RUSSIA - La morte di Mašchadov

Otto marzo 2005. In un villaggio a pochi kilometri da Groznyj, le forze speciali russe entrano in un bunker sotterraneo e uccidono il leader dell’indipendentismo ceceno Aslan Mašchadov. Mosca esulta, Putin promette medaglie, mentre in occidente la notizia passa quasi inosservata. Chi era Mašchadov, e quali saranno le conseguenze della sua morte? Come ogni volta che si parla di Cecenia, ogni possibile risposta rimane incompleta, parziale e scarsamente condivisa.

La figura di quest’uomo è estremamente controversa. Giunto a capo del movimento indipendentista dopo l’uccisione del generale Jokar Dudaev nel 1996, Mašchadov si distingue subito dal suo predecessore per lo stile meno politico e più militare con cui conduce la sua azione. Proprio dal 1996, anno in cui una Russia in pezzi decide di ritirarsi dalla Cecenia pur non concedendo formalmente l’indipendenza, la contraddittorietà del fenomeno Mašchadov inizia a manifestarsi in tutta la sua drammaticità. Nel 1997 viene eletto presidente del piccolo stato con il favore dei principali clan tornati dalla diaspora in Asia Centrale. Ma amministrare questa tormentata terra non è affatto un’impresa semplice. Alcuni clan iniziano a ribellarsi, e i loro leader sembrano comportarsi sempre più come boss mafiosi dediti a traffici di qualsiasi genere, fino a fare della Cecenia una terra di nessuno in cui il contrabbando di droga, armi e petrolio, a volte con la complicità di corrotti generali dell’Armata Rossa (rimane emblematico il controverso rapporto fra Mašchadov e il generale Anatolij Romanov), domina l’economia. Mašchadov si dimostra incapace di controllare i capiclan, mentre anche i rapporti con gli sponsor stranieri, Turchia in testa, si fanno sempre più difficili. In questa drammatica situazione si è forse manifestata la più grave responsabilità del presidente ceceno, ossia quella di aver ritenuto possibile la collaborazione con i settori islamici radicali dell’indipendentismo. Mašchadov, profondamente legato al tradizionale sicretismo sufi dell’islam ceceno, inizia ora ad appoggiarsi ai wahhabiti del giovane Šamil Basaev e di Zelimkan Jandarbiev, sostenuti dall’Arabia Saudita e dal Pakistan. Probabilmente il leader ceceno pensa ad un’alleanza temporanea per garantirsi la forza sufficiente a stroncare i clan ribelli (fra cui spicca quello del futuro presidente filorusso Ahmed Kadyrov, ucciso qualche mese fa dai terroristi di Basaev), ma i wahhabiti procedono ad una internazionalizzazione radicale della questione nazionale, favorendo l’afflusso di volontari afghani, pakistani e mediorientali sotto la guida del terrorista giordano al-Qattab, in seguito ucciso dai russi.

Nel 1998 Mašchadov si ritroverà ad imporre la sharia per compiacere le milizie fondamentaliste. Non è chiaro il ruolo di Mašchadov nell’ondata di attacchi terroristici in Russia che nel 1999 daranno a Putin l’occasione per procedere alla riconquista della repubblica ribelle, ma ciò che è certo è che d’ora in poi per lo spodestato presidente ceceno sarà sempre più difficile contenere l’aggressività dei wahhabiti, a volte rivolta contro la stessa popolazione cecena. Da allora fino alla sua morte, Mašchadov ha condannato tutte le più spettacolari e sanguinarie azioni riconducibili a Basaev, dalle bombe di Mosca all’attacco al teatro Dubrovka alla strage di Beslan, eppure non è mai riuscito a distaccarsi del tutto dalle milizie integraliste, anche perché i suoi stessi miliziani finivano con l’ingrossare o le file della mafia locale o quelle dei wahhabiti, che disponevano e tuttora dispongono di ingenti contributi finanziari provenienti dal Medio Oriente.

Il dramma ceceno rappresenta un vero e proprio laboratorio geopolitico, e difficilmente le cause storiche, religiose, politiche ma soprattutto geoeconomiche (questione degli oleodotti) di questa guerra infinita possono riassumersi nella vicenda personale di uno dei leader ceceni. Proprio questo induce a ritenere che la morte di Mašchadov, al di là della retorica russa, probabilmente non cambierà la situazione. Con ogni probabilità non sapremo mai se l’ex presidente fosse un equilibrista alla ricerca di vantaggi per sé e per il suo clan o un possibile mediatore incastrato strumentalmente in un gioco più grande di lui fra Putin, Basaev, al-Qaeda, i sauditi e gli americani: la necessità di restaurare la solidità dello spazio russo, la questione delle pipelines per il trasporto del petrolio azero, il progetto di uno stato fondamentalista nel Caucaso del nord che infiammi le repubbliche vicine e porti l’attacco al cuore della Russia, la competizione petrolifera fra l’Arabia Saudita leader dell’Opec e l’aggressiva e dissonante politica energetica russa, il vecchio progetto pakistano di rivolta panislamica in Caucaso e Asia Centrale, rappresentano questioni geostrategiche di proporzioni enormi rispetto alle quali sembra estremamente ingenuo ritenere che un Mašchadov sempre più debole potesse condurre le fila del gioco. Di certo fino alla fine non è mai riuscito ad uscire dall’ambiguità che lo circondava, finendo col condannare i massacri dei wahhabiti ma facendosi puntualmente riprendere dalle telecamere accanto a Basaev. Ciò di cui possiamo essere sicuri è che la sua morte ha fatto contenti tutti: dopo la strage di Beslan, Putin ha avuto l’opportunità di estendere ancora di più il suo potere sulle amministrazioni locali, ma per non far sembrare strumentale il riferimento all’attentato aveva bisogno di risultati da mostrare al suo popolo. E il risultato è arrivato, appunto, l’8 marzo. Inoltre ora l’unico leader rimane Basaev e Putin può dunque facilmente presentare alla comunità internazionale la guerra cecena come una guerra contro al-Qaeda. Da parte sua, Basaev ha potuto liberarsi dell’ultimo ostacolo all’opera di radicalizzazione religiosa della causa indipendentista. Insomma, tutto lascia pensare che la pace sia ancora estremamente lontana.

Marco Giuli
(6 aprile 2005)

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