SLOVENIA- La rinascita del Presidente Drnovsek

Il recente attivismo del presidente sloveno Janez Drnovsek (nella foto) ha toccato anche i rapporti con l’Italia, sfiorando il nervo scoperto come la tragedia delle foibe e la cacciata degli italiani dall’Istria. Nelle sue dichiarazioni ha raccolto la proposta di una riconciliazione storica promossa da Ciampi tempo fa, e congelata dal nostro governo; ora aspetta solo segnali da Roma e Zagabria. Ma questo è poco se si pensa alla grande impresa nella quale si è tuffato: essere il mediatore per arrivare a una pace duratura nella tormentata regione sudanese del Darfur. In proposito ha le idee chiare: vorrebbe organizzare una conferenza internazionale con i rappresentanti di Nato, Ue, G8, oltre a quelli di Sudan e Ciad, e ha già buttato giù una bozza di accordo di pace in dieci punti, oltre ad offrire la massima disponibilità per ospitare gli incontri in Slovenia. In pochi hanno preso sul serio la proposta, ma Drnovsek non è un pazzo e sa che dietro questa iniziativa manca il peso di una delle grandi potenze che siedono nel Consiglio di Sicurezza Onu. Tutte hanno le mani legate nel conflitto: la Cina non sa resistere al profumo del petrolio che arriva dal Darfur, e certo in ragione di diritti umani violati sarebbe un paladino poco credibile; la Russia ha pochi clienti cui vendere il proprio arsenale militare e le armi, e il governo di Khartoum è in cima alla lista; gli Stati Uniti, infine, hanno più volte denunciato le atrocità del genocidio in atto nella regione, ma il Sudan è un alleato utile nella coalizione dei volenterosi che combatte il terrorismo. Quindi perché il presidente sloveno sta inseguendo poco più di una chimera? Intervistato dalla Bbc, egli ha risposto nel suo impeccabile inglese: ‘Why not?’ Eh già: perché non provarci? Perché rimanere inermi di fronte ad un massacro che la comunità internazionale ricorda una o due volte l’anno? Perché, in una prospettiva a lungo termine, non provare a dare un ruolo di mediatore al piccolo stato europeo? E soprattutto: perché Janez Drnovsek negli ultimi mesi è iperattivo sulla scena politica e prende decisioni inaspettate e coraggiose?

Dietro questa accelerazione diplomatica non c’è solo la malattia che lo ha colpito, ma forse un azzardato disegno politico che rischia di suscitare tenerezza o rispetto, a secondo dell’esito finale. Eppure il suo rinnovato attivismo ha basi concrete, si poggia sul Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo aperto a chiunque voglia risolvere i problemi della Slovenia e del mondo. Un richiamo che in politica si è consumato con la stagione degli anni ’70, ma Drnovsek no, non si rassegna e vuole quantomeno sognare in grande. La malattia ha giocato un ruolo importante nella sua rinascita, e qualcuno l’ha paragonata a quella del ciclista Lance Armstrong: dalle retrovie della politica ha deciso di occupare la prima fila. Di recente ha snobbato Davos per fondare il movimento del quale è a capo, proprio lui che nel 1992 si iscrisse al partito dei Liberal Democratici ripudiando il suo impegno civile e il movimento Pharos che fondò dopo aver lasciato Belgrado nel 1991. Nelle ultime settimane ha viaggiato in Bolivia, India, Germania, Sri Lanka e Stati Uniti, rinunciando al Darfur solo per ragioni di sicurezza. La gente è con lui: il 67.4% ha applaudito la sua scelta di formare il Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo, e il 56.3% ha detto che lo voterà nelle prossime elezioni. Nonostante qualche uscita impopolare, come la scelta di abbandonare la residenza presidenziale e trasferirsi nel villaggio Zaplana, dove si prepara il pane da sé ed è passato alla dieta vegetariana, non risparmiando una stoccata velenosa alla medicina tradizionale che egli rifiuta. Eppure questa stravaganza ha riscosso consensi.

Il New York Times, in un articolo di Nicolas Kristof che confrontava i sistemi della sanità pubblica in Slovenia e negli Usa, ha apprezzato le mosse di Drnovsek sul Darfur e, elogiandolo anche per l’ottimo inglese, si è spinto fino alla provocazione di sostituirlo con Mr Bush. L’ipotesi di mediatore per pacificare la regione occidentale del Sudan a lui non sembra peregrina perché, come ha giustamente osservato, i piccoli stati spesso riscuotono successo perché non hanno alcun interesse geopolitico nelle aree di crisi. Inoltre la Slovenia è un ex repubblica della Yugoslavia, che era parte dei paesi non allineati tanto quanto il Sudan; e poi l’attuale presidente sudanese, Omar al-Bashir, ha studiato per alcuni mesi in Slovenia e di recente si è fatto costruire uno yacht da una compagnia slovena. E così Ljubljana potrebbe andare a far compagnia al gruppo dei paesi scandinavi, le cui abilità di mediatori e l’incessabile attività umanitaria in giro per il mondo è ben nota e apprezzata. Drnovsek nella sua analisi non risparmia una battuta autoironica, pensando al cancro che lo accompagna, perché ripete sempre che la Slovenia è in ottima forma, avendo risolto i problemi del passato e raggiunto il treno europeo. È arrivato il momento di guardarsi intorno, crescere e godersi l’indipendenza, la rinascita. Un po’ come accade a lui.

Valerio Fabbri
(15 marzo 2006)

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