RUSSIA - I rapporti fra il Cremlino e la Casa Bianca

Il dialogo fra i due ex nemici della Guerra Fredda ha subito notevoli mutamenti nel corso degli anni ’90 ma, tra gli alti e i bassi, un’accelerazione decisiva verso un loro miglioramento è stata data dalla comune volontà di combattere il terrorismo. L’11 settembre ha creato le condizioni affinché gli Usa sdoganassero il vecchio rivale e, allo stesso tempo, la Russia muovesse un passo decisivo verso l’Occidente. Ben lontani da essere incondizionatamente alleati, i due stati hanno messo sul tavolo obiettivi comuni e la necessità di raggiungerli, usando sano pragmatismo piuttosto che le vecchie ideologie. Questo però non deve far nascere l’idea che, automaticamente, ogni tensione sia finita in soffitta. Lo stesso discorso vale per la reciproca diffidenza, solo ridimensionata e, talvolta, accantonata.

In vista del vertice Russia-Usa di Bratislava del 23 febbraio, è utile fare un’analisi dello stato dei rapporti. A tenere banco saranno sicuramente due temi: la lotta al terrorismo internazionale e la sicurezza nel Caucaso. È possibile che l’agenda non si esaurisca con questi due argomenti ed anzi è più che probabile che Bush, rinforzato da un secondo inequivocabile mandato e dal parziale risultato positivo delle elezioni irachene possa incalzare uno zoppicante Putin, anch’egli al secondo plebiscitario incarico, ma ferito, sia pur simbolicamente, dalle proteste di piazza dei pensionati scontenti. E Bush II potrà così sollevare dubbi su diverse questioni, senza però essere troppo diretto con l’amico Vladimir il quale, comunque, rimane un partner necessario e prezioso. Il presidente americano criticherà la gestione del caso Jukos, le interferenze del Cremlino nelle elezioni ucraine, la guerra senza fine in Cecenia, quindi obietterà la continua violazione dei diritti umani e della mancata crescita di un’opposizione politica e, dunque, di una società civile e libera di esprimersi. È facile immaginare che queste domande creeranno irritazione all’ex spia sovietica, che da par suo possiede qualche argomento per tenere testa a Bush, a partire dal dialogo energetico che tanta importanza riveste in questo periodo.

La matassa dei problemi risulta intricata: i dubbi di legittimità sul caso Jukos, dall’arresto di Chodorkovski alla svendita indiretta del colosso alla compagnia statale Gazprom, sono solo una scusa per sondare il terreno sulla reale volontà russa di ri-nazionalizzare le imprese e, più in generale, suonano come monito per la deriva autoritaria del potere centrale, rinforzato dalla legge sulla restrizione delle autonomie regionali. L’argomento della sicurezza nell’area caspica, un’area definita di “interesse strategico” da Washington, suscita diversi sospetti al Cremlino, dove si chiedono cosa accadrebbe se la Russia dichiarasse di interesse strategico l’area del Golfo del Messico. L’apparato militare è ben cosciente che dietro al Caspio la Casa Bianca vede altri interessi. I duecento miliardi di barili di petrolio, secondo stime accettabili, costituiscono una torta sostanziosa che la Russia non è intenzionata a spartire, anche perché l’oro nero, così come il gas, è la nuova leva di politica estera che ha sostituito i carri armati sovietici. Infatti è solo grazie allo sfruttamento di queste risorse che Mosca può esercitare pressioni in Europa Orientale e nell’area ex sovietica, Caucaso incluso. Bisogna poi aggiungere che non sono solo le inesplorate risorse energetiche a far gola a Washington, ma mantenere una presenza significativa e costante in quella zona aprirebbe un corridoio fondamentale sull’Asia Centrale, area dove la Russia ancora esercita una grande influenza. Anziché fronteggiarsi per avere una (nuova) sfera di influenza, la creazione di una cintura di stati islamici moderati dovrebbe essere favorita dagli Usa.

Questa mossa sarebbe lungimirante perché, dopo l’Afghanistan e un Iraq in qualche modo democratizzati, il cerchio si stringe intorno all’Iran, alleato storico dell’Unione Sovietica ed ancora in buoni rapporti con Mosca, soprattutto per la volontà di entrambi di trattare l’armamento nucleare. Avere una Russia coinvolta nel dialogo con il mondo islamico sarebbe logico, oltre che utile, ed eviterebbe che si sentisse accerchiata. Per combattere questa sindrome Mosca favorisce le spinte indipendentiste in Ossezia del Sud, Abkhazia e Nagorny Karabakh, dove però pesa anche la guerra cecena, mentre sul versante occidentale guarda con sospetto l’accesso alla Nato dei volenterosi paesi baltici, dove un eventuale stazionamento di truppe sarebbe percepito come una provocazione. La Russia però non può forzare troppo la mano con le sue rivendicazioni, talvolta legittime, perché sta negoziando i parametri per l’accesso al Wto, un obiettivo che dovrebbe realizzarsi entro il 2005, a meno di ulteriori rinvii.

Questo quadro fa pensare ad un gioco a somma zero, come accadeva durante la Guerra Fredda, ma così non è. Né si può parlare di Pace Fredda, come qualche analista ha fatto. Più semplicemente, Putin non è El’cin, che dava carta bianca alle lobbies occidentali in cambio di ingenti aiuti economici per la ricostruzione. La Russia è cresciuta dal 1991, e non vuole essere ancora trattata come un bambino indisciplinato e capriccioso cui la balia dà ordini. Allo stesso tempo, non punta affatto al dominio del mondo, come invece faceva l’Urss, ma ha obiettivi più modesti e legittimi: riconquistare un’egemonia sull’Eurasia e continuare a far parte del club delle grandi potenze mondiali. E questo sembra un traguardo accettabile anche per Washington, che deve sì continuare a finanziare i movimenti ed i think tanks liberali, perché il deficit democratico è imbarazzante e la corruzione spesso oscura i risultati più elementari, ma con obiettivi di sviluppo reale, non di controllo indiretto.

Valerio Fabbri
(21 febbraio 2005)

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