Luciano Stella
UNIONE EUROPEA - Un'Europa troppo lontana
Quanti tra Primi Ministri e Capi di Stato, il 29 ottobre dell'anno scorso, riuniti sotto la statua di Marco Aurelio, sorridenti e felici di fronte alle macchine fotografiche, erano convinti che con quella firma appena apposta, sarebbero passati alla storia? E quanti di loro erano sicuri che quello storico patto, siglato da venticinque Stati europei, sarebbe stato la base per un'Europa forte e duratura? Praticamente tutti. Otto mesi dopo, l’ipotesi che nessuno aveva preso in considerazione è diventata realtà. Dopo il primo referendum in Spagna, con il quale si chiedeva alla popolazione iberica un parere in merito alla ratifica del Trattato per l'adozione di una Costituzione per l'Europa, conclusosi in gloria, i francesi prima e gli olandesi poi hanno invece dato una risposta negativa. Un “no” chiaro, secco e deciso, un no che non lascia nessuna possibilità d'interpretazione, un no categorico. Molti degli attori di quella storica giornata in un sol colpo si sono trasformati in comparse, declassati proprio da coloro che li avevano scritturati. Non ci sono dubbi, i numeri parlano chiaro.
In Francia il non ha raccolto il 54.87% dei voti contro il 45.13% dei oui, ma ancora più impressionante è la percentuale di affluenza alle urne, pari al 70% degli aventi diritto. Una partecipazione record che ha largamente superato l'affluenza al precedente referendum sul Trattato di Maastricht, datato 20 settembre del 1992, attestatasi al 69.7% e non molto distante dalla percentuale dei votanti al primo turno delle elezioni presidenziali del 2002, pari al 71.6%. Anche gli olandesi hanno respinto la Costituzione, con il 61.7% dei nee, mentre jli ja si sono arrestati al 38.3%. Anche in questo caso il numero che più colpisce è quello relativo all'affluenza alle urne. I votanti sono stati il 63% , ben al di sopra del limite del 30 % che tutti i partiti avevano posto come condizione per tenere in debito conto l'esito di una votazione puramente consultiva. Una partecipazione notevolmente superiore rispetto a quella registrata, in Olanda, in occasione dell'ultimo appuntamento elettorale di matrice europeistica. Nel giugno del 2004, quando si trattò infatti di rinnovare i seggi del Parlamento di Bruxelles, alle urne si recò non più del 39.1% degli iscritti alle liste.
L'Europa dunque vacilla. È instabile sotto il profilo economico: l'industria ristagna, le esportazioni rallentano, l'euro pesa sempre di più sulle spalle dei cittadini e la Strategia di Lisbona, varata nel 2000 ed ora rivista, che dovrebbe fare del nostro continente la prima economia mondiale, esiste solo a parole. È instabile sotto il profilo politico e sempre più schiava delle politiche egoiste degli Stati membri, troppo concentrati a tirare l'acqua ognuno al proprio mulino. Non esiste ancora una reale politica "comune", unica ed indissolubile. Non è forte la coscienza e la convinzione di trovarsi tutti sulla stessa barca e remare, remare forte, guardando nella stessa direzione per evitare di ritrovarci, prima o poi, alla deriva. L'Europa vacilla e lo fa alla sua base. L'instabilità è tangibile ed è percepita dalla gente comune che vede in Bruxelles un oggetto misterioso troppo distante dalla propria abitazione.
A differenza degli abitanti degli Stati di nuova adesione, che considerano l'ingresso in Europa un manna piovuta dal cielo ed accettano, con entusiasmo, l'ingerenza di un'organizzazione sovranazionale che li coordini, la Vecchia Europa, statica e conservatrice, non vede di buon occhio il cambiamento, lo subisce e reagisce. Non a caso, fatta eccezione per la Polonia e la Repubblica Ceca, dei dieci Stati di nuova adesione Lituania, Ungheria, Slovenia, Slovacchia e Lettonia hanno già ratificato il Trattato per via parlamentare e lo stesso faranno anche Cipro, Estonia, e Malta.
Risulta difficile credere che i francesi o gli olandesi abbiano votato "no" alla Costituzione (chissà, in tutta Europa, in quanti l'abbiano letta o, per lo meno, tenuta tra le mani) né tanto meno abbiano votato contro l'Unione Europea. I dissidenti, con tutta probabilità, hanno voluto mandare agli inquilini di Strasburgo e Bruxelles un segnale forte, ricordandogli che esistono e che vogliono continuare ad essere parte integrante delle decisioni da prendere. Vogliono realmente contare nella loro Europa e desiderano costruirla fianco a fianco con chi li rappresenta. Anche in Italia, se ci fosse stato un referendum in merito, i "no" sarebbero stati largamente superiori ai "si" o forse, come nostro malcostume, l'affluenza alle urne lo avrebbe reso tristemente irrilevante. Ma il Governo, trovandosi già in crisi dal punto di vista politico, ha scelto di ratificare direttamente il Trattato. La possibilità di un referendum avrebbe implicitamente fatto parlare di se e, gli italiani, forse spinti dalla curiosità, si sarebbero interessati all'argomento. I media, oramai troppo impegnati a rincorrere lo scoop del giorno, invece di fare reale informazione, ci avrebbero spiegato cosa accade in Europa illustrandoci i pro e i contro di una possibile Costituzione comune. Avremmo preso una nostra decisione ed avremmo votato.
Provate a chiedere a chi vi sta intorno se ha la benché minima idea di come sia strutturata la Costituzione europea o quali siano le funzioni del Parlamento, del Consiglio o della Commissione, oppure quali sono i venticinque Stati che insieme compongono l'Unione o chi sono gli Eurodeputati italiani. Non stupitevi se non vi saprà rispondere. Non stupiamoci se i francesi e gli olandesi abbiano votato "no".
(5 giugno 2005)