui però, nel nostro paese, non corrisponde un altrettanto organico sistema di interventi di accoglienza, protezione ed integrazione. È questo il minimo comune determinatore delle diverse iniziative che in questi giorni si sono susseguite in occasione della Giornata mondiale del rifugiato.
Nel mondo sono più di 17 milioni le persone che a un certo punto della loro vita si sono trovate costrette a lasciare casa, terra e averi per sfuggire a una guerra, alla persecuzione o ad un probabile massacro. A loro è stata dedicata l'edizione 2005 di questo avvenimento celebrato domenica dall'Unhcr: “Nonostante le storie dei rifugiati siano diverse l’una dall'altra, in tutte è presente un coraggio fuori dal comune: non solo di sopravvivere, ma anche di perseverare e ricostruire le esistenze altrimenti distrutte”, ha spiegato Antonio Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Occorre quindi riflettere sugli stereotipi negativi sempre più diffusi nei paesi di destinazione e al contempo sulla necessità di elaborare una organica strategia nazionale per garantire l’accoglienza e il sostegno al dal momento dell’arrivo, all'accesso, alla procedura di asilo fino alla sua integrazione nella società civile.
Sul nostro territorio nazionale attualmente sono oltre 15.000 i profughi e oltre 7000 risultano le richieste presentate nel 2004: “Dall'unificazione fino agli anni ‘60 del boom economico - spiega Nando Singona autore di un saggio a riguardo - l'Italia è sempre stato un paese di emigrazione. Ma a partire dagli anni ‘70 abbiamo assistito ad una graduale inversione di tendenza, che si è andata consolidando nei decenni successivi quando a sommarsi ai migranti per ragioni economiche sono subentrati anche i flussi di migranti forzati. Il cambiamento ci ha preso alla sprovvista dal punto di vista giuridico, politico e psicologico: sono mancati, in un certo senso gli strumenti per capirlo e gestirlo”. In effetti, nel corso degli anni ‘90, l’incremento delle richieste di asilo che si è registrato in tutta Europa a causa di conflitti, è stato registrato anche da noi in misura proporzionalmente elevata, anche se in termini assoluti sia inferiore a quella degli altri partner continentali. Il nostro paese, però, è ancora l'unico tra i 25 della Ue a non avere una legge organica per disciplinare l'intera materia d'asilo, che garantisca a quanti chiedono protezione, procedure in linea con gli standard internazionali. Esiste una normativa in merito ma consta di atti separati emessi a partire dal 1990: una regolamentazione che potrebbe essere migliorata con una legge organica.
Nel primo rapporto di Amnesty International sui Centri di permanenza temporanea, l’organizzazione denuncia vari casi di violazione dei diritti umani ed esprime tutta la sua preoccupazione circa la possibilità che eventi simili possano verificarsi anche nei centri di identificazione, di recente istituzione. Ogni anno, è stato sottolineato, l'Italia espelle o rifiuta l'ingresso a migliaia di cittadini stranieri, alcuni dei quali richiedenti asilo. In attesa dell'espulsione, molte di queste persone sono trattenute nei Cpt, a volte anche più dei 60 giorni previsti dalla legge come limite massimo di permanenza. I richiedenti infatti possono essere detenuti soltanto in circostanze eccezionali, come prescritto dagli standard internazionali. I centri sono spesso sovraffollati, hanno strutture inadeguate, condizioni di vita talvolta inaccettabili e cure mediche non soddisfacenti. Per questo Amnesty International raccomanda al governo italiano l’adozione di alcuni strumenti indispensabili per evitare il verificarsi di quelli che si profilano come veri e propri abusi e in primo luogo “la creazione di un organismo indipendente di controllo e di ispezione che possa condurre visite regolari, illimitate e senza preavviso in tutte le strutture di permanenza forzata”. L'Ong invita inoltre a “rivedere le procedure di impugnazione per assicurare che tutti gli individui detenuti in tali complessi possano ricorrere a procedure autenticamente accessibili, efficaci e imparziali”.
Accuse pesanti che il ministro dell’Interno Pisanu non ha incassato in silenzio: “Non è la prima volta – recita un comunicato del Vicinale - che i dirigenti italiani di Amnesty International diffamano le istituzioni che hanno il dovere di contrastare l’immigrazione clandestina”, ribadendo al contempo l’esigenza di un dibattito parlamentare sereno e costruttivo sui diversi aspetti del problema.
(24 giugno 2005)