Gabriele Natalizia
FRANCIA - Sarkozy conferma la special relationship con Berlino
Due passaggi chiave della giornata dell’insediamento del nuovo presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy (nella foto) rispecchiano fedelmente quell’idem sentire diffuso non solo tra gli elettori dell’Union pour un Mouvement Populaire, ma anche in buona parte dei sostenitori dei partiti della sinistra: l’omaggio al monumento della Cascade di Bois de Boulogne, che commemora la fucilazione di trentacinque persone da parte della Wehrmacht alla vigilia dell’insurrezione di Parigi nell’agosto del 1944, e la consueta visita al cancelliere tedesco di turno. Per quanto riguarda il primo gesto, non bisogna fermarsi alla sola prospettiva ideologica. La lotta contro il nazionalsocialismo vede entrambi governi schierati nettamente su posizioni comuni, come confermato dalla volontà di fare terra bruciata intorno ai grandi e piccoli movimenti di estrema destra che popolano i rispettivi panorami politici. Ma non è questo il punto essenziale.
La visita presso l’area commemorativa del grande polmone verde della capitale transalpina vuole riaffermare l’indipendenza della Francia e il suo peso specifico sullo scenario internazionale, con particolare riferimento al contesto europeo, giudicato se non superiore, quanto meno paritario a quello tedesco. Un monito molto significativo, la cui necessità è stata alimentata dal ruolo di motore economico della Ue assunto nel corso degli anni da Berlino e mai digerito appieno da Parigi. A bilanciarlo è intervenuto il successivo incontro con Angela Merkel: l’etichetta diplomatica impone che la prima visita dell’inquilino dell’Eliseo sia quella in Germania, ma non era mai successo che venisse effettuata il giorno stesso dell’assunzione dell’incarico, a voler sottolineare questa special relationship di marca europea. La centralità geopolitica dell’Esagono, dovrà quindi essere combinata con un’energica manovra di raccordo con la locomotiva continentale all’interno di un rapporto che sarà tuttavia «meno esclusivo» rispetto a quello voluto da Jacques Chirac.
Non sono mancati quelli che hanno sottolineato come da tempo sia a Parigi che a Berlino non sedevano contemporaneamente due presidenti appartenenti alla stessa casa politica. Tutto sommato questo particolare non sembra determinante per le relazioni tra i due paesi, anzi potrebbe creare frizioni per la guida del partito popolare a Bruxelles. La Francia è la culla della realpolitik e Sarkozy appare un uomo troppo navigato per riscontrare difficoltà nel relazionarsi ad un eventuale governo targato Spd. Peraltro, se sulla riva orientale del Reno la scelta di una Grosse Koalition è stata obbligata dal pericolo di un vero e proprio stallo politico, su quella occidentale è stato l’ex delfino di Chirac a voler inserire alcuni esponenti dell’opposizione nella squadra ministeriale, tra cui spicca Bernard Kouchner, fondatore di Medecins sans Frontieres e simbolo della sinistra francese, a cui è stato affidato il dicastero degli Affari esteri. A partire dalla fine del secondo conflitto mondiale e, ancor più, dopo quella della guerra fredda, Francia e Germania hanno metabolizzato la prospettiva che vede il loro destino legato a un doppio filo. In un mondo multipolare globalizzato, che assiste al confronto di potenze con almeno mezzo miliardo di abitanti, l’unica speranza di poter continuare a far parte del “club dei grandi” per soggetti statali fortemente connotati dalla loro identificazione con entità territoriali di taglia media, è una cooperazione sempre più intensa, capace di condurle verso quell’integrazione definitiva che comporterebbe l’inevitabile superamento dei ristretti ambiti nazionali. Questa è la strada i cui primi passi sono stati compiuti nel 1950 con la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), che poneva sotto una comune amministrazione un settore da sempre causa di frizioni tra i due principali poli del nostro continente, per poi passare attraverso il Trattato di Roma del 1957, quello di Maastricht del 1992 e la creazione della zona-euro nel 2002. In quest’ottica la dura sconfitta accusata dal fronte del “sì” nel 2005 al referendum sull’approvazione della costituzione europea ha rappresentato una semplice sosta su di un percorso segnato. Che con la conclusione dell’era Chirac, può essere ripreso con qualche lieve correzione di rotta.
Il futuro della Ue è stato uno dei primi pensieri dal 23esimo presidente della Repubblica che, mentre in campagna elettorale aveva cercato di non insistere eccessivamente sul tema per il timore di avocarsi il consenso dei tanti euro-scettici, già il 6 maggio aveva rilasciato una dichiarazione ad effetto: «la Francia è tornata in Europa». Ora dovrà tramutare i suoi propositi in fatti concreti per convincere circa la bontà delle sue intenzioni la Merkel, che gli ha replicato: «Mi rallegro che Nicolas Sarkozy abbia detto che si sarebbe impegnato affinché l’Unione Europea ritrovi la sua capacità d’azione. Adesso vedremo in che modo intende farlo». Dopo il mezzo passo falso del mini-trattato, approvato lo scorso mese di giugno nel summit di Bruxelles, che ha tralasciato la questione dell’identità europea (cancellati sia inno che bandiera) e ha fatto concessioni importanti alle posizioni recalcitranti di Inghilterra e Polonia, sarebbe necessario ripartire dalla possibilità di concedere un potere maggiormente vincolante all’Alto rappresentante per la Politica estera e la Difesa, che, sebbene non abbia ricevuto il più altisonante titolo di “ministro”, ha comunque ottenuto l’opportunità di controllare un servizio diplomatico proprio. In ogni caso, la figura di un plenipotenziario unico costituisce, ad oggi, una vera e propria utopia. In quest’ottica “Sarko” potrebbe essere favorevole ad un ulteriore passo in avanti compiuto solo da un gruppo ristretto di paesi membri, sulla stregua di quanto avvenuto al tempo dell’introduzione dell’euro: da un’Unione a due velocità, si passerebbe ad una a tre. O, per maggiore chiarezza, verrebbe a profilarsi un soggetto politico a sfere concentriche, di cui la prima e più superficiale sarebbe quella del mercato comune e di un sistema istituzionale scarsamente rappresentativo delle realtà locali, la seconda quella degli abitanti della cosiddetta “Eurolandia”, mentre la terza, quella di un nucleo centrale di sei-nove Stati d’accordo sulla scelta di intensificare i loro rapporti delegando a rappresentanti comuni alcune materie storicamente gestite dalle autorità nazionali. Sui componenti di questo nucleo potrebbero sorgere alcuni contrasti con Berlino: mentre il nuovo corso dell’Eliseo vedrebbe di buon occhio una soluzione più ampia, con la partecipazione di Francia, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Olanda (nonostante questo paese stia vivendo una forte ondata anti-europeista), Lussemburgo, Inghilterra e Polonia, il governo formato da Csu/Cdu-Spd preferirebbe una versione ridotta ai paesi fondatori con l’aggiunta di Madrid.
(12 luglio 2007)